Europa, come ti vorrei

di Vincenzo Vita

Prima di tutto sconfiggere le destre, populiste o meno, alle prossime elezioni. È questo l’imperativo categorico. Guai a dar vita ad un arcipelago di liste nei settori del progressismo e della sinistra. L’onda nera può essere fermata da dighe forti, non da mille piccole palafitte. E non si possono logorare anche i santi, che già sono pochi. Non è compito delle associazioni “dare la linea”, ovviamente. Lo spirito generale, però, conta e il contesto è importante.

All’ARS e al CRS – come sempre ricordano Aldo Tortorella e Maria Luisa Boccia – spetta se mai la funzione di offrire luoghi aperti e mai faziosi per l’elaborazione creativa delle culture politiche, dei punti fondamentali preliminari rispetto ad ogni azione concreta.

La questione dell’Europa è oggi, per di più, una straordinaria metafora del nuovo mappamondo. Che, ormai, si è girato rispetto alla visione della centralità occidentale: la Cina è davvero vicina e sta vincendo la “guerra fredda” della lotta per la supremazia scientifica, a cominciare dalla regina delle tecniche perché integra e supera tutte le altre: l’intelligenza artificiale.

Trump e il suo regime, Putin e suoi oligarchi, la Brexit come epifania del “sovranismo” (più difficile uscire dall’Europa che rimanerci) danno il tocco politico-estetico della geopolitica contemporanea, la cui visione d’insieme sembra scomparsa dal talk politico, esasperatamente provinciale, prima che nazionale o “sovranista”. E poi la profonda trasformazione dell’intero sub-continente asiatico, con l’India in progressione elevata. Non solo.

L’Africa è in ebollizione, perché la sua evoluzione è diseguale, segnata dagli esiti del terribile colonialismo europeo che l’ha devastata. E il capitolo dei migranti (“erranti”, come sottolinea Etienne Balibar, cittadine e cittadini del mondo) non è un accidente da esorcizzare o da reprimere, come vorrebbero governanti dal piglio autoritario, tragico e insieme grottesco. Bensì riguarda nel vivo dei corpi il tema dei temi: i flussi che accompagnano ogni grande passaggio di epoca, e che solo una visione gretta e reazionaria si permette di eludere. È la faccia della globalizzazione che tocca le persone in carne e ossa.

Qui dentro sta, deve stare la discussione sull’Europa, fuori dall’assurda e nichilista polarità “dentro-fuori”. Come se ancora il problema si potesse limitare alla pura esegesi dei buoni propositi di Ventotene (stracciati purtroppo pressoché subito) o alla rincorsa dei populismi di destra separatisti. La ri-costruzione dello spirito continentale fatto di Welfare e di solidarietà richiede da una parte un profondo ripensamento dei trattati, dall’altra – soprattutto- l’entrata in scena di soggettività politiche e sindacali effettivamente europee.

Se non si compongono le differenze esasperate nelle e tra le formazioni che fanno capo al GUE (gruppo unitario europeo) non si arriva ad un vero punto di rottura con il passato. Tra le forze che si battono per una trasformazione dell’Unione (Diem 25, Podemos, Sinistra portoghese) e quelle ispirate al “sovranismo” (France Insoumise, Aufstehn diretta da Waghenecht e La Fontaine in Germania) c’è una frattura, che si riverbera pure su ciò che si muove in Italia fuori dal Partito democratico. Una lista unitaria a sinistra sarebbe un passo importante, potenziale anticipazione di un seguito utile e costruttivo.

È un appello che rivolgiamo a tutte e a tutti. Appello particolarmente doveroso dopo le straordinarie mobilitazioni di Fridays for Future che hanno messo al centro dell’agenda la sopravvivenza stessa dell’umanità nell’emergenza climatica, e dopo lo sciopero globale promosso dalle donne l’otto marzo. E in presenza di associazioni e miriadi di iniziative “post-partitiche” che ci interpellano sulla rappresentanza.
Senza uno scarto e una “rottura” di continuità con il passato calerebbe, forse per più di un lustro, il sipario. E la stessa parola “sinistra” – di fronte ad un eventuale triste mosaico di sigle- diverrebbe impronunciabile: tanti sono gli errori e le occasioni mancate. Frutto di delitti colposi e talvolta persino dolosi.

Rimettere insieme – pur difensivamente – le diverse soggettività, tuttavia andando verso nuove generazioni di attivisti e dirigenti, è cruciale. Ed è coessenziale trovare luoghi e forme di organizzazione unitaria del lavoro, frastagliato nell’era del capitalismo delle piattaforme in mille rivoli contrattuali e in altrettante dimensioni local-statuali (a comando globale e sotto l’egida degli algoritmi). La sacrosanta esigenza di irrompere nella strettoia dialettica “Commissione-Banca centrale” e di sconfiggere la sbornia liberista che ha segnato gli ultimi trent’anni rimane un’evocazione astratta se non si cala in lotte concrete o, meglio, nella capacità di connettere i numerosi rivoli di resistenza. Contro la finanza crudele, ma pure contro i proprietari dei dati della Rete non servono rivolte, bensì progetti e pratiche alternativi.

Le mobilitazioni, persino quando sono grandi e forti, se non vengono “contaminate” da un pensiero di cambiamento sociale e non di mera ribellione, corrono verso la strada delle destre o della violenza come a Parigi. Il puro rifiuto, senza ideologie di riferimento, degenera facilmente -infatti- nel qualunquismo o nella vandea. Sembra questa, del resto, la parabola del pur variegato movimento dei Gilets jaunes. Sicuramente sono colorate di nero l’onda ungherese e le svariate sfumature di Visegrad, nonché crimini odiosi e abnormi come la carneficina di Christchurch esplicitamente ispirata al “suprematismo” fascista.

L’Europa rinasce se i suoi pezzi vengono ridefiniti in una logica di rinnovato intervento pubblico e di lotta contro le disuguaglianze: di classe, non di casta. Sì, il facile e ripetitivo affresco della contrapposizione tra “élite e popolo” va sostituita da quello sempre attuale della lotta tra ceti dominanti e settori subalterni, sfruttati o precarizzati. Schiavi materiali e intellettuali. Non è facile, ovviamente, rifondare una sinistra in Europa per un’Europa in grado di aprire un ciclo post-socialdemocratico e post Muro di Berlino. La sfida, però, è questa e il voto che incombe costituisce un esame di maturità.

L’Associazione per il rinnovamento della sinistra e il Centro per la riforma dello intendono offrire alla discussione un luogo aperto e unitario per riannodare i fili del discorso. L’indice dei problemi riguarda alcuni dei capitoli essenziali che toccano il tessuto nervoso della vicenda europea: pace e guerra, presenza nella Nato ed alleanze internazionali; relazioni con la Cina; lavoro; migrazioni e strategie dell’accoglienza; diritti (vecchi e nuovi, come ad esempio il copyright-copyleft) e assetti democratici.

Il processo decisionale richiede un profondo ripensamento: tempi e modalità partecipative sono cruciali per riannodare il rapporto tra governanti e governati, a partire dai poteri del parlamento e dalle forme di designazione dei commissari. Non si possono sottrarre alla deliberazione democratica – come fanno i trattati- contenuti essenziali che riguardano innanzitutto la cittadinanza sociale. E va rilanciata l’idea dell’Europa federale. L’Europa siamo noi e deve tornare tra di noi.

Sintesi della relazione tenuta al seminario promosso da ARS e CRS sabato 16 marzo presso la Fondazione Basso a Roma. È stata pubblicata sul sito di Libertà e Giustizia il 17 marzo 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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