Podemos verso la scissione, la destra gioisce

di Steven Forti, ricercatore presso l’Instituto de História Contemporânea dell’Universidade Nova de Lisboa e professore presso l’Universitat Autònoma de Barcelona – @StevenForti

Podemos è sul punto di spaccarsi. O quasi. Proprio a cinque anni dalla fondazione del partito che ha rivoluzionato la sinistra in Spagna. Era la metà di gennaio del 2014 quando nel teatro del Barrio di Lavapiés si lanciava il manifesto Mover ficha. Alle Europee del maggio successivo Podemos otteneva oltre un milione di voti e mandava a Bruxelles cinque deputati. La politica spagnola cambiava di colpo, il bipartitismo scricchiolava e la speranza di un cambiamento con la vittoria delle sinistre era reale in quei mesi.

Poi venivano le comunali del maggio 2015 con la conquista delle grandi città, le elezioni generali del successivo mese di dicembre, la ripetizione dell’estate 2016… Podemos otteneva oltre cinque milioni di voti. Molti, anche se le speranze erano maggiori. Infine, l’arrivo del socialista Pedro Sánchez al governo, dopo la mozione di sfiducia a Rajoy dello scorso mese di giugno, e il ruolo cruciale di Podemos in tutta l’operazione, con un occhio rivolto a Lisbona.

Tutto è in forse ora. A partire dallo stesso progetto politico di Podemos. Fino alla sua stessa esistenza sul lungo periodo. La bomba è scoppiata giovedì mattina quando Íñigo Errejón, numero due e fondatore di Podemos, ha deciso di stringere un’alleanza con la sindaca di Madrid, Manuela Carmena, in vista delle elezioni regionali che si terranno a fine maggio. Carmena, ex magistrata settantaquattrenne, era diventata alcaldesa della capitale spagnola nel 2015 con Ahora Madrid, la confluenza municipalista integrata da Podemos e dai movimenti sociali. Ma tutti sapevano che Carmena era un elettrone libero: già lo scorso anno aveva imposto al partito di Iglesias una sua lista, indipendente da Podemos, per le prossime comunali.

Per quanto stizzito, Iglesias ha fatto buon viso a cattivo gioco cosciente che Carmena è l’unica persona che può vincere a Madrid. Errejón, fino all’altro ieri, era il candidato alla regione madrilena di Podemos, eletto nelle primarie interne del partito. Questo era, in fin dei conti, l’accordo con el coleta dopo il congreso di Vistalegre II del febbraio 2017: a Iglesias la segreteria generale e il controllo della formazione, a Errejón, uscito sconfitto dal congresso, la regione di Madrid dove le destre, colpite da infiniti scandali di corruzione, possono perdere le elezioni dopo due decenni ininterrotti di governo.

Un suicidio politico?

Ma il fragile equilibrio costruito negli ultimi due anni è saltato in mille pezzi. Di colpo. Un fulmine a ciel sereno. Le tensioni tra pablistas e errejonistas sono sempre esistite, ma i conflitti erano comunque rimasti circoscritti. Ora le cose cambiano. Errejón si allea con Carmena sotto la sigla di Más Madrid (Più Madrid), cercando – così sostiene l’ex numero due di Podemos – quella trasversalità che il partito di Iglesias, soprattutto dopo la sua alleanza con Izquierda Unida dal 2016, aveva perso. I risultati delle elezioni andaluse dello scorso dicembre, con la vittoria delle destre, l’entrata in scena di Vox e un risultato al di sotto delle aspettative per Adelante Andalucía, la coalizione tra Podemos e Izquierda Unida, ha influito moltissimo nella scelta di Errejón. In soldoni: salviamo il salvabile prima che la nave affondi. Ma anche, in fin dei conti, la constatazione che Podemos come progetto politico ha perso quella che un tempo si sarebbe definita la sua “spinta propulsiva”.

È ancora presto per dire che cosa succederà ora. A meno di ripensamenti, la rottura tra Errejón e Podemos è un dato di fatto: in un video messaggio agli iscritti del partito Iglesias, lontano dal Parlamento perché in congedo di paternità fino a marzo, ha considerato Errejón fuori da Podemos, gli ha augurato buona fortuna per il nuovo progetto con Carmena e ha confermato che la sua formazione presenterà una sua lista alla regione madrilena in alleanza con Izquierda Unida. In un’intervista poche ore dopo, però, Errejón ha risposto che non si considera fuori da Podemos, che per ora non ha preso misure disciplinari. È evidente che Errejón ha voluto tirare la corda per imporre la sua lettura della situazione politica, saltandosi le regole interne e un dibattito che sapeva di perdere. Le cose si potrebbero anche ricomporre – Podemos potrebbe allearsi con Más Madrid e non competere con il progetto di Carmena ed Errejón -, ma è indubbio che la corda si può spezzare. E che la cosa non finisce qui. Il caos è dunque enorme e il rischio di un suicidio politico per le sinistre è dietro l’angolo. Bisognerà capire i contraccolpi e le conseguenze di questa decisione su tutta la sinistra spagnola e sulle confluenze municipaliste che a maggio si giocano il tutto per tutto, a partire da Ada Colau a Barcellona.

Lo spettro dell’alleanza di destra

Ciò che sta succedendo dentro Podemos è frutto dell’incerto panorama politico spagnolo. Mercoledì scorso, infatti, si è formato il primo governo di destra nella storia della regione andalusa dalla fine della dittatura franchista. Dopo 37 anni consecutivi i socialisti hanno perso la loro storica roccaforte. Il leader del Partido Popular in Andalusia, Juan Manuel Moreno Bonilla, è stato eletto presidente regionale grazie a un patto con Ciudadanos, che entra nel governo, e l’estrema destra di Vox, che lo appoggerà da fuori. I voti del partito di Santiago Abascal sono stati fondamentali. E lo continueranno ad essere. Lo si è capito fin da subito: in cambio del suo appoggio, Vox aveva chiesto tra le altre cose l’espulsione di 52mila immigrati e la fine delle politiche di uguaglianza di genere approvate nell’ultimo decennio. Proposte inassumibili, almeno per ora, per i popolari e soprattutto per Ciudadanos, che vuole presentarsi come una formazione liberale di centro-destra alleata di Macron. E infatti, dopo sole 24 ore, Vox ha apparentemente ceduto, ma ha fatto capire che il suo programma segnerà l’agenda politica dei prossimi mesi. Attenzione.

Il consorzio delle tre destre messo in pratica in Andalusia è un segnale forte in vista delle elezioni di fine maggio: in Spagna, infatti, non si voterà solo per le Europee, ma anche in tutti i comuni e in 13 regioni su 17. È un election-day cruciale per il futuro politico del paese. L’Andalusia è dunque un laboratorio. Niente cordoni sanitari per evitare che l’estrema destra sia sdoganata e entri nel governo, come in Svezia o in Francia: per quanto cerchino di negarlo, i conservatori del PP e i pseudo-liberali di Ciudadanos si appoggiano proprio sui voti degli ultras amici di Salvini, Le Pen e Steve Bannon per scalzare dal governo i socialisti. Nell’ombra si vede la mano dell’ex premier José María Aznar che tesse le fila di questa nuova unificazione delle destre iberiche.

Se il patto andaluso funziona, non ci sono dubbi che si riproporrà dovunque nel caso i numeri lo consentano. In altre regioni, ovviamente, ma anche a livello nazionale. E qui sta l’incognita principale: quando si voterà per le politiche? La legislatura finisce nella primavera del 2020, ma in pochi scommettono che Pedro Sánchez riesca ad arrivare indenne fino ad allora. Tutto è molto incerto, ma gli scenari più probabili sono due: o si vota ad ottobre o addirittura a maggio, insieme alle Europee e alle amministrative.

La manovra espansiva di Sánchez e i voti catalani

La questione cruciale è l’approvazione del bilancio del 2019, presentato nei giorni scorsi dall’esecutivo socialista. Per ora Sánchez può contare sui voti del suo partito e quasi sicuramente su quelli di Unidos Podemos e dei nazionalisti baschi, ma servono anche quelli degli indipendentisti catalani, che per ora si negano chiedendo in cambio un referendum di autodeterminazione e la liberazione dei dirigenti in carcere preventivo in attesa del processo per i fatti dell’ottobre del 2017. Un processo che inizierà proprio a inizio febbraio e la cui sentenza è prevista a giugno. Sánchez non può accettare queste condizioni e rilancia proponendo un maggiore dialogo, dopo le tensioni dell’epoca di Rajoy, per ridisegnare un nuovo Statuto d’autonomia votato dai catalani.

Una prima risposta si avrà l’8 febbraio quando si terrà una prima votazione nelle Cortes di Madrid. Se i deputati indipendentisti permettono che il bilancio entri in Parlamento per la sua discussione, Sánchez potrà tirare il fiato per qualche mese. L’approvazione definitiva della manovra, prevista in caso ad aprile, è però tutta un’altra storia. Vedremo se gli indipendentisti, molto divisi al loro interno, ragionano con la testa o con la pancia. Non gli conviene assolutamente far cadere Sánchez: un governo delle tre destre significherebbe il commissariamento sine die della regione. Per di più la manovra presentata dall’esecutivo del PSOE aumenta del 52% gli investimenti per la Catalogna, ossia quasi 2,5 miliardi di euro in più rispetto al passato. Votare contro sarebbe un suicidio a tutti gli effetti.

Ma l’approvazione della finanziaria è anche l’ultima speranza per evitare che la Spagna si adegui al clima europeo dominato dalla destra nazional-populista. Si tratta di un bilancio espansivo con una forte vocazione sociale che recupera i livelli pre-crisi. Si nota la pressione di Unidos Podemos che è parzialmente soddisfatto del risultato, per quanto chiedesse molto di più. Ma la correlazione di forze è questa e tutti ne sono coscienti. Se la manovra verrà approvata, si aumenterebbero le pensioni (+6,5%), i salari dei funzionari pubblici (+2,5%), gli investimenti in istruzione e ricerca (+5,6%) e i finanziamenti alle politiche contro la violenza di genere, per l’accoglienza dei migranti, le politiche abitative e i disoccupati con più di 52 anni. Le entrate verrebbero da una maggiore pressione fiscale alle grandi imprese e ai grandi patrimoni, oltre alla creazione di nuove tasse sulle transizioni finanziarie. Il tutto permetterebbe la diminuzione del deficit (dal -2,7 al -1,9%) e del debito pubblico, che dovrebbe scendere al di sotto del 95% del Pil, in modo da non creare tensioni con Bruxelles. Si tratta, a grandi linee, della linea portata avanti da Costa in Portogallo nell’ultimo triennio.

Tutto però è in forse. Le incognite sono molte di più delle certezze. E ora il rischio reale di una spaccatura profonda dentro Podemos complica ancora di più le cose per una sinistra che dopo la vittoria delle destre in Andalusia è sulla difensiva. Il clima prodotto dall’arrivo di Sánchez alla Moncloa meno di otto mesi fa sembra solo un lontano ricordo. Le prossime settimane sono cruciali. In tutto questo, gli unici che se la ridono e pregustano una vittoria sono le destre.

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega Online il 18 gennaio 2019

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