Femminismo e lotta di classe: un’inchiesta sul lavoro femminile in Sardegna

di Marta Meletti e Isabella Russu

Come Telèfono Ruju-Telefono Rosso, campagna nata all’interno del soggetto-progetto politico “Caminera Noa”, abbiamo deciso di lanciare un questionario per analizzare le condizioni di lavoro delle donne in Sardegna. Il nostro obiettivo è quello di arrivare ad avere un quadro, quanto più dettagliato possibile, del lavoro femminile in tutte le sue forme all’interno del territorio sardo, e vorremmo raggiungere donne di ogni età e provenienza, che affrontano condizioni di lavoro diverse e differenti problematiche ad esso connesse.

Perché un questionario sul lavoro femminile? Telèfonu Ruju vuole creare un argine allo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori occupandosi di contrasto al lavoro nero, ai tirocini che nascondono lavoro pagato male o non pagato e in generale a tutti i soprusi che dilagano nel mondo del precariato e del lavoro stagionale.

Le donne, in quanto tali, subiscono una duplice forma di sfruttamento, sia da parte del sistema economico capitalistico e colonialistico che della società patriarcale. Da un lato svolgono infatti il lavoro produttivo (salariato o autonomo), il lavoro nel senso più comune del termine, soggetto alle dinamiche interne al sistema economico, spesso precario e malpagato.

Le difficoltà che una donna incontra mentre svolge (o prova a svolgere) il suo lavoro, sono numerose. Differenziali salariali, sessismo diffuso all’interno del luogo di lavoro che impedisce di fare carriera o di essere prese sul serio, discriminazioni legate alla maternità che impediscono di avere un contratto stabile o di poter conciliare famiglia e lavoro. Per citarne alcune.

Oltre al lavoro produttivo, ad esse è stato poi affidato, storicamente e socialmente, il lavoro riproduttivo, che comprende tutte le attività che sono connesse con la riproduzione della vita e con la sua cura: lavoro domestico di gestione della casa, cura ed educazione dei figli, assistenza ai familiari. Questo lavoro, oltre a non essere riconosciuto e a venire spesso dato per scontato, è indispensabile per il funzionamento dell’intero sistema economico.

Il fatto che il lavoro domestico e di cura salariato sia sempre più diffuso ci mostra, da un lato, quanto questo sia appunto indispensabile per mandare avanti il sistema economico tutto, dall’altro evidenzia come lo sfruttamento del lavoro riproduttivo sia una questione non solo di genere, ma anche di classe e di provenienza. Laddove ci sono le condizioni economiche sufficienti questo viene, infatti, spesso delegato a donne con minori possibilità economiche, nella maggior parte dei casi emigrate. I due sistemi di sfruttamento, dunque, si intersecano e sono funzionali l’uno all’altro per il mantenimento dello status quo.

È opportuno specificare cosa intendiamo quando parliamo di lavoro perché la definizione che ne viene data nel questionario vuole essere il più inclusiva possibile e comprendere tutte le forme di lavoro citate. Abbiamo voluto lanciare il questionario in concomitanza con lo sciopero delle donne dell’8 marzo lanciato dalla rete internazionale Non Una di Meno, che è sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo. Uno sciopero che supera i confini e che porta le donne, insieme, nello spazio pubblico, a rivendicare il fatto che se si fermano le donne si ferma l’intero sistema.

Lo strumento del questionario ci permette di conoscere in modo più approfondito il territorio in cui viviamo e lavoriamo, quello sardo. Ci può permettere di costruire un’analisi quanto più ampia possibile per capire di cosa hanno realmente bisogno le donne che ci abitano e quali sono i problemi con cui si devono interfacciare, e a partire da questi strutturare delle azioni di lotta.

Abbiamo bisogno di indagare circa le condizioni di lavoro delle donne in Sardegna per vari motivi. Se analizziamo il tasso di attività, che indica la partecipazione al mercato del lavoro ed è dato dal rapporto tra la forza lavoro (composta di occupati e disoccupati) e la popolazione totale, vediamo che in Sardegna quello femminile è pari al 37% e quello maschile al 56%, con un divario di quasi 20 punti percentuali.

Se stratifichiamo l’analisi in base al titolo di studio, poi, emerge che tra le persone con un titolo di studio medio-basso (licenza elementare o media), e che dunque presumibilmente hanno un reddito più basso, il tasso di attività maschile è pari al 47%, quello femminile pari al 22%. Il divario si amplia, dunque, per i livelli di istruzione più bassa, che implicano quasi sempre un reddito minore, arrivando a ben 25 punti percentuali.

Da questi dati possiamo dedurre che l’accesso al lavoro produttivo è difficile per le donne, e sembra esserci una barriera ancora più forte per quelle meno abbienti. L’assenza dal mercato produttivo implica che le donne si dedicano al lavoro riproduttivo, invisibile e non riconosciuto, e che la divisione tra lavoro riproduttivo assegnato alle donne e lavoro produttivo assegnato agli uomini sembra essere ancora molto forte all’interno della società sarda. Soprattutto, il dato ci mostra che le disuguaglianze sono interconnesse tra loro, e che non è possibile fare una lettura della società analizzando la discriminazione di genere senza tenere in conto determinanti come la condizione economica e la provenienza.

Anche il tasso di disoccupazione nel 2017 riporta un notevole differenziale di genere, soprattutto tra diplomati e diplomate: mentre la disoccupazione dei diplomati è pari al 13%, quella delle diplomate è pari al 18%, un divario consistente di 5 punti percentuali. L’intuizione circa la divisione sessuale del lavoro e le difficoltà all’accesso al lavoro produttivo e riproduttivo ci viene confermata anche dai recenti dati, raccolti e diffusi dall’Ispettorato interregionale del Lavoro, sulle dimissioni volontarie avvenute nel 2017 e nel 2018 in seguito alla nascita di figli o figlie.

Tra il 2017 e il 2018 sono state 1472 le lavoratrici e i lavoratori che hanno lasciato il posto di lavoro dopo la nascita di figlie e figli, di cui l’85% (1274) donne. Si tratta per la maggior parte di donne tra i 29 e 44 anni, molte di loro lavorano da non più di tre anni e hanno contratti di lavoro part-time. Le occupazioni da cui provengono sono quelle dell’operaia o della lavoratrice nel settore terziario (commercio, alloggio, ristorazione).

Tutti questi dati ci restituiscono un quadro ben delineato e impietoso della struttura sociale e delle condizioni di lavoro all’interno del territorio sardo: insufficienza e inadeguatezza del welfare pubblico, divisione sessuale del lavoro che assegna naturalmente alle donne quello riproduttivo, difficoltà di accesso al lavoro produttivo costituito di precarietà e impossibilità di conciliare famiglia e lavoro.

Per questi e tanti altri motivi, con il questionario sulle condizioni di lavoro vogliamo dare voce alle donne, vogliamo sentire da loro in prima persona quali sono i cambiamenti che sono maggiormente necessari e i servizi di cui hanno bisogno, non solo per raccogliere dati a fini statistici ma anche e soprattutto per prendere coscienza della nostra condizione e porre le basi per un cambiamento che parta dalle necessità reali di tutte noi.

Fonti e dati

  • CRENoS. Economia della Sardegna, 25° rapporto 2018
  • Ispettorato Interregionale del Lavoro. Relazione sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri (anni 2017 – 2018)

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto Sardo il 16 marzo 2019. Foto Luigi Goddi

Autore dell'articolo: Amministratore

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