Claudio Longhi e l’attitudine del cartografo

di Silvia Napoli

C’era una volta un ragazzo molto dotato e disciplinato che mentre completava i suoi studi si cimentava con il lavoro del palco e della messinscena, guidando e stimolando i suoi compagni di scuola e di avventura, lasciando già intuire un’applicazione molto oltre i confini della pratica dilettante.

Il ragazzo garbato ed entusiasta, baciato dalla fortuna di avere e poter coltivare passioni intellettuali costanti nel tempo, plasmate da un duro esercizio di prassi e tutte fatte apposta per la condivisione, graduava cosi ambizioni, fatiche e curiosità del percorso, fino a diventare pienamente se stesso nella molteplicità degli aspetti che oggi gli conosciamo.

Docente universitario e grande ricercatore della storia teatrale del Novecento in prima battuta, ma poi metteur en scene, perché gli anni di assistenza alla regia accanto ad un compianto maestro quale Luca Ronconi, non possono essere trascorsi in modo inerte e infine dirigente di Emilia Romagna Teatro Fondazione per il quadriennio 2017-2020, ovvero il Teatro stabile pubblico della nostra Regione, a valenza nazionale, articolato in 5 sedi diverse, tutte innovative e a forte caratterizzazione, diversificate nella loro fisionomia.

Una responsabilità grande e ulteriore, assunta due anni fa esatti, con l’abituale understatement, l’umiltà e la tenacia che contraddistinguono l’uomo e anche con la consapevolezza di dover saper fare programmazione guardando anche al libro dei conti, cosa che a Longhi non provoca esantemi o crisi snobistiche.

Siamo dunque arrivati ad un midterm per Claudio Longhi e cominciamo a intravvedere un disegno, che è una vocazione, una suggestione ed un incitamento insieme: Guardati intorno, come recita il titolo della stagione di Arena del Sole tuttora in corso, dopo aver brillantemente “scavallato” il 2018 e come sempre,il tratto è personale ma condivisibile e condiviso.

Questa sorta di manifesto di intenzioni è stato preceduto da una serrata indagine nella scorsa stagione, di ciò che costituisce il rimosso dal discorso pubblico attuale:la fine delle velleità, delle utopie e forse di certa parte di ideali che ci siamo lasciati alle spalle nel secolo breve e doloroso. O quantomeno la loro decantazione e necessaria futuribile trasformazione.

Claudio Longhi, anche in quel caso, non ha avuto remore o timori, a guardare in faccia quella dissoluzione, allestendo e scegliendosi le migliori collaborazioni intellettuali giovani in circolazione, il remake teatrale della Classe Operaia va in Paradiso, iconico film di Petri del 1970, impresa che avrebbe scoraggiato chiunque non avesse avuto occhiali di lettura certificati. Nel suo caso, quelli proposti da una sorta di cabaret brechtiano, che riesce nell’impresa di distanziare sapientemente le storie narrate da un piano puramente emotivo e di parte, rendendole un canone di cantastoriato popolare nel senso migliore del termine.

Del resto, Longhi, a costo di apparire vagamente vintage ha nella valigetta degli attrezzi proprio quel Brecht nume tutelare di certo impegno novecentista, a sottolineare di nuovo come non si butti il bambino con l’acqua sporca da queste parti e di questi tempi spigolosi, che, in verità, il nostro preferisce definire interessanti. Non appaia questa una cortina fumogena di eufemismi, bensì, è questo interesse, l’amor che tutto move e tiene insieme cautela critica, spirito inclusivo e ottimismo del fare.

La proposta dunque è quella di fare quadrato con gli ingegni e le risorse umane che qui abbondano e chiedono riconoscimento per affrontare una esplorazione contro la paura e per dare un senso completamente rovesciato all’espressione luogo comune. Carta di intenti non cosi scontata per un ente pubblico, che in Italia evoca l’idea di carrozzone non propriamente viaggiante, che deve necessariamente vivere in forza dell’agilità dei meccanismi di rete, più che degli equilibri di sistema.

Il Teatro diventa cosi un posto abitato e vissuto molte ore al giorno in tanti formati culturali diversi, come del resto accade altrove in Europa da tempo, utilizzando tutti gli spazi a disposizione, uscendo da se stesso se necessario, metaforicamente e non. Tutto questo senza accontentarsi di avere tanti spettatori. ad alta definizione sociologica e di averli giovani, ma di avere giovani come produttori di idee, volano d’esperienza e pratica. Laboratori dunque dentro e fuori, come chiavi di lettura e strumenti di lavoro, affidati ai diretti interessati e protagonisti senza cooptazioni dall’alto: lo abbiamo visto con l’esperienza esaltante dei Piccoli maestri, con i Cantieri meticci, con le esperienze di Teatro salute, con gli artisti per Mediterranea, con i Kepler e il loro festival 20.30 e lo vedremo in questo primissimo inizio d’anno con il teatro del Pratello che esce davvero dal carcere per fare teatro e trovare una casa accogliente fuori dai recinti del margine.

Un teatro poco paludato e molto vissuto, che non rinuncia ad evolvere e coinvolgere e forse poco preso da annosi dibattiti sull’essenza del teatro di attore o di regia, di concetto o di parola, d’improvvisazione o di figurazione e molto più disponibile a farsi attraversare dal corpo sociale in mutamento, cercando ancoraggi nel tempo presente e cercando di non lasciare indietro nessun naufrago dalle numerose tempeste che ci sconvolgono.

Un teatro popolare e sperimentale a vocazione europea, si diceva, ma Claudio Longhi, in partenza per Pechino è pronto a proiettarci su scala più vasta e a fare nostra patria il mondo intero, non tanto perché cosi geopolitica vuole, quanto perché basterebbe un accurato studio di storia di Civiltà per giustificare una trasferta progettuale cinese.

Si tratta di una vera coproduzione con la prestigiosa Opera di Pechino rinnovata nelle sue tradizioni che propone prima in sede, questa Turandot che sbarcherà prossimamente da noi, mentre sempre per la prima decade di gennaio al Bonci di Cesena verrà proposta la leggenda del Serpente bianco, un classico della mitopoietica cinese.

Tuttavia se Longhi ha la vocazione del cartografo pronto a mappare sempre oltre, ci tiene a precisare, tra uno scalo internazionale e l’altro, dove lo raggiungo al telefono, che né lui, né la setta dei teatranti o degli amanti del Bello hanno la prerogativa di queste competenze e lo scopo non è trovare rifugi e ripari, quanto strumenti per decifrare tempi interessanti ma sempre meno comprensibili se precipitati in una corsa verso un imprecisato futuro di cui nessuno traccia la direzione o si assume la responsabilità.

Il nostro Teatro nazionale, vuole rappresentare ed essere rappresentato da una comunità tutt’altro che passiva o eterodiretta, bensi dotata di spirito critico, in cui tutti sanno dove stanno mettendo i piedi e quali territori stanno percorrendo. Una attitudine che l’esperienza di vita del suo stesso Direttore dimostra si impari con pazienza e ostinazione e coraggio da giovani e che dà un senso profondo al lavoro culturale, come qualcuno lo chiamava e che è ancora tale, prima di essere impresa in sé, ma che mobilita certo capitale umano e sa farsi entità produttrice. Una sorta di intelletto generale che esce dalle secche di un dibattito angusto e mal posto sulla Cultura con cui si digiuna o all’opposto, è da mangiare e da bere.

A proposito di questo e tornando al discorso spettatori, non dimentichiamo che Arena del Sole si è fatta promotrice a più riprese e a maggior ragione per le festività, di una interessantissima iniziativa di “nutrimento culturale” universalista, con la possibilità per il pubblico abituale dei teatri di acquistare biglietti calmierati a prezzo specialissimo da riservare ad utenti segnalati da strutture di accoglienza cittadine e dalle mense popolari che abbiano manifestato desiderio di accesso alle programmazioni.

Insomma, un piccolo ma significativo segnale di recupero di un motto forse vintage, ma efficace e semplicemente bellissimo che suonava:vogliamo il pane e le rose, forse più importante del volere tutto e subito e magari anche più complesso da praticare.Ma su questo tema, cosi collegato anche agli assetti tra centri e periferie, in senso proprio e metaforico del vivere civile,sono certa che avremo modo di tornare ampiamente per tutto il 2019, con lui e con molti altri di buona volontà.

Autore dell'articolo: Amministratore

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