Due appuntamenti per il clima: la riscossa internazionale dei giovanissimi

di Sergio Sinigaglia

Venerdì prossimo, 15 marzo, decine di città europee e non solo, vedranno scendere in piazza migliaia di giovani in occasione dello sciopero internazionale per il clima. Una settimana dopo, sabato 23, a Roma si terrà una grande manifestazione nazionale sugli stessi contenuti e contro le grandi opere. Due appuntamenti rilevanti che rilanciano alla grande il movimento socioecoambientalista.

In particolare la giornata del 15 assume una importanza notevole. L’aspetto sicuramente centrale, come hanno evidenziato molti commenti, è certamente il protagonismo di una nuova generazione, i cosiddetti “millennials” che finalmente sembrano aver rotto gli indugi e intendono prendere nelle proprie mani il loro destino. Dopo il movimento altermondialista, quello di “occupy” e degli indignados, una nuova leva, fatta di giovanissimi, assume rilievo internazionale.

Soprattutto stravolge una visione del tempo ormai da anni appiattita su un infinito presente, con l’annullamento della memoria del passato e ancora di più di qualunque progettualità futura. E infatti proprio sul futuro del nostro pianeta è impostata l’analisi e l’attenzione del nuovo movimento. In completa sintonia con il “principio responsabilità” di Hans Jonas, questi giovanissimi mettono al centro del loro agire politico la denuncia del vicolo cieco in cui il Sistema sta conducendo la nostra e le altre specie viventi.

In questo scenario c’è un grosso rischio. Si tratta del tentativo dello stesso Sistema, con i mezzi di comunicazioni di massa in prima fila, di convogliare il tutto in una generica e indistinta “melassa ambientalista”, dando delle gran pacche sulle spalle a questi “bravi ragazzi”, favorendo l’affermazione di una denuncia superficiale, senza che il dito venga puntato nella giusta direzione. Come spesso capita in questi casi l’invito perentorio è di “non ideologizzare” la protesta.

Significativo l’articolo apparso sul settimanale tedesco Die Ziet, riportato da Internazionale, dove dopo aver sottolineato che “un elemento chiave della protesta è che la politica ambientale non è più una questione ideologica” ricorda come “qualche anno fa molti avrebbero temuto che la sinistra radicale stesse usando il pretesto delle politiche ambientali per promuovere una trasformazione del sistema politico e sociale” e prosegue ricordando come “la scienza non ha nulla a che fare con l’ideologia. Non in una democrazia liberale, di cui anzi è uno dei fondamenti”.

Una considerazione a cui si aggiunge una frase contenuta nel rapporto Ipcc del 2018 dove si legge che “per limitare il riscaldamento globale c’è bisogno di cambiamenti rapidi, radicali e senza precedenti in tutti i settori della società”. E conclude sottolineando come “la crescente deideologizzazione della crisi climatica permette alla protesta studentesca di aver una prospettiva vastissima” dato che si batte “per un principio profondamente liberale radicato nelle nostre democrazie: la maggiore felicità per il maggior numero di persone”.

Invece, con buona pace del commentatore del settimanale tedesco, bisogna fare proprio il contrario: ideologizzare al massimo la protesta, mettendo in discussione radicalmente il grande impianto ideologico costruito in questi anni dal “sistema liberale” che sta alla base della devastazione del nostro pianeta. Sul banco degli imputati deve salire la dittatura di mercato che ha ridotto il mondo a un grande mercato globale, mercificando ogni aspetto della nostra vita.

Ancella preziosa del furore capitalista è stata proprio quella “democrazia liberale”, ormai un feticcio, glorificata dai mass media di regime di ogni latitudine. Con il mantra sintetizzato nel “there is not alternative”, non c’è nessuna alternativa, si è preclusa, almeno nelle intenzioni, qualunque possibilità di prospettare un radicale cambio di paradigma. Ma non basta. Accanto alla denuncia della deriva a cui il capitalismo ha condotto l’umanità, c’è un altro aspetto fondamentale, che va oltre l’anticapitalismo e chiama in causa l’altra grande ideologica negativa che sta alla base della narrazione del Potere.

La centralità della “crescita”, emblematicamente rappresenta dal “Partito del Pil” che tra i suoi adepti annovera componenti che vanno dai liberisti agli apologeti del produttivismo di “sinistra”, in tutte le sue versioni, da quella “moderata” a quella “radicale”. Fino, paradossalmente, allo stesso mondo ambientalista, con la mistificante “green economy”. Il pensiero unico di questa concezione del mondo ha come comune denominatore appunto la necessità delle “crescita” a tutti i costi.

Ignorando che se in effetti ha ragione il rapporto Ipcc per il quale sono necessari “cambiamenti rapidi e radicali”;ciò significa andare nella direzione diametralmente opposta a quella indicata dai sostenitori della “crescita”. Ecco perché da tempo si è andata affermando, prima in una nicchia ristretta, negli anni Novanta del secolo scorso, poi in una cerchia sempre più vasta fino a conquistare ampi settori dei movimenti e dell’opinione pubblica, una scuola di pensiero che ha fatto proprio il concetto di “decrescita”, a cui per indorare la pillola ha aggiunto l’aggettivo “felice”.

Ma di questo si tratta: se la crescita a dismisura è una evidente follia, se il compulsivismo consumista e produttivista (capitalista e “socialista”) ha creato i presupposti per l’estinzione della nostra e delle altre specie (e tutti gli indicatori purtroppo stanno a mostrare come probabilmente stiamo chiudendo la classica stalla quando i buoi sono già scappati), dobbiamo andare nella direzione opposta. Produrre radicalmente di meno, lavorando quindi molto di meno e meglio, così come drasticamente diminuire il livello dei consumi. Non si tratta di tornare indietro di decenni, ma di modificare stili di vita, abitudini, e lo stesso sistema produttivo a partire, come evidenziano da tempo non pochi economisti, dalla capacità di durata del prodotto.

Lo stesso Latouche in un saggio di anni fa, arrivava a prendere come modello il livello di consumo dell’inizio degli anni Settanta, quindi non certamente un riferimento di società propriamente pauperistico. In sostanza si tratta di mettere in discussione le basi del sistema in cui viviamo e innescare una rivoluzione radicale, sostituendo all’ideologia capitalista (e socialista novecentesca), produttivisa e anche “industrialista”, un progetto di società completamente alternativo che potenzialmente si manifesta già in tutta una serie di esperienze comunitarie sparse nel pianeta. Dove democrazia di base, giustizia sociale, cercano di essere praticate insieme a una visione ecologista dei rapporti con il contesto e le altre specie.

In conclusione, è auspicabile che questi contenuti entrino apertamente nell’agenda politica del nuovo movimento di giovani che sta nascendo. Una parte di coloro che il 23 manifesteranno a Roma li ha già fatti propri.

Autore dell'articolo: Amministratore

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