Matera 2019: la “riscoperta” dei sassi è merito di una tenace “minoranza”

di Michele Fumagallo

No, non è buona la melassa “ottimistica” che si respira su Matera, con la complicità del conformismo dei media, e che viene però anche inoculata da classi dirigenti locali che dimenticano la storia. Che dimenticano, ad esempio, che i quartieri antichi dei Sassi sono stati abbandonati e letteralmente lasciati nell’incuria e nel degrado per alcuni decenni. La difesa dei Sassi dall’abbandono totale, fin dall’inizio della storia dell’evacuazione, è stata patrimonio di una minoranza di architetti e urbanisti, cittadini “resistenti” e preveggenti, qualche circolo culturale.

La grande maggioranza delle forze politiche ha sposato l’abbandono totale dei Sassi e l’ha mantenuto per molti anni. La “minoranza” invece voleva -, prima e dopo le affermazioni di Togliatti che auspicava la fine di quella “vergogna nazionale” e le decisioni di De Gasperi che approntò la legge speciale sullo sfollamento dei Sassi -, il risanamento degli antichi quartieri con l’evacuazione di una parte notevole degli abitanti ma non tutti.

Complice il progresso vorticoso del dopoguerra con gli appetiti di nuova edilizia e nuove costruzioni che allora imperversavano ovunque, la spinta della maggioranza delle forze politiche fu decisiva e inarrestabile e i Sassi non furono “curati” ma “morirono”. Si spense letteralmente anche la luce e i quartieri antichi dove un tempo abitavano fino a sedicimila persone, a due passi dal centro cittadino “borghese”, restarono lì al buio a memoria della mancanza di coraggio degli uomini (anche quelli migliori della Prima Repubblica) e della distruzione conformistica del passato. Grazie a dio non furono abbattuti.

Era previsto anche questo dopo che gli abitanti lasciarono al demanio le loro case nei Sassi e andarono ad ingrossare i nuovi quartieri, alcuni costruiti, per la verità, con intelligenza e acume urbanistico. La battaglia quindi continuò allargando sempre di più il consenso fino alla legge nazionale di risanamento. Il resto è storia più recente che inizia negli Anni Novanta del secolo scorso: dal principio di riabitazione dei quartieri al riconoscimento del Patrimonio Unesco, dalle location cinematografiche al turismo di massa fino all’esplosione degli ultimi 4 anni e mezzo con la proclamazione di Capitale europea della cultura.

Dovremo ricordare in questa rubrica l’impegno e il lavoro dei protagonisti “diretti” di quella battaglia. Ma oggi mi preme accennare ai protagonisti “indiretti” della battaglia pro-Sassi venuti un po’ dopo. Soprattutto uno di questi: Pier Paolo Pasolini, giunto a Matera nel 1964 a girare il suo “Vangelo secondo Matteo”.

Ricordo di aver intervistato anni dopo, per “Il manifesto”, il fotografo e ex funzionario del Pci Domenico Notarangelo, che era interprete del centurione nel film oltre ad essere suo braccio destro per la ricerca delle comparse. Mi raccontò che una sera (i Sassi erano già in gran parte evacuati) Pasolini lo chiamò e gli chiese che intenzioni avevano e cosa avrebbero fatto dei Sassi. Notarangelo, “comunista ortodosso”, gli disse entusiasta che stavano dando una casa nuova agli abitanti per liberarli dalla miseria delle vecchie abitazioni. La risposta di Pasolini fu fulminante: “Voi state commettendo un delitto e vi pentirete amaramente”.

Il “delitto” fu compiuto ma, grazie a dio, cioè grazie alle battaglie di alcuni esponenti illuminati (è sempre la minoranza il lievito della storia, no?) le cose cominciarono a prendere il verso giusto. Naturalmente non è che, anche qui, non ci siano state contraddizioni, acuite ancor di più oggi. Lo vedremo. Ma l’insegnamento che si può trarre dalla vicenda è che il rapporto col passato, grande questione di ogni epoca storica, è fondamentale per il futuro. E che chi non sa prendere il buono del passato per portarlo nel futuro è foriero di progresso malato (ieri) o, peggio, è perduto nell’inconsistenza del “nuovismo” (oggi).

Adesso che stiamo in un altro periodo storico, qualcuno, a Matera (e altrove), vuole riprendere il filo del passato per un racconto veritiero? Fuori dagli ottimismi auto assolutori che non hanno altro effetto che la mortificazione dello spirito critico, sale di qualsiasi forte democrazia?

Qualcuno vuole cominciare a dire che la “festa” non è la sospensione della “critica” e che anzi gioia e critica vanno insieme e sono persino indissolubili?

Autore dell'articolo: Amministratore

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