Alcune riflessioni sulla Next Generation: appunti da un festival

di Silvia Napoli

La passata legislatura si è chiusa con un pesante smacco rispetto alle questioni inerenti i diritti civili, stante la mancata approvazione di una legge sullo ius soli. La nuova si presenta come ritorno ad un futuro fatto di discriminazioni, luoghi comuni pregiudiziali e passatisti, nella migliore delle ipotesi, quando non si vagheggi apertamente una sorta di far west urbano.

A Bologna, la rete Non one is illegal, composta in larga parte da operatori del sociale che lavorano a stretto contatto con i migranti e che fa capo al centro sociale TPO, da tempo ribatte colpo su colpo all’ondata di diffuso razzismo strisciante tramite molteplici mobilitazioni e azioni di vigilanza culturale. Iniziative concepite al suo interno o anche entro altre realtà aggregative strutturate o in divenire, cui fa da cassa di risonanza e contenitore.

Questo è stato il caso del festival dedicato alle nuove generazioni italiane, che abitualmente vengono definite invece come seconde o terze rispetto all’ondata migratoria della propria etnia, che si è svolto nel pomeriggio-serata del 17 novembre scorso presso i locali di via Casarini, presentando un programma nutrito e variegato in grado di richiamare una folta partecipazione giovanile estremamente eterogenea.

Un programma svelto, ritmico, impostato più come una vetrina di esperienze, una carrellata di punti di vista e storie sorprendenti che si sono raccontate con tante modalità espressive diverse:inserti musicali, talk, video, presentazioni, convivialità a carattere gastronomico multietnico. interessante anche la composizione del partnerariato tra le realtà promotrici dell’evento: l’emittente privata di pubblico servizio Radio Città del Capo, il Centro Studi Donati e l’associazione stessa Next generation. E naturalmente, prima di tornare su quanto visto e ascoltato, è bene spendere due parole su queste realtà.

Il Centro Donati nasce all’interno del più efficace milieu di attivismo sociale cattolico, quello che pensa in maniera coerentemente universale e guarda in particolare ai problemi complessi del più negletto e spogliato dei continenti: quello africano, protagonista anche del noto festival cinematografico ad esso dedicato dal centro e conclusosi recentemente con un buon riscontro di pubblico.

Questa peculiare sinergia tra enti tanto diversi, non deve meravigliare più di tanto se pensiamo al dialogo costante intercorso nei nostri territori tra Caritas, ma anche Curia stessa e forze alternative e non, di sinistra e centrosinistra su temi socialmente scottanti di inclusione e lotta alle povertà ed emarginazioni vecchie e nuove.

Next generation, associazione no profit che ha già qualche anno alle sue spalle, di nascita imolese, ma presto posizionatasi a Bologna, ha una mission molto ambiziosa rispetto ai rapporti paritari da implementare tra generi, generazioni e genti, facendo leva sull’uso delle tecnologie informatiche di comunicazione e favorendo in tutti i modi la presa di parola pubblica dei giovani diversamente italiani, chiamiamoli cosi, oggetto di tanti commenti, analisi e inchieste sospettose, ben raramente soggetti di discorso.

La pratica della mediazione interculturale è la koinè su cui si innestano le esperienze e le narrazioni di ragazzi e ragazze che hanno vissuto qui la loro formazione, o sono addirittura nati qui o ancora sono figli di coppie miste, nonché l’humus fondativo della associazione. Associazione di alfabetizzazione su tanti fronti, ma soprattutto promotrice di interessanti esperimenti di acquisizione e condivisione civica quali il migrantour, ovvero visite guidate della città condotte da ragazzi di origine straniera in favore di classi scolastiche di ogni ordine e grado o magari di minori non accompagnati richiedenti asilo o ancora la proposta accolta dalla nostra municipalità di istituire una piazza giardino dedicata alle vittime del grande naufragio di Lampedusa, piazza tre ottobre 2013, in zona Corticella.

Indubitabile che queste presenze sulla scena, fungano da specchio alle nostre molte e inquiete autorappresentazioni nazionali. Ascoltandoli parlare si ha la vaga impressione che siano molto più contenti loro di definirsi italiani che noialtri autoctoni, che del resto, un po’ memori di una italica vocazione al meticciato e al transito, un po’ internazionalisti di ritorno, un po’ sinceramente sfasati rispetto ad una identità percepita come labile o insoddisfacente e colonizzata a nostra volta e comunque, da tempo snaturata,secondo il paradigma pasoliniano, stentiamo a riconoscere i nostri propri contorni identitari, al punto di volercene quasi liberare.

Gli esperti italiani, chi più chi meno, presenti al talk di approfondimento del tardo pomeriggio in nome del relativismo culturale e segnati inconsciamente da una Unità d’Italia fatta più dalla televisione che da Garibaldi, minimizzano persino l’appartenenza linguistica come fattore identitario.

Eppure la varietà delle lingue, oggi messa in ombra da un inglese volutamente semplificato e neutro, tecnicamente ed economicamente omologante è anche un potente vettore di valori culturali ed etici ricchi perché tanto differenti che avrebbero bisogno di essere compresi e confrontati e storicamente contestualizzati. Per non parlare del tema dei ruoli familiari e del discorso religioso, o dei ruoli assegnati nella piramide sociale e nella sua rappresentazione, cosi decisivi, perché presenti nel linguaggio emotivo,per esempio, nelle vicende delle banlieu, o dei riot urbani.Chi scrive, ad esempio, è convinta del fatto che siano identità liquide e non identità strutturate quelle che trovano espressione nel linguaggio dell’hater o dello scontro razziale o della pratica ultras. Dietro ogni forma linguistica, dietro ogni dialetto, c’è tutto un mondo di sentimenti e stratificazioni storiche, le lingue si muovono come le persone e uniformarle non sempre è la soluzione, esattamente come fermare i corpi coattivamente.

Per questo gli interventi dei giovani che si pongono consapevolmente, partendo dal loro stesso vissuto nella dimensione di tramite culturale, di mediatore, trasferendo ed elaborando anche i segni del corpo per favorire la comprensione tra persone, che è poi una comprensione tra condizioni, sono parsi quelli più centrati e convincenti e anche divertenti.

In questo contesto, paradossalmente, non si è parlato di precarietà, e neppure troppo insistentemente di svantaggio sociale :persino le tragiche immagini dei barconi che affondano, pur citati in riferimento alla missione Mediterranea condotta tramite un crowd funding partito proprio dal TPO, dalla nave italiana MAR Jonio, sono rimasti sullo sfondo.

Siamo agli albori qui in Italia, dell’affermarsi di stili e modelli oltre che di composizioni razziali, per noi ancora poco abituali e che vanno oltre i cliché sia del rifugiato che del migrante economico o dell’expat e che in prospettiva chiedono di fare uno sforzo di immaginazione culturale e di governance sociale oltre la categoria dell’integrazione.

A ben vedere gli interessantissimi prodotti video presentati, ad ascoltare i rappers e i bloggers tutti giovanissimi, pieni di orgoglio, che sono portabandiera di questa nuova generazione italiana, che non evoca certo né raccoglitori di pomodori né minacciosi spacciatori, troviamo ben poco anche il termine conflitto, mentre d’altro canto, esiste in maniera precisa una rivendicazione alla accessibilità a tutte le esperienze, artistiche, sportive, conoscitive, fuori da ghetti e steccati e una voglia di raccontarsi e definirsi al di fuori dai nostri criteri spazio-temporali. Per questo, a quanto pare, la domanda più irritante da porre loro è proprio quel da dove vieni, che a noi suona cosi naturale e persino empatico quando vogliamo conoscere la storia di qualcuno..

Viene spontaneo pensare a questo punto, siano davvero loro i veri i italiani, più che i nostri pochi figli ormai in diaspora per il mondo e nel sottile gioco di specchi e rimandi che il meticciato produce, si riesce a intravvedere la paura identitaria di stati che si concepiscono come sovrani unicamente nello sbarrare e respingere, piuttosto che nel portare a valore. La nuova cittadinanza ha bisogno di uno stato giuridico adeguato che la esprima e vasta è stata l’aneddotica in merito ai paradossi e alle situazioni grottesche che la sua mancanza provoca, ma esiste già come fatto culturale potenzialmente innovativo, anche se storicamente non certo inedito ed esiste indipendentemente dai bisogni delle nostre asfittiche forme di ingegneria socioeconomica.

Piuttosto essa ha molto a che fare con le relative facilità e velocità odierna e di spostamento e soprattutto con la nuvola immensa di una rete globale, certo anche democratica e facilitatrice di processi economici e conoscitivi di scambio, ma che contiene, per dirne una, anche meccanismi che spingono alla ricerca del consenso, all’appiattimento delle opinioni e a una certa stereotipia emozionale.

Forse a volte non riusciamo a fare comunità nelle piazze, però siamo tutti coinvolti in una community senza precedenti per consistenza numerica ed estensione spazio-temporale, una community di clienti e consumatori di beni, servizi, dati e informazioni senza distinzioni di sorta. Forse proprio per questo, ha colpito chi scrive, soprattutto la forte testimonianza e presenza femminile, la pacata affermazione identitaria contenuta nello hijab indossato da ragazze perfettamente acculturate, bilingui e indipendenti o nella baldanza imprenditoriale di quelle che lo vendono nel loro esercizio commerciale appena ai bordi del centro di Bologna stante che il genere sia sempre l’irriducibile del discorso pubblico e privato nella società del patriarcato globalizzato.

Le rivedremo queste ragazze, avremo sempre più bisogno della creatività e dei contenuti di questi nuovi italiani e soprattutto, come sempre, sarà più proficuo per tutti capire e governare le grandi ricorrenti svolte della Storia: a quando una edizione ancora più articolata di questo festival?

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