Definanziamento e “regionalismo differenziato”: brutto inizio 2019 per la sanità pubblica

di Gianluigi Trianni, medico sanità pubblica, Forum Diritto alla Salute – Campagna “Dico 32”

La finanziaria 2019 del governo e della maggioranza M5S e Lega prevede per la sanità solo 114 miliardi di euro e rotti, solo un miliardo in più rispetto al 2018, 113 miliardi e rotti. E non è neanche un aumento reale, ma una riduzione effettiva, un definanziamento dello 0,1%, poiché l’inflazione 2019 è prevista dal governo stesso all’1% mentre l’incremento reale del fondo sanitario nazionale è dello 0.9%.

Lo aveva già previsto la finanziaria 2018 del governo Gentiloni e della maggioranza di centro sinistra del PD (quella che governa molte regioni, che facevano finta di lamentarsi prima e fanno finta di opporsi oggi): siamo in piena continuità. Il resto, tolta l’edilizia sanitaria per la quale si prevede un incremento di 4 miliardi, ma con il “limite annualmente definito in base alle effettive disponibilità di bilancio” (sic!) cioè solo se i soldi ci sono, per la sanità sono briciole di milioni buoni a fare propaganda (liste di attesa, farmaci, assunzioni di personale e via dicendo) ma insufficienti a tutto su scala nazionale.

Ma un’altra iniziativa mette a rischio il servizio sanitario pubblico: il prossimo 15 febbraio il presidente del Consiglio G. Conte illustrerà la proposta del governo ai presidenti delle Regioni che hanno chiesto maggiore autonomia legislativa ex art. 116 della Costituzione sulla sanità oltreché su numerosi altri ambiti dal lavoro, all’ambiente, dalla formazione professionale, alla scuola, all’università, alla ricerca. In caso di raggiungimento di un’intesa, quest’ultima diventerà un disegno di legge che, secondo il dettato costituzionale, per passare dovrà ottenere la maggioranza assoluta dei componenti di Camera e Senato.

Sul piano normativo ed organizzativo sarà una ulteriore disgregazione su base regionale con relativa diseguaglianza delle modalità e dei costi di accesso al servizio pubblico, sul piano finanziario il rischio di una secessione e disimpegno dalla solidarietà sociale e nazionale dei ricchi e delle ricche regioni del Nord diventerà certezza e comunque sarà mano libera per una ulteriore privatizzazione del servizio pubblico già de-finanziato dal governo centrale, non solo in sanità ma in tutti gli ambiti interessati.

Infatti, il rischio è lungi dall’essere solo per la sanità (pubblica). Ecco l’elenco delle materie, con gli stessi rischi/certezze previste per la sanità, predisposto dal Veneto:

  • 1) norme generali sull’istruzione;
  • 2) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali;
  • 3) organizzazione della giustizia di pace;
  • 4) tutela della salute;
  • 5) istruzione;
  • 6) ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi;
  • 7) governo del territorio;
  • 8) valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali;
  • 9) rapporti internazionali e con l’Unione Europea della Regione;
  • 10) protezione civile;
  • 11) coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
  • 12) commercio con l’estero;
  • 13) tutela e sicurezza del lavoro;
  • 14) professioni;
  • 15) alimentazione;
  • 16) ordinamento sportivo;
  • 17) porti e aeroporti civili;
  • 18) grandi reti di trasporto e di navigazione;
  • 19) casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale;
  • 20) enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale;
  • 21) ordinamento della comunicazione;
  • 22) produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
  • 23) previdenza complementare e integrativa.

È allarmante sentire il presidente del consiglio G. Conte affermare: “Sull’autonomia c’è assoluta unanimità e pieno consenso delle forze politiche che sostengono il Governo, è un impegno che abbiamo assunto e che è nel contratto di Governo”. E le Regioni che hanno fatto richiesta di maggiore autonomia con qualche differenza sugli ambiti di applicazione oltre al Veneto, sono non solo Lombardia ed Emilia-Romagna, ma anche Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria e Marche.

Presidenti regionali della Lega e del PD/centro-sinistra uniti come Lega e M5S nel Governo Conte, salvo auspicabili smentite. (Il presidente della Emilia-Romagna Bonaccini ha addirittura sollecitato la ministra Stefani della Lega a far presto). Come se la gestione del servizio sanitario pubblico delegata alle regioni non sia stata in tutta Italia, non solo al Sud, caratterizzata da liste di attesa e ticket, inefficienze e sprechi, privatizzazioni e scandali.

Ma c’è di più che un ulteriore e definitivo spezzettamento in 21 sistemi regionali diversi per regole di accesso, di organizzazione e per entità di finanziamento pubblico del servizio sanitario nazionale, come ampiamente descritto nelle varie mozioni contro la “secessione dei ricchi”, e paventato dal ministro G. Grillo, che spande rassicurazioni e promesse che non può mantenere poiché le politiche economiche sanitarie si fanno al ministero del Tesoro.

C’è anche l’opportunità di farsi in “casa/regione” norme tese a definire nuove ed ulteriori forme di assistenza sanitaria privata, già favorita dalle detrazioni fiscali connesse all’acquisto, in forma diretta o intermediata dalle assicurazioni e dai fondi sanitari, dell’assistenza sanitaria, che si risolvono in minori entrate pubbliche e quindi in minore finanziamento del servizio sanitario pubblico.

Il cosiddetto “welfare fiscale”, che, tra l’altro, si aggiunge e promuove il “welfare contrattuale”, a scapito dei redditi e della previdenza dei lavoratori, cfr “Jobs Act” e recenti contratti, ed il suo derivato “welfare territoriale” quando il “welfare contrattuale” di diversi ambiti imprenditoriali privati e di diversi enti pubblici sanitari e non, si organizza per “territori” e si convenziona con enti locali e/o con regioni intere (cfr. Patti e norme regionali in Emilia-Romagna, che concorre a finanziare l’assicurazione sanitaria agli stessi suoi dipendenti).

Ma qualche buona notizia c’è:

  • in recenti contratti le OO.SS. fanno primi timidi passi indietro ipotizzando per il welfare contrattuale solo prestazioni integrative, non anche sostitutive dei LEA già a carico del SSN;
  • i sindacati medici hanno proclamato giornate di lotta in gennaio e febbraio;
  • Un pezzo largo di “sinistra sanitaria” autorevole si è unita nella sottoscrizione del documento “Abolire le agevolazioni fiscali per la spesa privata sostitutiva dei lea e destinarne le risorse al servizio sanitario nazionale”, che nella misura in cresca in adesioni di soggetti politici, sindacali e di opinione pubblica potrà farsi sentire nella redazione delle prossime leggi di bilancio.

Quando la sinistra “non sanitaria” smetterà di “snobbare” le tematiche sanitarie e scenderà in campo anche nel durissimo scontro politico e culturale con le assicurazioni private che non sarà negli effetti, e non può essere lasciato, confinato nell’ambito strettamente sanitario poiché, affermandosi assicurazioni e fondi sanitari privati, peggiorerà non poco l’intero assetto economico e sociale in Italia (Grecia, Spagna, Gran Bretagna, USA, Argentina, docent)?

Autore dell'articolo: Amministratore

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