Oltre la tradizione musicale e teatrale: Europavox, nel salotto buono

di Silvia Napoli

C’era una volta una città ricchissima di tradizioni musicali e teatrali che non riusciva a innovarsi laddove le cosiddette orde dei giovani fuorisede premevano ai bordi di uno dei salotti buoni per antonomasia quale quel teatro Comunale, dedicato alla lirica e alla concertistica che quasi ovunque è sinonimo di sfoggio di pellicce e conseguenti possibili contestazioni a suon di lanci di uova o vernici.

Nella città dei più antichi studi il problema si palesava con incongruenze e distonie forti, tra il contesto estremamente giovanile e in parte degradato subito fuori, gli stucchi, i velluti e i costi d’esercizio con relative cicliche proteste dell’orchestra e delle maestranze, dentro. Ma se c’è una cosa che l’Europa in quanto entità culturale ci ha consegnato è l’esempio della possibilità di avere teatri e auditorium funzionanti su tutto l’arco temporale dell’anno e in tutti gli orari della giornata scoprendo multifunzioni e diverse tipologie di pubblico, la possibilità di avere anche allestimenti più snelli, maggiore apertura alla musica contemporanea, alla divulgazione, immagine grafica rinnovata, affidata a talenti giovani che rendono la Comunicazione meno ingessata e pomposa e più affine alla cultura di strada che la fa da padrone tutto intorno.

Un teatro comunale dunque non ufo o meteorite scagliato in territorio alieno, ma corpo vivo nella cittadella degli studi, finalmente attraversato da saperi ed esperienze diverse e utilizzato in tutti gli spazi passibili di aggregazione in estate cosi come possibilmente in inverno.

Un teatro inserito nel progetto complessivo di riqualificazione di un’area oggettivamente difficile e sempre a rischio implosione, che ha certo bisogno di molti ingredienti diversi perché si confezioni una ricetta appetibile e riproponibile di civile convivenza, ma che si giova certamente di questa remise en forme del suo tempio musicale. D’altro canto, se Unesco ha nominato Bologna città creativa della Musica, ci devono essere diverse ragioni convergenti e di certo radicate in parte in una toponomastica ben riconoscibile di per sé parlante di una storia gloriosa che contorna proprio l’area universitaria, in parte nella capacità di rinnovare la tradizione ed essere sempre presenti al ruolo di crocevia di scambi, percorsi, saperi che contraddistingue il nostro territorio nelle Scienze, cosi come nelle arti.

Veicolare, trasporre, comunicare, elaborare interpretare e riaggregare sono le nostre migliori caratteristiche e non si esprimono solo nelle aule universitarie, negli spazi teatrali storici, tramite le stelle- inciampo nei marciapiedi, i fasti dei localini jazz, i pellegrinaggi alla casa museo di Lucio Dalla, giusto cioè per rimanere in centro, bensi anche in una cultura del live democratica nella politica dei prezzi, spartana e accogliente insieme nella dimensione logistica, decentrata in una prima periferia peraltro raggiungibile e dove si creano meno criticità ambientali, sempre al passo con le trasformazioni musicali specialmente indipendenti degli ultimi anni.

Un posto dove ascoltare sul serio buona musica è un posto dove si calibrano bene proposte locali, nazionali, con proposte estere e si tiene presente anche un’etica ben precisa sia dal punto di vista simbolico e contenutistico che organizzativo e normativo. Estragon club in questo senso è da decenni un esempio di successo e di raro equilibrio tra le varie componenti che abbiamo illustrato, con un radicamento d’affezione tra generazioni di universitari fuorisede, e una storia pregressa molto molto bolognese cominciata nella sede del mitico circolo arci Spartaco, sempre nella periferia rossa e laboriosa, dove non si può certo fare solo Filuzzi, ma bisogna aprirsi al mondo e ai giovani.

Chi dunque, se non Estragon poteva candidarsi per la sua terza edizione italiana, ad ospitare la versione itinerante del festival Europavox, da Clermont Ferrand, cittadina d’Alvernia famosa per la varietà ed importanza delle sue rassegne? Ma per valorizzare questa dimensione sovranazionale, cosi facile da praticare quando si parla di espressioni artistiche oggi universalmente condivise, cosi difficile invece per tanti altri aspetti decisamente problematici, non poteva essere più giusto avere la location prestigiosa e simbolica per eccellenza, quel Teatro comunale che oggi si apre a tanti stimoli diversi ed utilizza come si diceva, tutte le opportunità offerte dalla sua splendida architettura, per ben due serate festose del 7 e 8 dicembre, due insolitamente lunghe serate piazzate proprio a cavallo della stagione operistica in apertura. Un festival che celebra le diversità musicali europee e che ha visto alternarsi tra specchi, stucchi e lampadari imponenti, immersi in suggestivi visuals vagamente psichedelici, perfettamente peraltro intonati al genius loci, artisti italiani, danesi, islandesi, russi, inglesi, francesi, greci, con una preminenza del genere elettronico, davvero notevoli ed alcuni per la primissima volta in Italia o a Bologna.

Chi scrive già dal venerdi sera non ha potuto fare a meno di notare la bravura degli artisti, ma anche il clima di autentico ascolto e di rilassatezza e rispetto che si potevano percepire:la bellezza è contagiosa e competenza, professionismo efficienza, cambi palco velocissimi hanno favorito un filar tutto liscio all’interno e all’esterno, dove ciclicamente, gruppetti di ragazzi curiosi, si schiacciavano sulle vetrate per ammirare la scena foyer insolita, che doveva apparire come una sorta di acquario human pop.

Strepitoso il set finale di ClapClap che ha trasformato il Comunale in un raffinato club di tribal sound da tutto il mondo che definire energia pura come sempre si dice in questi casi, sembra tuttavia riduttivo per descrivere la frenesia liberatoria di uno scatenarsi gioioso dei corpi come forse in quella sede non si era mai visto e che è suonato come una sorta marcia di carica per le mille differenze che si autorappresentano in ogni angolo del pianeta quantomeno nei fine settimana, da Tony Manero in avanti, come antropologia recente insegna.

Nelle stesse ore, tuttavia, viceversa si consumava tutto lo strazio di una tragedia della inconsapevolezza come quella di Corinaldo, su cui dovremo certo tornare e che sembra in queste ore, rappresentare la metà oscura del clubbing e di tutto ciò che ruota intorno ad esso:un esempio fatale di accumulo di approssimazioni, leggerezze,, distopie securitarie, fatalità shakespeariane che convergono nel dipingere ancora una volta la ferocia di un sistema complessivamente indifferente che esalta la giovinezza, ma solo per passivizzarla e consumarla, alla stregua di qualsiasi risorsa.

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