Dopo il voto: ripensare la sinistra in Sardegna

di Roberto Loddo

Dopo il testa a testa ipotizzato dagli exit poll tra Massimo Zedda e Cristian Solinas i risultati ufficiali del voto sardo hanno invece delineato un’ampia vittoria per il candidato del centrodestra e della Lega. Un centrodestra diverso da quelli precedenti caratterizzato dalla migrazione di settori della destra nel PSd’Az e da una Lega telecomandata dal ministro dell’Interno che diventa il primo partito della coalizione. Con queste premesse è molto difficile immaginare una giunta regionale non contaminata dalle mani nere dello spettro di Visegrád e dell’internazionale dell’intolleranza.

La vecchia formula del centrosinistra si è rivelata una medicina sbagliata per la coalizione civica e progressista. La stessa formula aveva fallito nelle elezioni regionali in Abruzzo del 10 febbraio. Massimo Zedda ha perso anche perché la Sardegna non è immune al declino inarrestabile delle sinistre riformiste europee. Salvini e Solinas non sono il frutto del destino cinico e baro ma sono il prodotto di scelte politiche dei governi europei e italiani che con trent’anni di politiche antisociali hanno disintegrato la società, alimentato le diseguaglianze e la rabbia delle persone.

Queste elezioni regionali sono la fotografia di una società stanca dell’esistente che in assenza di alternative al neoliberismo si è lasciata dominare da pulsioni di rancore e dall’idea che i penultimi devono salvarsi anche a costo di sacrificare gli ultimi. Le politiche dell’austerità sono state praticate dagli stessi soggetti politici che oggi chiedono un mandato agli elettori per costruire comitati di liberazione nazionale contro il governo dei giallo verdi. Riproporre agli elettori lo stesso piatto ma con un nome diverso potrebbe rivelarsi la risposta meno credibile alla sofferenza generata.

La sanità sarda è l’esempio più drammatico di un’isola delle disuguaglianze che riconosce i suoi carnefici e decide di punirli. Da quando si è insediata la giunta Pigliaru le politiche riduzioniste in materia sanitaria hanno creato una grande opposizione sociale in tutta la Sardegna. Alle lotte dei territori per la difesa degli ospedali e del sistema sanitario pubblico la giunta Pigliaru ha risposto con parole arroganti e poco accoglienti. Le persone che hanno vissuto sulla propria pelle la destrutturazione del diritto alla salute non hanno creduto alla promessa della cancellazione della riforma della ASL unica fatta da Massimo Zedda nelle stesse ore in cui chiudevano importanti servizi per la salute.

Il centrosinistra sardo non ha saputo porre la questione della democrazia come questione centrale nel dibattito politico. Il 4 dicembre 2016 i sardi hanno deciso di bocciare il disegno oligarchico della nuova Costituzione renziana ma nessuno dei soggetti politici che hanno interpretato questa voglia di democrazia, compresi i cinquestelle, ha deciso di lottare contro l’attuale legge elettorale sarda. Una legge antidemocratica voluta dal Pd e dalle destre che garantisce alla coalizione vincente una maggioranza del 55% dei consiglieri regionali e una soglia di sbarramento del 10% a danno delle formazioni non alleate con le due coalizioni più votate.

La destra di Salvini e Solinas ha idee molto chiare sul futuro modello di sviluppo della Sardegna: nessuna riconversione e mantenimento dell’industria petrolchimica e di tutte le iniziative che hanno favorito attività estranee alle caratteristiche dei nostri territori, comprese le basi militari e la fabbrica di bombe Rwm. La coalizione civica e progressista non ha avuto il coraggio di proporre un’alternativa all’attuale modello di sviluppo fallimentare che sta danneggiando, in modo irreversibile, il nostro paesaggio e l’ambiente.

Il risultato fallimentare delle tre liste dell’autodeterminazione in Sardegna ci parla di tre piccoli castelli identitari. Fortezze esclusive che non sono riuscite a coltivare nessuna ipotesi di relazione con la società che circondava i propri candidati presidenti. Fino all’ultimo giorno utile alla presentazione delle liste nessuno ha colto l’opportunità di far uscire dalla gabbia della piccola politica un’alleanza innovativa tra i soggetti di AutodetermiNatzione, quelli di Sinistra Sarda, Sardigna Libera e l’area ribelle di sinistra italiana. Aver rinunciato a questa possibilità è stato un errore politico importante.

Rifondazione Comunista è membro del Party of European Left insieme a Sinistra Italiana e il Pci ne è osservatore. Costruire una connessione con il mondo dell’autodeterminazione e la sinistra significa anche lanciare le basi per le elezioni europee del 26 maggio uno spazio nuovo della sinistra sarda e degli indipendentisti federata con il Partito della Sinistra Europea. Oggi la sinistra europea accoglie anche i partiti dell’autodeterminazione come accade con il partito irlandese Sinn Féin e la coalizione basca Euskal Herria Bildu componenti dell’European United Left e Nordic Green Left nel Parlamento Europeo. Mi auguro che questa sconfitta faccia riflettere i gruppi dirigenti di questi partiti e si possa ricostruire a breve una nuova ipotesi di dialogo.

Per il mondo della sinistra italiana in Sardegna è sempre stato un tabù parlare dell’autogoverno e del patto costituzionale che lega la Regione Autonoma Sardegna allo Stato italiano. Per rompere questo tabù la Sinistra Europea deve aprire un confronto orizzontale con quei movimenti che da anni si battono per l’autodeterminazione e l’autogoverno della Sardegna. In Sardegna i partiti indipendentisti possono essere alleati preziosi della costruzione di una coalizione europea dell’uguaglianza e della democrazia L’autodeterminazione priva di una visione di classe, disconnessa alla lotta per l’uguaglianza, è solo una mera riproposizione in un formato più piccolo delle forme nazionaliste, autoritarie e violente dello Stato. Non si sente proprio il bisogno di piccoli Orban in salsa sarda.

E allora che fare? Ha ragione Alfonso Gianni quando scrive che “la posta in gioco nelle prossime elezioni europee è quella di fare emergere una posizione alternativa tanto al pensiero europeista dominante, quello delle attuali leadership, quello del rinnovato asse franco-tedesco, quanto ai nazionalismi sovranisti di ogni tipo”. Per questa ragione è necessario mettere in discussione tutta la nostra storia per dare risposte a chi ci domanda di trasformare la realtà.

La sinistra in Sardegna può riprendersi dal coma solo se costruisce un soggetto politico dei conflitti sociali. Per fare questo bisogna abbandonare la vuota retorica dell’unità a tutti i costi e con chiunque. Non possiamo essere uniti al PD sperando in una segreteria migliore dalle primarie e contemporaneamente batterci contro le politiche neoliberiste. Non possiamo farci accompagnare dai socialisti e i liberali europei e stare anche con i movimenti che combattono l’occupazione militare della Sardegna. Abbiamo bisogno come l’ossigeno di un soggetto politico nuovo, ecologista, femminista e antiliberista. Un luogo accogliente e riconoscibile per chiunque voglia agire l’uguaglianza, la democrazia e l’autodeterminazione della Sardegna.

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto Sardo il 1° marzo 2019

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *