Matera 2019: Carlo Levi e Rocco Scotellaro, stelle polari per molti ma non per questa manifestazione

di Michele Fumagallo

Rare volte l’arte ha avuto capacità di canalizzare l’interesse di tantissimi studiosi e artisti verso un territorio come è capitato in Basilicata a Carlo Levi e Rocco Scotellaro. Non c’è stato studio, viaggio, perlustrazione, addirittura “spedizione”, di sociologi, antropologi, critici, altri artisti, che non abbiano, dal dopoguerra in poi, nominato i due nelle loro analisi o inchieste o “viaggi letterari”. Levi e Scotellaro sono naturalmente del tutto diversi dal punto di vista artistico e vanno analizzati ognuno per sé. Anche se resta, non nuovo ma bello, l’appellativo dato ai due, nella rivista americana di cui accenniamo alla fine di questo pezzo, dal critico Goffredo Fofi: “fratello maggiore, fratello minore”.

Levi, “torinese del sud” secondo la felice espressione dei biografi De Donato e D’Amaro, era già assurto, dopo il grande successo di “Cristo si è fermato a Eboli” pubblicato nel 1945, a “nume tutelare” della Lucania. Molti, anche stranieri, chiedevano consigli a lui prima di inoltrarsi nel territorio lucano. È in gran parte a lui quindi che si deve l’attenzione di tanti studiosi verso la Lucania negli anni Cinquanta del secolo scorso.



Scotellaro, poeta “dell’alba sempre nuova” e sindaco, incontrò Levi a Tricarico durante la campagna elettorale per la Costituente nel 1946. Si sviluppò da allora un’amicizia che durò fino alla sua morte prematura, nel dicembre del 1953, a soli trent’anni. Un’amicizia che continuerà ben dopo la morte del giovane poeta e che sarà rinsaldata “per sempre” dal grande telero dipinto da Levi per il centenario dell’Unità d’Italia, che racconta episodi della Basilicata attraverso la vita sociale e politica di Rocco Scotellaro (è esposto permanentemente a Palazzo Lanfranchi a Matera).

È davvero un peccato, allora, che i versi di Rocco Scotellaro – “È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi / con i panni e le scarpe e le facce che avevamo” – non siano stati il leitmotiv o anche il logo di Matera 2019. È un vero peccato che ai due autori non sia stato previsto, nel programma di Matera 2019 e magari all’inizio delle manifestazioni, un grande convegno internazionale. E, per Levi, è davvero una grossa mancanza che, ad esempio, non sia stata approntata dalle istituzioni un’edizione critica, arricchita da qualsivoglia documento o foto o dipinto, di “Cristo si è fermato a Eboli”; un’edizione artistica di quelle che lasciano il segno nella storia delle pubblicazioni. Si poteva pensare e si poteva fare (magari ancora?), certo bisognava avere l’insegnamento del passato in cima ai pensieri…

La cosa del resto si sarebbe sposata bene con l’interesse, ancora attuale, verso questo scrittore e pittore. È uscito, ad esempio, da poco, in una nuova edizione, un volume che racconta, tra l’altro, la storia della nascita di “Cristo si è fermato a Eboli”. Si tratta di “L’arse argille consolerai” di Nicola Coccia per le edizioni ETS. Il volume descrive, nella Firenze occupata da fascisti e nazisti, l’ambiente della casa di Anna Maria Ichino, che si fece in quattro per ospitare antifascisti proveniente da ogni dove.

Tra questi c’era il ricercato Carlo Levi. E lì, frutto di uno scherzo e un patto tra Manlio Cancogni e Carlo Levi, nacque il volume sul confino. Cancogni doveva redigere un suo libro e, a mo’ di stimolo reciproco, chiese a Levi di scrivere e raccontare l’esperienza del confino in Lucania. Levi non voleva saperne perché non aveva mai scritto in termini “letterari” ma politici e giornalistici. Cancogni allora gli propose un gioco: stendere ognuno un capitolo del proprio libro, scambiarselo, commentarlo, e poi andare avanti. Fu così che, dall’autunno del 1943 alla primavera del 1944, nacque “Cristo si è fermato a Eboli”.

È solo un caso, certo, che il libro sia scritto nella Firenze oppressa dal nazifascismo. Ma a me, forse per una suggestione che suggerisce che a volte tutto torna e si riunifica nella vita, viene subito in mente la prima rivolta antifascista e antinazista in Italia meridionale, quella appunto del 21 settembre 1943 a Matera. Mi piace immaginare che, nel mentre Matera resisteva e pagava il suo tributo di sangue, in un’altra parte d’Italia, dove cominciava una decisiva e memorabile lotta partigiana, un esponente di questa lotta, già al confino in un comune lucano, iniziava il racconto di quell’esperienza che lo avrebbe segnato come una delle svolte decisive della sua vita.

Post Scriptum: Non mancheranno ritorni a questi due artisti in questa rubrica durante l’anno di Matera capitale europea della cultura. Non mancheranno perché, come raccontava Pasolini, “non c’è niente che possa far crollare il presente come il passato”. Si riferiva, ovviamente, a un presente decadente e senza, e con poche, speranze. Qui mi preme segnalare per ora un volume indispensabile uscito da un po’ di tempo. È la traduzione del blocco centrale della rivista americana “FORUM ITALICUM, a journal of italian studies”, dedicato a Carlo Levi e Rocco Scotellaro. Si tratta di un corposo volume (721 pagine, edizioni Sage) che affronta, “in parallelo”, le vite di questi due artisti.

Con molti saggi e materiali inediti, il libro ha il merito di riaprire interesse e curiosità nuovi verso i due autori. Cosa non da poco in questo periodo. Non c’è qui lo spazio per discutere approfonditamente di questo libro e dei saggi che contiene ma voglio offrire al lettore la testimonianza (già in parte data in altre occasioni) di Carlo Levi su Rocco Scotellaro, tratta dall’intervista fatta all’autore del “Cristo” dal giornalista Michele De Luca nel febbraio del 1974, cioè a un anno circa dalla morte dello scrittore, e qui contenuta. Eccola:

“Io ho conosciuto Rocco nell’inverno-primavera del 1946, quando lui aveva già letto il mio Cristo si è fermato a Eboli ed era già sindaco di Tricarico. Ricordo sempre quel giorno in cui io che non conoscevo la sua esistenza arrivai a Tricarico per la prima volta e mi venne incontro un giovane che sembrava quasi un bambino, piccolo, rosso di capelli, che mi riconobbe proprio come uno dei personaggi della sua immaginazione, e passò l’intera giornata con me. Erano tempi di elezioni, le elezioni del ’46, e io dedicai tutta l’intera giornata a lui, scendemmo insieme a visitare tutti i quartieri più poveri di Tricarico, la Rabata, la Saracena, andando insieme a vedere la chiesa del Carmine con gli antichi affreschi dei fratelli Ferri, unici pittori, o quasi unici pittori del ‘600 lucano, conobbi sua madre, mi fece entrare nella sua casa, quello che fu il punto di partenza di una che non posso chiamare neanche amicizia, ma addirittura certamente fraternità, come del resto scrisse Rocco in una pagina per me estremamente commovente dell’Uva puttanella, quando racconta come egli leggesse ai suoi compagni di cella in quel periodo nel carcere di Matera il mio libro Cristo si è fermato a Eboli e comincia il suo racconto dicendo: l’autore non è veramente un mio amico, e non è neanche un vostro amico, perché l’amico è l’avvocato, il deputato, il prete, questi sono gli amici che possono aiutarci, ma questo non è un amico, è un qualcuno che ha avuto la stessa esperienza che noi abbiamo avuto, e allora non è per noi un amico, ma un fratello, o un fratellastro a cui siamo legati dall’amore della nostra somiglianza, che io trovo la definizione non soltanto più bella e per me più emozionante dei nostri rapporti, ma è anche la definizione del rapporto di Rocco Scotellaro con il mondo”.

Autore dell'articolo: Amministratore

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