Contro il nuovo fascismo, l’Europa dei popoli

Fascismo - Foto di Ian M.

di Angelo d’Orsi

Recentemente un noto storico italiano, Alberto De Bernardi, ha pubblicato un pamphlet con ambizioni storiografiche, per dichiarare che non ha senso ormai parlare di antifascismo in quanto il fascismo appartiene a una stagione lontana e irripetibile. E che chi lancia appelli contro il ritorno del fascismo finisce per intorbidare le acque, impedendo una libera dialettica democratica.

Si tratta di una tesi non nuova, già autorevolmente sostenuta da Renzo De Felice, massimo studioso del fascismo, e biografo (innamorato) di Mussolini e che periodicamente viene riproposta. Chi la pensa così, dimentica che il fascismo è sì un fenomeno storico, nato come movimento dei Fasci di combattimento in Italia nel 1919, ma è presto divenuto un modello politico, a cui si sono rifatti molti emulatori, individuali e collettivi. E dimentica anche che la forza del fascismo consiste nella sua capacità di cambiare sembiante adattandosi alle situazioni storiche, ai climi culturali: ma la sua sostanza non muta. E in che cosa consiste tale sostanza?

Innanzi tutto nella concezione antiegualitaria che investe gli individui e i popoli: ossia è “naturale” che sussistano differenze tra gli uni e gli altri, differenze che postulano gerarchie, considerate immutabili e necessarie. Nel sistema mentale fascista l’antiegualitarismo è il rifiuto di ogni politica e ogni ideologia che vadano nel senso della riduzione o della eliminazione delle disuguaglianze: giuridiche politiche economiche culturali.

Ma il fascismo non si accontenta della disuguaglianza “naturale” tra individui e popoli: esso ammette e teorizza una disuguaglianza tra le “razze”, che rinvia a una naturale gerarchia di tipo etnico che a sua volta risalirebbe a elementi biologici o spirituali. I dominatori e i dominati, in sintesi. L’Africa, in particolare, è in tale visione, il serbatoio dei popoli destinati alla soggezione, dalla schiavitù del passato allo sfruttamento più bieco odierno.

Antiegualitarismo e razzismo, esplicito o implicito, sono dunque le prime componenti del fascismo. A cui altre se ne aggiungono; in sintesi, e in forma di mero elenco: il disprezzo per la democrazia, l’antisocialismo, il principio corporativo in luogo di quello sindacale, il culto dell’azione e della violenza, l’esaltazione della forza, la denigrazione della cultura, il sessismo maschilista, e altro ancora.

Ciò premesso, se si guarda oggi all’Europa, che cosa vediamo? Vediamo un panorama inquietante, in cui l’Italia, il Paese che diede i natali a Benito Mussolini e ai suoi Fasci, primeggia. Oggi il pericolo fascista in Italia non risiede tanto nelle piccole organizzazioni (ma in crescita numerica e politica) dichiaratamente ispirantesi al fascismo storico, quanto piuttosto in un diffuso clima di odio, che accetta quasi con gioia politiche persecutorie verso i migranti, in un razzismo divenuto normale, che si esplica in un campo di calcio dove un giocatore africano viene insultato da metà dello stadio ogni qualvolta tocca la palla, o addirittura quando un arbitro assume atteggiamenti discriminatori verso di lui; si vede in un autobus dove una donna maghrebina o rom viene costretta a scendere dall’autista o cacciata violentemente fuori dall’abitacolo da alcuni viaggiatori nel silenzio degli altri; si coglie nelle parole di ministri che irridono al senso di umanità, usando il lemma “buonismo” come sinonimo di tolleranza cretina che produce criminalità; emerge dall’insolenza verbale di uomini e donne di potere verso chi dal potere è escluso; si percepisce nel disprezzo verso gli intellettuali; viene a galla nella esibita muscolarità fisica e ideologica dei governanti, associata a un incessante lavoro di controllo dei mezzi di informazione, che non arretra davanti alle minacce e si spinge fino al tentativo di eliminare quelli che non sono graditi, magari sotto specie della razionalizzazione e del risparmio delle pubbliche finanze.

Non era forse la stessa operazione compiuta da Mussolini, dopo la presa del potere? Chiudere, accorpare le testate per facilitarne il controllo, e infine imporre cambio di proprietà, e quindi di redazioni. Si aggiungano le continue intimidazioni a testate giornalistiche da parte di leader di governo e addirittura le aggressioni fisiche a giornalisti. Certo, siamo lontani dalla Turchia del tiranno Erdogan, ma le tentazioni di irreggimentazione dei media appaiono forti, e preoccupanti.

Tutto ciò accade in Italia, oggi. E in Europa? Non esiste forse un pericolo imminente oggi di fascismo, ma i segnali sono inquietanti di qualcosa che gli somiglia, qualcosa che appare ora una replica del passato, ora una forma aggiornata. Innanzi tutto il controllo pervasivo dei media, l’azione intimidatoria verso i corpi intermedi, sindacati, magistratura, liberi sodalizi civili e culturali. Ma anche una tendenza a cancellare o ridurre al minimo le garanzie sociali, a sostituire il welfare in workfare, ossia lo Stato ti sostiene, ma non in base ai tuoi bisogni, bensì alla tua capacità lavorativa, produttiva, dall’Italia al Regno Unito; e vediamo in atto la trasformazione del lavoro in forme di nuova schiavitù salariale, con la minaccia del licenziamento, favorita dalla crisi economica perdurante, con l’aumento delle ore lavorative, con l’intensificazione dei tempi di produzione.

Si pensi all’Ungheria di Orbàn, dove è stata approvata una legge che impone lo straordinario obbligatorio ai lavoratori, con la possibilità degli imprenditori di retribuirli a distanza di mesi, in una misura ridicola. Si pensi al cambiamento in atto un po’ dovunque delle leggi sul fine lavoro, con un allungamento dei tempi di lavoro, fino alla tendenza alla sovrapposizione tra aspettativa di vita e vita lavorativa, una drastica riduzione dell’ammontare pensionistico, e una diffusa ideologia che pretende di corporativizzare i sindacati, tipico esempio di transizione verso un nuovo fascismo. Perché credo che l’essenza del fascismo, il nocciolo duro, sia proprio qui: una feroce gerarchia che classifica e ingabbia classi, individui, popoli, in nome del produttivismo (che significa intensificazione dello sfruttamento), del primato nazionale (che significa in realtà predominio di una classe, che spaccia e propaganda i propri interessi come interessi nazionali).

E per ottenere questi risultati il fascismo, di ieri e di oggi, associa un regime di polizia, nel quale la “prevenzione” diventa alibi per impedire la libera dialettica politica, a un regime corporativo, che pretende di soffocare la naturale lotta di classe, sostituendola con pratiche di “collaborazione”: essendo tra soggetti disuguali, essa si manifesta come forma di oppressione. In Ungheria, in Polonia, in altri Stati nati dell’Est del Continente, dopo “il crollo” la tendenza politica che sembra prevalere va in questa direzione, peraltro non dissimilmente da Paesi come Italia o Francia dove però la presenza di forze sindacali e in genere di una opposizione operaia e popolare finora ha impedito di arrivare a tale esito, e non di rado ha suscitato e suscita reazioni piuttosto forti in senso contrario.

Occorre però rendersi conto che il nuovo fascismo, come lo si chiami, è uno sviluppo di ciò che Colin Crouch ha chiamato post-democracy, che altro non è che la forma politica del “finanzcapitalismo”, così bene descritto e indagato dal compianto Luciano Gallino. Ora siamo andati oltre, e stiamo procedendo verso un’accettazione più o meno diffusa di una forma politico-ideologica che si ispira al fascismo storico, combinandosi con il “superamento” della democrazia rappresentativa e pluralista, fondata sulla ferma divisione dei poteri, l’insuperabile indipendenza della magistratura, l’esistenza di corpi intermedi, un sistema elettorale seriamente rappresentativo, la libertà di espressione di tutti in ogni forma, la tutela della minoranza, e così via.

Il fascismo mussoliniano fu un regime di polizia, non regime di partito: anche oggi, le politiche e le ideologie che ci appaiono imbevute di fascismo mirano a ridurre e tendenzialmente a eliminare i partiti politici, o a dar vita a un classico regime monopartitico combinato con la richiesta e l’attesa dell'”uomo forte”, del leader carismatico che tuttavia blinda il proprio carisma o preteso tale con la violenza poliziesca spesso associata alla violenza di bande organizzate, oltre che con una pervasiva azione di propaganda. La democrazia viene sorpassata dal rapporto tra il capo e le masse, ridotte però a folle, ossia prive di coscienza politica, anche grazie a un sapiente lavoro di depoliticizzazione, di vera e propria dis-alfabetizzazione, in primo luogo politica, ma non soltanto politica. E la campagna contro la democrazia rappresentativa, in realtà, non prepara l’avvento della democrazia diretta, ma prepara appunto la trasformazione delle masse in folle anonime ora plaudenti a colui che si presenta come uno di quegli uomini e quelle donne, nella loro semplicità e volgarità, ora furiose e pronte alla distruzione, ma altrettanto prepolitiche.

Infine, il ritorno del fascismo, si manifesta con due modalità una fisica: a) l’uso disinvolto della violenza verso avversari o mancati sostenitori, secondo la logica del chi non è con me è potenzialmente contro di me; b) il ricorso a un lessico eversivo, fatto di minacce, intessuto di parole grevi e volgari, un linguaggio dichiaratamente di rottura di qualunque galateo istituzionale, un lessico che è già violenza esso stesso. Si pensi a espressioni come “È finita la pacchia” o “Deve marcire in galera”, et similia, sulla bocca dei governanti italiani se hanno suscitato sdegno e raccapriccio in una parte della pubblica opinione, in un’altra, assai cospicua, sono state addirittura adottate, con un compiaciuto divertimento, sono insomma divenuti senso comune.

Gli avversari, ma anche gli stranieri, sono equiparati: l’avversario politico è lo straniero in casa, lo straniero che varca l’uscio di casa, è (potenzialmente) non hospes, bensì hostis. L’uno e l’altro sono trasformati in nemici. E il fascismo non tende a creare unità, bensì divisione. La patria diventa quella dei fedeli, in quanto ogni fascismo è un movimento religioso e militare e i suoi aderenti sono fedeli ma anche soldati. E il suo leader è insieme sacerdote e “capitano” (così i militanti della Lega appellano Matteo Salvini). Il duce è a un passo, insomma…

In Italia quello che è oggi un partito di governo ha nel suo passato dato vita alle “ronde padane”, una sorta di polizia volontaria suppletiva alle forze dell’ordine, che sono state in generale tollerate dalle autorità, e oggi abbiamo le ronde di Casa Pound e Forza Nuova, vere proprie squadre d’azione, che aggrediscono, picchiano, addirittura sono arrivate a sfregiare ragazzi, a incidere con coltelli svastiche sulla pelle di inermi giovani giudicati “antifascisti” dall’aspetto o dagli stili di vita…

Ebbene, oggi occorre opporsi a tutto questo, respingendo al mittente la tesi che essendo il fascismo cosa del passato l’antifascismo è superfluo. Oggi occorre realizzare una rete antifascista europea, capace però non soltanto di reagire, ma anche di indirizzare e proporre: e non c’è dubbio che la via da seguire è quella lenta e faticosa della ricoscientizzazione delle masse, un ritorno al popolo che ne interroghi i bisogni reali, che affronti temi materiali, relativi alle difficoltà del vivere di grandi masse di persone, una strada che segni una rottura totale con le ideologie neoliberiste, con la fiducia accordata in modo cieco a una Europa (unita) che non è quella dei popoli, che non è succube dell’egemonia nordamericana, una Europa schiacciata dalle potenze più forti al suo interno, una Europa che appare troppo spesso una struttura burocratica espressione di poteri finanziari, più che della volontà popolare.

Ci spetta oggi il compito di costruire un’altra Europa. Le forze, le idee, le passioni non mancano. E questo incontro ne è un esempio importante.

Questo articolo una sintesi dell’intervento di Angelo d’Orsi al convegno Local resistance against the far right in Europe che si è svolto il 30 gennaio al Parlamento europeo ed è stato pubblicato da Micromega Online il 31 gennaio 2019

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