Rispetto di mari: trivellazioni e airgun, facciamola finita

di Gianfranco Amendola

Mentre i nostri mari agonizzano e la scienza ci dice che presto conterranno più plastiche che pesci, come si può pensare di continuare ad autorizzare per le trivellazioni l’uso dell’airgun? E cioè di una tecnica che – come riporta Ispra (il nostro massimo organo di controllo scientifico governativo in campo ambientale) nei suoi rapporti 2016-2017 – viene considerata la “dinamite del nuovo millennio”, in quanto si tratta di “cannoni” che “vengono riempiti con aria compressa e poi svuotati di colpo producendo così delle grosse bolle d’aria subacquee che, quando implodono, producono suoni di fortissima intensità e bassissima frequenza”; con effetti micidiali per tutta l’ittiofauna, soprattutto per le specie a rischio.

Ad esempio – dice sempre Ispra – “risultano evidenze che l’esposizione a suoni può provocare arresto nello sviluppo delle uova di organismi marini o sviluppo anomalo delle larve… alcuni mammiferi marini e pesci hanno evidenziato alterazioni comportamentali (risposta di allarme, cambiamento negli schemi di nuoto, disturbo della comunicazione acustica, deviazione dalle abituali rotte migratorie, ecc.); alcuni invertebrati, soprattutto cefalopodi, hanno mostrato di subire danni fisiologici… determinando alterazioni nel nuoto; popolamenti planctonici hanno subito mortalità causata dall’airgun sino a una distanza di circa un chilometro dalla sorgente… Alcuni studi mostrano che gli airgun danneggiano ampiamente l’orecchio interno dei pesci presenti a distanze comprese tra 500 metri fino a diversi chilometri dai rilievi sismici”.

Tanto più che un recentissimo studio, pubblicato su Nature e condotto dai ricercatori della Curtin University in Australia e dall’Università della Tasmania, conferma pienamente che l’airgun avrebbe effetti particolarmente deleteri sul plancton, fonte di cibo primaria per i pesci, le balene e altre forme di vita marina ma, visto l’enorme suono che produce, sarebbe anche in grado di far perdere l’orientamento ai pesci. Quindi, in sostanza, l’utilizzo dell’airgun, in maniera diretta e indiretta, metterebbe a rischio un po’ tutta la fauna marina. In totale spregio quanto meno del principio di precauzione.

Del resto, il nostro Parlamento queste cose le sa benissimo. Nella lunga lotta per gli ecoreati, con l’appoggio determinante dei 5stelle, il Senato nell’ultima versione approvata prima di quella definitiva, aveva inserito nel codice penale una ipotesi di delitto direttamente collegata alle trivellazioni petrolifere in fondali marini, che vietava l’airgun. Ma la furiosa reazione del governo e di Confindustria faceva sì che, dopo pochi giorni, la Camera eliminasse il divieto; e il Senato, grazie al mutamento di rotta dei senatori di maggioranza (Pd), si rimangiava il voto di pochi giorni prima, dando via libera all’airgun. Tanto è vero che il ministro dell’Ambiente dell’epoca, Gian Luca Galletti, esultava perché ci si era liberati della “zavorra dell’airgun”.

Allora si disse che questa vergognosa eliminazione era passata per evitare ulteriori lungaggini nella approvazione della legge sugli ecoreati. Ma oggi la situazione è ben diversa: la legge sugli ecoreati è vigente e il Movimento 5 stelle è forza di maggioranza. Sarebbe naturale che, di fronte al rischio di nuove, massicce trivellazioni, ritirasse fuori quel divieto e lo facesse diventare legge con l’urgenza che le condizioni dei nostri mari impongono.

Se qualcuno non ricorda, ecco quale (era ed) è l’articolo da inserire nel codice penale: “Chiunque, per le attività di ricerca e di ispezione dei fondali marini finalizzate alla coltivazione di idrocarburi, utilizza la tecnica dell’airgun o altre tecniche esplosive è punito con la reclusione da uno a tre anni”. Basta essere coerenti e riproporlo.

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 17 gennaio 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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