Quale politica uscirà dall’uovo?

di Salvatore Settis

Una strana epidemia affligge l’Italia. Partito dai politici, il contagio si è esteso dappertutto. Il morbo passa inosservato perché non è mortale, ma produce danni irreversibili. Si chiama miopia. Comporta un’ossessiva concentrazione sul presente, l’incapacità di elaborare progetti di lunga durata, il ripudio di ogni visione strategica, l’indifferenza ai dati di fatto, il rigetto di ogni soluzione. Insomma, il lento suicidio di chi corre verso il precipizio ma non ci crede, e non cambia strada né mette il piede sul freno. Nasce così quel che con metafora ciclistica si chiama surplace: la tecnica di star fermi, in equilibrio sulle ruote, spiando l’avversario. Ma se tutti i ciclisti fanno surplace, la gara non parte mai. Questo flusso d’incoscienza pervade la scena politica. In luogo dei disastri sempre imminenti e sempre rinviati, genera stagnazione.

Calamandrei diceva che la Costituzione è presbite, perché guarda lontano; ma le istituzioni di governo sono in preda alla miopia. Il suo contrario è la chiaroveggenza: la capacità, o almeno il tentativo, di prevedere quel che accadrà, e non solo nell’immediato futuro. Il quadro di Magritte Clairvoyance è una vera lezione di lungimiranza. Un pittore siede davanti alla tela, pennello in mano, e fissa il suo modello, un uovo posato sul tavolo. Ma il pittore, chiaroveggente, dipinge l’uccello che nascerà: anticipa i tempi, “vede” il futuro che cova dentro il presente. Il suo sguardo a raggi X ‘legge’ nell’uovo il Dna, ‘sa’ se ne nascerà uno sparviero o un piccione.

Quale Italia dipingerebbe oggi il pittore di Magritte? Sul tavolo metterebbe non un uovo ma tre: quelli della Lega, dei Cinque Stelle e del Pd. Il codice genetico dell’uovo leghista non ha misteri: al Parlamento e spesso al governo da trent’anni, punta non a conquistare il potere ma a conservarlo, consolidarlo, allargarlo. Professa il trasformismo, passando dalla secessione al sovranismo nazionale, per poi rilanciare la secessione travestita da autonomismo regionale. Coltiva i potenti, da Confindustria in giù, ma anche l’uso strumentale di temi demagogici, dalla sicurezza alla razza. Pratica alleanze a geometria variabile: spesso con Berlusconi ma talvolta contro; contro il Pd, ma talvolta in combutta con esso; al governo coi 5S, ma per fagocitarne una fetta di elettorato. Insomma, in quell’uovo cova il rapace che già conosciamo, con tutte le sue incarnazioni da Bossi a Calderoli a Salvini.

Il codice genetico dell’uovo a Cinque Stelle è più o meno l’opposto. Miope come pochi, rifiuta e deride occhiali e oculisti, e nemmeno si accorge che qualcuno lo sta cuocendo a fuoco lento. Anzi, secondo la dottrina Grillo diffusa ex cathedra a Oxford, i 5S sono “sentimentali, l’esatto opposto dei machiavelliani competenti di prima” (Il Fatto, 25 gennaio): col che si scopre che il governo Renzi pullulava di competenti come, per dire, la Sig.a Boschi. In nome di tale priorità dei sentimenti predica la retorica dell’incompetenza, pratica l’improvvisazione mista a diffidenza, rifugge dall’analisi pur di “tenere il punto” di slogan elettorali. Si rassegna a veloci giravolte negandole con infantili trucchetti verbali (il 2,04% di deficit spacciato per sinonimo del 2,40%). Insomma, in quell’uovo cova un tacchino alla vigilia del Thanksgiving.

Il dna dell’uovo Pd è sfuggente, trattandosi di uovo con più tuorli che fingono di essere uno solo. Il suo vizio solitario è uno sconsolato attendismo, che nasconde l’assenza di progetto dietro lo zoccolo duro di fedelissimi con un piede nella fossa. Compulsa lessici elaborati da generazioni di burocrati di partito, convinto che rimescolando vecchie parole d’ordine con una qualche ‘modernizzazione’ si (ri)conquisteranno le masse in fuga. Ipotizza una leadership autorevole, ma spesso si affida a larve o ciarlatani. Pretende per diritto di nascita l’egemonia di governo, ma poi si consola con dosi massicce di pop corn. Passa dalla nostalgia di quando era “in mezzo al guado” alla voglia di allearsi con chicchessia pur di tornare in gioco. Se gli asini facessero le uova, sarebbe sicuramente l’Asino di Buridano (quello che, avendo a portata di bocca due mucchi di fieno, muore di fame perché non sa scegliere). Ma gli asini non fanno uova, dunque sarà, diciamo, una gallina fra due mucchietti di mangime.

Con queste premesse, l’esito è scontato: una frittata. Ma con che ricetta? La più probabile sembra a oggi la frittata leghista, che per ingredienti avrà un pezzo di elettori 5S e le destre, nonché chi nel Pd guarda a Berlusconi. L’alternativa ci sarebbe, la frittata 5S con quel pezzo di Pd che, vedendo la Lega divorare i 5S, rimpiange di non aver tentato una strategia analoga dopo le elezioni. Intanto si scontrano due opposte fazioni: i Benaltristi e i Menpeggisti. Gli uni sostengono che il governo in corso sbaglia quasi tutto, ma comunque è ben altro da quello prima e quello dopo, che sono ancor peggio. Gli altri ribattono che il governo prima e quello dopo hanno sbagliato e sbaglierebbero quasi tutto, ma sono comunque meno peggio del governo attuale. Nella generale miopia le due tesi si confondono, tutte le frittate si equivalgono, e insomma “non c’è alternativa”.

Ma arriverà mai un’alleanza di governo mirata non al piccolo cabotaggio del potere o a svuotare il serbatoio elettorale dell’avversario, ma ad analizzare problemi e progettare il futuro? Urge una coalizione d’intelletti capace di elaborare un’idea d’Italia e un’idea di Europa per cui combattere, di indicare traguardi lungimiranti, di rimettere al centro le competenze in senso non solo tecnologico, di puntare sulle generazioni future e la loro formazione. Ma questo orizzonte richiederebbe una mutazione genetica: qualcuno che, in questo popolo di Miopi, si decida a inforcare gli occhiali della Costituzione, a ripartire dai nostri diritti. È improbabile, certo. Ma non impossibile.

Questo articolo è stato pubblicato dal Fatto Quotidiano il 6 marzo 2019

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