Miniature campianesi: sorprese dalla costa adriatica, quella più no border

di Silvia Napoli

Si scontorna nel buio da cui sembra attingere energia, la figura vibrante e resiliente di Ermanna Montanari, uscita come un fuoco fatuo nella notte di San Giovanni, da una terra consacrata e mangiapreti insieme,quale quella di Romagna, per entrare nella leggenda della ricerca teatrale italiana grazie ad un un carico non indifferente di premi al suo talento molteplice,forgiato dalla disciplina condivisa nell’insieme del collettivo di lavoro, le albe ravennati e multietniche fondate ormai diversi lustri fa insieme al compagno di una vita, Marco Martinelli.

Ermanna, così unica e così moltiplicata appare in primis dalla sua voce potente, nel senso della dotazione di poteri soprannaturali, quasi sciamanici, anche quando il registro è basso, gorgogliante come un ruscello carsico, poi dalla lingua dura, sporcata, un gramelot di accenti che dice cosi tanto della nostra comune matrice primordiale, femmina e tellurica, signora dei dialetti, questi straordinari mediatori di Rivelazione per noi mortali.

Miniature campianesi è un libro di Ermanna Montanari – testi – e Leila Marzocchi – illustrazioni – (Oblomov Edizioni, 108 pagine, 15 euro), un libro forse dedicato a Campiano, ombelico di un mondo antico, ma non piccolo, non provinciale, certo, un bellissimo libro benissimo illustrato fortemente voluto da un artista raffinato e cosmopolita quale Igor Tuveri, per i tipi di Oblomov, nella collana… Feuilleton ma soprattutto un corpo intimo, ubiquo, guizzante, pregno di eterno in senso eracliteo, potremmo dire, cosi da offrirsi parlante al pubblico tutto in maniera prismatica e differenziata.

Siamo in una sala auditorium di Bentivoglio, nella verde campagna ad un passo da Bologna e questa esperienza, perché è impossibile da definirsi altrimenti, ci viene donata, si, in quella certa accezione antropologica, nell’ambito della stagione Agorà, curata dall’associazione Liberty. Una stagione forte, definita e delicata, niente affatto periferica nelle sperimentazioni e nei contenuti, coraggiosa e sapiente ad immagine della sua curatrice Elena Di Gioia, che appare realmente toccata, nel presentare prima e dopo la donna e l’artista accanto a sé e giustamente si appella al termine liturgia per rendere conto dell’aspetto rituale, di ciò che si compie in questa sala meravigliosamente popolare in senso corale universale.

Le storie, gli squarci biografici, le istantanee, i santini, che Montanari estrae dal suo repertorio campianese con la determinazione concentrata dei bambini alle prese con il baule delle meraviglie, sono offerte in comunione per tutti, per riconciliarsi o forse arrabbiarsi, mai arresi al cosi vanno le cose, eppure in sintonia con il respiro dell’universo:ognuno è appeso in qualche modo a questa voce ipnotica, che assume una colorazione appropriata per ciascuno e mentre una folla di reminiscenze da divinità benigne del fare Teatro e dell’Arte tutta si affaccia al nostro sentire, distillate come sono in purezza nella maestria della nostra autrice, come non sentire una eco profonda, un genius loci che cantilena: Zvanii…

Sì, esiste una Romagna che è condizione dello spirito, tutta tesa com’è in una dialettica spasmodica tra eroismo, anelito libertario e orizzonte concluso, conservazione, tradizione e trasgressione ed esiste un luogo della mente, per tutti noi, dove tutto si confonde con il sogno, dove come bendati per un gioco infantile e crudele, ci facciamo portare per mano:per essere amorevolmente condotti o puniti? Per espiare o imparare? La stanza da ricevere, un luogo per accogliere o essere accolti, ad uno strano incrocio tra Lynch, Henry James, Joyce,dove però in una sorta di epifania appare fioco il bagliore di una vocazione molto precisa. Così si scrive in automatismo onirico la traiettoria di una vita, cosi misteriosa eppure rapida, aggressiva, dritta come una freccia che fa sanguinare. Anche quando si sorride, perché questa biografia ha pure i tratti di Gian Burrasca, di Alice curiosa, lo spirito sperimentatore di George Sand e di Colette.

Non siamo probabilmente in tanti tra il pubblico,ad avere diretta esperienza del collegio di suore, nella costrizione disciplinare e morale, magari non ci siamo neppure mai sognati di partecipare ad una recita, eppure questa figurina di ragazza ribelle e rigorosa, feroce e appassionata, indomabile e dolente, è noi tutti in questo transfert collettivo che Ermanna Montanari istituisce con il prezioso ausilio di tutte le sue straordinarie trasfigurazioni di una vita: Rosvita, la monaca posseduta dalla sua immaginazione sanguinaria su tutte, eppoi Alcina, mere Ubu, la madre coraggio di Pantani e tante altre, ad evitare qualsiasi rischio di ammiccamento nei confronti dello spettatore.

Perché ci sarebbe tanto da dire sull’arte cosi personale e cosi Persona, in senso etimologico, di Ermanna, sul suo mai stancarsi di innovare, sempre attenta a non perdere il filo,le bricioline di Pollicino per tornare a quella se stessa di Campiano, ovunque nel mondo si trovi. Quell’arte cosi intrisa di donnità ancestrale, letteraria, ma anche cosi quotidiana, se mi si può passare il termine, da travalicare lo stereotipo della donna che parla alle o per le altre donne ed assurgere ad un discorso non già suppostamente neutrale, ma universalistico nell’accoglienza dei punti di vista, a partire da quello della divinità madre mediterranea.

Un’arte pratica, che si costruisce in scena, da vera capocomica, che le impedisce di appiattirsi o riassorbirsi o riassumersi nelle geniali intuizioni di Martinelli e di tutto il gruppo. Non per caso, Laura Mariani, docente e studiosa raffinata, militante, attenta alle questioni di genere e alla composizione di una storia delle teatranti fuori formato, le ha dedicato una appassionata monografia in anni recentissimi, dal significativo titolo:Fare, disfare, rifare, a sottolineare l’amore per la fatica della scrittura teatrale che la contraddistingue.

In questo fare incessante e febbrile, Montanari è riuscita a conquistarsi il suo quarto premio UBU come miglior attrice interprete per il 2018 su ben due lavori targati Albe in coproduzioni diverse, a vincere un premio letterario per queste sue miniature, ad appena un anno dal riconoscimento congiunto con Martinelli per il progetto di comunità Inferno, da Dante, nell’ambito di Ravenna Festival. Quando il recital ha termine ed Ermanna si rende disponibile al suo pubblico, rimane in sala sospeso l’enigma di questa potente compresenza in un’unica donna di un elemento regale ed arcaico che la rende intangibile e di una carica umana sovvertitrice che ce la rende sorella.

Per ciò che concerne l’Italia, quest’anno dovremmo vedere Ermanna impegnata nella la fase due del progetto dantesco e dunque sono cominciati già i laboratori pubblici per il Purgatorio, presumibilmente pronto per l’estate del Ravenna festival, ma ricordiamo anche un festival tutto suo e nuovo,nato nel 2017, creato apposta per dare spazio alle nuove drammaturgie ed ospitare tante donne e figure trasversali e limitrofe al Teatro, quale Enter. Le sorprese dalla costa adriatica più no border non mancheranno ancora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *