Matera 2019: tutto torna nell’eternità dell’uomo. Il fascino della civiltà della rupe

di Michele Fumagallo

Per questa puntata della rubrica Qui Matera Qui Europa faccio un po’ il turista (chiedo scusa, non accadrà più). Ripropongo un vecchio articolo di circa 10 anni fa (14 ottobre 2009) apparso sul quotidiano “Il manifesto”. È un breve viaggio nella Basilicata rupestre.

Lo ripropongo per due motivi, anzi tre: uno è per rimarcare la completezza e complessità dell’habitat umano, specificamente un allargamento del concetto di “centro storico”; l’altro per sottolineare la “modernità” del valore delle cose apparentemente più distanti e arcaiche a riprova non solo dell'”eternità” dell’uomo (tutto torna) ma anche, in qualche modo, dell’indistruttibilità delle cose. Il terzo motivo è legato specificamente a Matera: senza l’antica “civiltà della rupe” che sarebbe della città dei Sassi? E delle tante altre cittadine (pugliesi) che affacciano sui canyon, sulle gravine? Poco probabilmente.

E per tornare al turismo, c’è poco da scherzare. È un punto forte del nuovo sviluppo del territorio. “Nuovo”, cioè radicalmente diverso dal turismo “neoliberista” che ci sta soffocando da ormai troppi anni e rischia di soffocare anche la città dei Sassi. Ne riparleremo
Ma ecco qui sotto il pezzo sul rupestre.

La riscoperta del rupestre
Altra Italia TOUR TRA I SASSI DI LUCANIA, 14 ottobre 2009

MATERA. Che la civiltà rupestre abbia conservato, nonostante le distruzioni del tempo e soprattutto dell’ultimo mezzo secolo, tracce più che corpose del suo modo di vivere, è sotto gli occhi di qualsiasi viaggiatore. Che il rupestre sia diventato punto di attrazione ovunque nel mondo, non solo in ambito turistico, è anch’esso acquisito. Che i maggiori esempi di questo tipo di architettura si trovino nel mondo mediterraneo, dall’Egitto con le sue gigantesche opere di scavo, a Petra, a Persepoli, senza dimenticare l’area lucano-pugliese di Matera e Massafra, è anch’esso risaputo.

Ciò che forse è acquisito di meno, anzi comincia soltanto adesso ad essere preso in considerazione non solo come nuova lettura del passato, è l’approccio complessivo al tema del recupero dell’intero ciclo urbanistico del territorio preso in esame. Non più soltanto centri storici cioè, ma ipogei, cantine, grotte, luoghi di culto, antichissimi sentieri, preistorici luoghi di lavoro, e così via. Un’idea di recupero, non solo in senso pratico (questo non è mai terminato, ad esempio, nelle numerosissime grotte-cantine usate ancora oggi per i vini più rinomati) ma innestata con la parte positiva del moderno.

Naturalmente è un lunghissimo lavoro in cui sono impegnati ovunque minoranze di persone più consapevoli della straordinaria importanza del recupero e dell’intreccio, nell’invenzione di un nuovo modello di progresso, del modo di produrre e di vivere di una straordinaria civiltà che aveva fatto dell’uso della natura (e non dell’abuso) la sua ragion d’essere. Molte novità, molti studi, anche molte pratiche politiche emergono a proposito in ogni parte del mondo, in tutto il Mediterraneo, e anche qui da noi.

Gran parte dell’Italia è interessata dai lasciti della civiltà rupestre, ma noi abbiamo scelto una piccola regione come la Basilicata, per un viaggio dentro questo passato che si innerva (in senso letterale, cioè come nervi in un unico corpo) con i paesi e le città. Naturalmente un luogo come Matera è inevitabilmente punto di attrazione e di guida, e non a caso nella città dei Sassi, patrimonio mondiale dell’Unesco, è in programmazione un centro studi sulla cultura del rupestre nell’area e soprattutto una consulenza scientifica di rilievo per un progetto che parte dalla Spagna (Andalusia, Catalogna, eccetera) e ha come partner Algeria e Marocco.

Speriamo solo che non passino tempi biblici per la sua realizzazione e soprattutto vengano coinvolte le forze vive delle cittadine e dei paesi perché moltissimi comuni della regione hanno dentro di sé questo passato alle spalle. Facciamo questo viaggio in compagnia di uno studio e di uno studioso della materia, Francesco Caputo, che ha curato il volume “L’habitat rupestre in Basilicata”, testo che accompagna da tempo molti giovani alla riscoperta di questa civiltà agro-pastorale che si svela nei fatti (e cioè nei manufatti) meno lontana di quanto non si immagini per le sue straordinarie invenzioni. E per prima cosa bisogna sfuggire al cliché che vuole il rupestre legato essenzialmente ai luoghi di culto.

Naturalmente non vi si può prescindere, si ricordi l’ultima chiesa rupestre inaugurata nelle campagne di Matera, cioè la Cripta del Peccato Originale, magico esempio di arte popolare. Ma fermarsi al cliché degli insediamenti di culto è stato un grosso limite degli studi del passato che ha poi condizionato anche l’approccio turistico, limitante e superficiale. Mentre invece è sempre più presente che tutte le architetture dei nuclei abitati segnano in modo inconfondibile la storia della regione.

«Molta storiografia – dice Caputo – ha voluto rapportare i caratteri dell’habitat rupestre nell’area orientale della Basilicata e nella Puglia salentina e jonica quasi esclusivamente alla civiltà bizantina e, all’interno di questa, agli insediamenti monastici. Ne è conseguita un’analisi del fenomeno spesso avulsa dal contesto reale del territorio e incline a utilizzare luoghi comuni quali la relazione tra persecuzioni iconoclastiche nell’oriente bizantino e l’insediamento nelle nostre regioni di comunità monastiche greche che avrebbero dato avvio o ampliato il fenomeno rupestre. Gli studi più recenti permettono di avvicinarsi al tema con strumenti ed analisi più complessi e con una conoscenza del fenomeno molto più ampia di quanto fosse possibile negli anni sessanta».

Il rapporto con la grotta

Prima di intraprendere la nostra perlustrazione è bene ricordare che le testimonianze più antiche della presenza dell’uomo sono spesso legate al rapporto con la grotta. Essa si presenta, nella realtà storica (ma anche nel mito), come il luogo ove si formano i primi stazionamenti umani. Anche in Basilicata quindi la preistoria è legata alla testimonianza di insediamenti connessi a strutture rupestri. E va aggiunto, a titolo esemplificativo, che la connessione dell’habitat rupestre materano con analoghe zone del bacino mediterraneo si evidenzia non tanto nell’appartenenza ad un comune sistema geopolitico o ad un’unica matrice religiosa, quanto per la collocazione all’interno di sistemi ambientali molto simili caratterizzati dalla prevalente struttura calcarea delle formazioni dei suoli, come capita per molte aree dei Balcani, dell’Egeo, del Medioriente e della costa catalana.

Il nostro viaggio ovviamente non può che partire da Matera e in qualche modo racchiudere a tenaglia il territorio lucano con la parte settentrionale del Vulture, altro fortissimo insediamento di civiltà rupestre. Matera, ovviamente, ha posto al centro del suo fascino la civiltà rupestre che va ben oltre l’antico agglomerato dei Sassi per attraversare gran parte della campagna circostante e il territorio di Montescaglioso. La civiltà rupestre ha prodotto a Matera un’infinità di ambienti e spazi, nonché un paesaggio urbano e un territorio, la cui qualità e conformazione è sistematicamente determinata dalla capacità di sfruttare al meglio le opportunità offerte dall’ambiente calcareo della Murgia.

Naturalmente in questi ultimi anni si sono affacciati due pericoli per la città. Il primo è una malintesa rupestricità per cui sembra che i Sassi e persino i più vecchi insediamenti rupestri della Murgia siano prodotti della natura e non invece mirabile architettura degli uomini. Questo equivoco ha prodotto varie confusioni ed è all’origine anche del grave ritardo nella valorizzazione delle cave di tufo che circondano la città: luogo emblematico del lavoro umano, retroterra in cui si può leggere meglio la storia dei Sassi.

Il secondo è un malinteso consumo turistico della città che ne offusca in gran parte le sue straordinarie e infinite (e ancora in parte sconosciute ai più) cavità. Matera è una città e un territorio da penetrare e scoprire, altro che mordi e fuggi, ma soprattutto è una città e un territorio da ridisegnare nei suoi progetti futuri non più come valorizzazione e scoperta dopo l’abbandono dei Sassi degli anni 50 e 60 del secolo scorso, ma come un asse “Sassi – Cave di Tufo – Cavità Rupestri del Territorio” che spostino le priorità in sede urbanistica e politica.

Il nostro viaggio prosegue e giunge in un luogo quanto mai simbolico, Craco, abbandonato alla fine degli anni 50 per le frane e in seguito accompagnato da crolli continui di edifici. Ipogei e grotte non mancano ma Craco è oggi l’emblema dell’impasse in cui si trova la cultura urbanistica più avveduta: incapacità di riutilizzare un paese ben oltre i progetti tutto sommato laterali della Film Commission Lucana (negli ultimi tempi sono approdati Mel Gibson con l’impiccagione di Giuda nel suo “The Passion” e Catherine Hardwicke con alcune scene di “Nativity”).

Nelle cavità del centro storico di San Chirico Raparo giacciono tesori di grande importanza usati ancora come mulini, stalle, frantoi, cantine, depositi. A Genzano di Lucania restiamo colpiti, dall’alto del centro storico, dalla visione delle grotte protette da infissi in legno e da muratura in pietra dentro una forra scavata in sedimenti alluvionali. Grottole, come indica il nome, è percorsa da numerosi ipogei attraversati da una fitta rete di sentieri e percorsi, purtroppo in parte rovinati da interventi di edilizia e di stradine urbanizzate di accesso (ciò che, grazie a una mobilitazione di vari gruppi, è stato evitato per il circuito eccezionale di cantine di Grassano): un disastro cui è possibile porre rimedio con grande coraggio di innovazione e con una politica, davvero rivoluzionaria, di visione del centro storico per intero.

Le Dolomiti lucane

Dopo le grotte-cantine di Salandra e i notevoli insediamenti rupestri di Tricarico, Irsina e Tolve, ci inoltriamo nelle Dolomiti Lucane, cantate recentemente dall’ultimo poeta beat, John Giorno, lucano d’origine. I sentieri delle rocce e le cavità dentro le guglie sopra Pietrapertosa e Castelmezzano, le piccole necropoli scavate sull’orlo dei pinnacoli, i resti di vasche appartenenti ad antichi impianti oleari e le attraenti grotte rendono questo paesaggio particolarmente suggestivo.

Commovente è poi la cura con cui il vecchio mondo contadino-pastorale salvaguardava le sue cose. Le grotte di Tempa di Turri a Guardia Perticara e quelle che vanno verso Aliano, sono sovrastati da colate di calce a mo’ di intonaco per difendersi dalle numerose erosioni del terreno. Caratteristica specifica delle campagne di Stigliano è l’utilizzo di vaste grotte scavate nei sedimenti alluvionali come stalle, porcilaie e jazzi (masserie per pecore, ndr). Semplicemente straordinari sono i particolari degli ingressi delle cantine-grotte di Oliveto Lucano: lavori in ferro e portali in pietra e cotto da far invidia a qualsiasi edilizia urbana dei centri storici.

Ci spostiamo a nord della regione nella zona del Vulture disseminata di numerosissime e poco valorizzate (tranne che in parte dagli abitanti) cavità rupestri. In contesti geomorfologici e ambientali completamente diversi dalla Murgia materana, il Vulture è un altro straordinario angolo circondato da sottosuoli di antico fascino. Il santuario rupestre di San Michele Arcangelo, con il suo affaccio spettacolare sui laghi di Monticchio, è tappa obbligata nel territorio di Rionero dove, nel dissestato centro storico del paese, sono disseminate numerose cantine, alcune gigantesche, dove continua il lavoro di produzione di olio e vino. E mentre Melfi offre uno dei cicli affrescati medievali più interessanti nella sua chiesa rupestre di S. Margherita, tra Barile e Rapolla ci avviciniamo alla conclusione del nostro viaggio.

Nel primo, paese di origine albanese, quando ci affacciamo sull’insediamento rupestre dello “Scescio” (termine albanese per indicare una serie di grotte scavate nel terreno e utilizzate per conservare il pregiato vino Aglianico), dove Pasolini girò la strage degli innocenti per il suo “Vangelo secondo Matteo”, una commozione ci prende e anche però un po’ di rabbia nel vedere i ritardi con cui la zona potrebbe essere recuperata e usata meglio, ben oltre l’indicazione della strada principale allo scrittore e poeta friulano. A Rapolla, lungo l’imponente circuito delle cantine che sorregge il paese, è conservato il segreto dell’Aglianico. Il nostro viaggio termina a Venosa, città straordinaria dove è possibile leggere l’intero ciclo della storia dell’umanità ma dove è molto difficile visitare le catacombe ebraiche, le più grandi dopo quelle di Roma.

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