“Marx è la risposta ai populisti anche per la sinistra europea”

di Anna Lombardi

“È la critica marxista la miglior risposta al populismo: un pensiero pratico che dimostra come siano le diseguaglianze a creare i conflitti, non il colore della pelle. Può controbattere la retorica dei Donald Trump, dei Matteo Salvini, dei Boris Johnson. Dimostrando in modo propositivo e concreto che le loro idee non sono realizzabili”. Bhaskar Sunkara ha solo 29 anni ma conosce profondamente i dilemmi della sinistra.

Nato a New York, figlio di immigrati indiani, a 17 anni si è iscritto al partito Socialista Democratico d’America e nel 2010, studente di storia a Washington, ha fondato il trimestrale Jacobin: diventato in pochi anni riferimento della sinistra radicale. La rivista, che conta 40 mila abbonati e 1,2 milioni di visitatori online, ha contribuito in maniera sostanziale a rilanciare il ruolo della sinistra americana. Ora approda in Italia: il primo numero è già in edicola.

In Europa la sinistra perde consenso mentre in America, dove il socialismo è stato a lungo tabù, lo acquista: almeno a giudicare dalla conquista della Camera e dall’ascesa di una generazione più radicale.

“Il messaggio socialista è universale, applicabile in ogni angolo della terra. L’esperienza di Occupy Wall Street e la campagna presidenziale di Bernie Sanders hanno contribuito a sdoganare in America l’idea che ci sono diritti inalienabili e il pensiero di Marx è ancora il riferimento più valido per difenderli. Certo, in America non ci sono masse di persone che marciano cantando l’Internazionale. Ma la sinistra è più capace di connettersi con la gente dell’estrema destra. È la vera alternativa per i giovani e gli arrabbiati, contrariamente a quel che succede in Europa”.

Jacobin debutta in Italia con un titolo significativo: “Vivere in un paese senza sinistra”.

“La storia recente della sinistra italiana è costellata di errori e fallimenti. Il Pd ha perso la sua occasione ponendosi come guardiano dello status quo e volto dell’austerità: allontanandosi dalla gente che aveva bisogno di speranza e sogni. Giustificando la sua esistenza con l’essere scudo all’incubo chiamato destra, e dimenticando i problemi reali. Anche il modo di criticare gli avversari è stato errato”.

Cosa intende?

“Penso alle critiche a Berlusconi ma anche a Salvini: troppo concentrate sulla vita privata, un errore fatto d’altronde anche dai liberal americani con Trump. Dimenticando di denunciare che l’agenda politica di questi uomini va contro gli interessi della gente. Sono battaglie sacrosante, ma così restringi il tuo seguito, lasciando spazio ai populisti”.

Che in Italia si sono coalizzati fra loro. Cosa pensa dell’alleanza Lega-5 Stelle?

“Deprimente. La conseguenza, appunto, del vuoto lasciato da una sinistra che, ad esempio, trincerata nella difesa dell’Unione Europea non ha nemmeno provato a criticarne costruttivamente le politiche di diseguaglianza lasciando così spazio alla demagogia populista. Il risultato è che ora avete un governo che si basa su promesse impossibili e retoriche: ma quando si tratta di decidere cosa portare davvero avanti del programma, lascia sopravvivere sempre ciò che beneficia i poteri già esistenti”.

Lei è nato nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino. Cosa sa dell’esperienza socialista?

“Ho studiato, ho letto: trovando fondamento alla percezione che viviamo in una società ingiusta. Negli Stati Uniti, dove trionfano benessere e abbondanza, chi è povero non ha le sicurezze basilari che avete in Italia. Chi non ha un’assicurazione non si può permettere assistenza sanitaria e medicine: viene letteralmente lasciato morire. Sono queste le cose che ti fanno capire perché in America la critica al capitalismo ha tanto appeal. Il quesito è trovare una via per risolvere certe crisi senza ripetere gli errori del passato. Ma sono convinto che anche solo per preservare la socialdemocrazia, bisogna porre domande più radicali su questioni come la proprietà e la distribuzione della ricchezza”.

In America c’è chi, come Mark Lilla, pensa che la sinistra si sia concentrata troppo su battaglie identitarie per i diritti di donne, gay, minoranze, abdicando al suo ruolo sociale.

“Lottare contro ogni tipo di oppressione è l’anima della cultura di sinistra. Come si fa a dire che il diritto delle donne all’aborto, ad esempio, non è fondamentale? In chiave marxista, decidere quando avere figli significa emancipare dal precariato le lavoratrici. Lo stesso col razzismo: come si fa a parlarne senza affrontare la questione della redistribuzione del benessere? Non sono battaglie che esulano dalla lotta di classe. Rigetto tutto ciò che enfatizza le differenze: ma sono anche convinto che non ci sono battaglie più importanti o urgenti di altre, bisogna riportarle tutte sotto una stessa casa”.

Quale strategia suggerisce? Quella delle varie Alexandria Ocasio-Cortez secondo cui, almeno in America, si può cambiare il partito democratico dal suo interno?

“Sono scettico sul fatto che il partito democratico possa diventare socialista. Penso però che oggi è l’unica strategia che aggrega la gente. Sanders d’altronde oggi è uno dei politici più popolari d’America: se nel 2020 ritentasse l’avventura elettorale potrebbe farcela. Oggi lui, e fra 10 anni, quando avrà l’età, anche Alexandria Ocasio-Cortez ha il potenziale e il seguito per tentare la sfida presidenziale. Personalmente ho un progetto ambizioso: un’alleanza di candidati di sinistra che partecipino alle primarie dem e se eletti votino individualmente per quel che riguarda i collegi elettorali ma come gruppo su questioni più grandi. Sì, un partito nel partito”.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano La Repubblica il 22 dicembre 2018

Autore dell'articolo: Amministratore

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