Giove (Cgil Emilia-Romagna): “Ecco perché la nostra autonomia è diversa da quella di Veneto e Lombardia”

di Tommaso Nutarelli

In questi giorni si è riacceso il dibattito intorno all’autonomia differenziata, richiesta da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Un tema complesso, che ha sollevato dure polemiche e molte critiche anche da parte dei sindacati. Cgil, Cisl e Uil, infatti, vedono nell’autonomia un attacco all’unità del paese, con il rischio che si creino regioni di serie A e B e aumenti così il divario tra nord e sud.

Luigi Giove, segretario generale della Cgil Emilia-Romagna, spiega tuttavia al Diario del Lavoro che le richieste della sua regione sono completamente diverse da quelle di Veneto e Lombardia, regioni che, secondo Giove, puntano effettivamente a una vera e propria secessione. Nel caos comunicativo e politico di queste settimane, afferma Giove, non emergono le differenze tra la proposta dell’Emilia-Romagna rispetto alle altre due; e si corre il rischio che l’Emilia-Romagna svolga involontariamente il ruolo di ulteriore puntello a una proposta che in realtà non condivide assolutamente.

Giove, qual è la posizione dell’Emilia-Romagna sull’autonomia differenziata?

Stiamo discutendo con la Regione Emilia Romagna da circa due anni su questo tema. Il nostro giudizio in merito si articola in una duplice valutazione, da un lato è politica e, dall’altra, sui contenuti. In origine l’idea dell’Emilia-Romagna era quella di contrapporre al progetto sostanzialmente secessionista di Veneto e Lombardia, una forma di regionalismo rafforzato – che comunque comparta delle criticità – senza minare l’unità nazionale. Oggi questa impostazione permane, anche se è mutato il quadro politico di riferimento.

In cosa è mutato?

La discussione sull’autonomia differenziata era stata avviata con il governo di centro-sinistra, che nella pre-intesa rimodulava e riposizionava le proposte di Veneto e Lombardia sul modello emiliano. Oggi però abbiamo un governo di destra, o comunque a trazione leghista, che discute in modo diverso il tema dell’autonomia. E questo fa si che la proposta dell’Emilia-Romagna sia sostanzialmente schiacciata e assimilata a quelle di Veneto e Lombardia. Il messaggio che passa è che il progetto secessionista sia appoggiato anche dalla nostra regione, cosa assolutamente non vera. Se nel dibattito politico continua a essere preminente il modello di autonomia di Veneto e Lombardia, sarebbe utile per l’Emilia-Romagna fermarsi, avere una legislazione quadro nazionale, definire i livelli essenziali delle prestazioni e solo dopo questi passaggi proseguire nuovamente con la discussione.

Dunque, la diversità dell’autonomia richiesta dall’Emilia-Romagna risiede principalmente nel rifiuto di una visione secessionista?

Questo è il punto principale, ma non è il solo. Ci sono differenze profonde anche nei contenuti stessi, soprattutto per quanto riguarda l’istruzione e la gestione delle risorse.

In cosa si differenzia esattamente il vostro progetto?

Per quanto riguarda le risorse, l’Emilia-Romagna non vuole mettere in crisi il bilancio nazionale, non vuole mettere in discussione la ripartizione dei fondi tra le regioni a statuto ordinario, né tantomeno vuole danneggiare i fondi perequativi, ossia le risorse destinate ai territori in difficoltà. Quello che la Regione Emilia Romagna ha chiesto è la garanzia che le risorse già destinate alla nostra regione siano certe e che siano gestite con maggiore autonomia. In sintesi: non mi risulta siano stati chiesti più denari di quelli attuali, ma solo maggiore libertà nell’amministrarli. E soprattutto non è stato chiesto di trattenere il residuo fiscale, ossia i nove decimi del gettito fiscale sul territorio, che invece è uno dei cavalli di battaglia di Veneto e Lombardia.

C’è poi il capitolo dell’istruzione, al quale prima ha fatto riferimento.

Si. Anche qui la impostazione è molto lontana da quella lombarda e veneta. L’Emilia-Romagna non chiede la regionalizzazione del sistema formativo, ma alcune competenze specifiche, come ad esempio sul diritto allo studio o sull’edilizia scolastica.

Poi c’è la questione delle varie competenze richieste.

Assolutamente sì. L’Emilia-Romagna ne ha richieste 15, in modo puntuale e specifico, mentre Veneto e Lombardia tutte e 23 quelle previste dall’articolo 117 della costituzione, a 360 gradi.

Quali sono le competenze che possono essere più utili alla causa dell’Emilia-Romagna?

Quelle che sicuramente aiuterebbero la regione riguardano le politiche del lavoro, il governo del territorio e la governance istituzionale. Per il lavoro avremmo bisogno di rafforzare l’incontro tra politiche attive e passive, per un maggiore incontro tra domanda e offerta. Per far questo servono investimenti pubblici nei centri per l’impiego. Per quanto riguarda il governo del territorio, ci sono vaste aree a rischio sismico e idrogeologico, e dunque la necessità di avere chiarezza sugli ambiti di intervento della regione e le risorse per attuare tutti gli interventi. Sulla governance istituzionale ci troviamo davanti a un’impasse: è stata fatta la riforma Delrio, dando per scontato che poi sarebbe passato il referendum costituzionale. Oggi ci troviamo con province che non dovevano più esistere, e che non hanno risorse. Avremmo bisogno di mettere in rete distretti e comuni, per razionalizzare le risorse e offrire servizi migliori al cittadino. Se queste competenze venissero trasferite alla regione avremmo sicuramente dei benefici. Questi processi hanno bisogno di essere maggiormente incentivati.

Lei ha detto che ci sono comunque delle criticità anche nel progetto della vostra regione. A cosa si riferisce?

I miei dubbi sono sul fatto che si possa determinare a livello regionale una dotazione aggiuntiva di organici, da destinarsi alla scuola per quel che riguarda le docenze, che mal si colloca all’interno del contesto nazionale. Inoltre se per assurdo tutte le regioni a statuto ordinario chiedessero più autonomia sulle risorse, si arriverebbe al paradosso di uno stato che agisce come un semplice ragioniere, perché una parte significativa di risorse sarebbe vincolata.

Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, ha recentemente affermato che nell’autonomia differenziata potrebbe esserci anche un rischio relativo alla tenuta della contrattazione nazionale. È così?

Io togliere il condizionale, il rischio c’è. Veneto e Lombardia chiedono la regionalizzazione dei contratti, e quindi, di fatto, il superamento del contratto nazionale. Nel comparto della scuola, intervenire sia sugli organici sia sull’offerta formativa significa creare una vera spaccatura nel paese e creando dei problemi anche per la mobilità dei docenti e degli studenti. Questa è secessione a tutti gli effetti.

La Cgil nazionale ha comunque espresso forti critiche sul tema dell’autonomia. Qual è la vostra posizione?

I timori della Cgil sono anche in nostri per quanto riguarda le proposte di Veneto e Lombardia. In merito all’idea di autonomia dell’Emilia-Romagna, come ho detto, il giudizio è molto articolato. Resta il fatto che con questo governo la discussione ha preso una strada che noi non condividiamo assolutamente, se la Regione Emilia Romagna vuole mantenere un tratto distintivo rispetto alle proposte “leghiste” sarebbe opportuno separare nettamente le discussioni in corso. Per separarle credo sia necessario fermarsi, fare una riflessione di carattere nazionale su cosa si può e cosa non si deve fare.

Questo articolo è stato pubblicato dal sito Il diario del lavoro il 28 febbraio 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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