Luigi De Magistris: “Il mio obiettivo è candidarmi alla guida del Paese”

di Stefania Rossini

Luigi De Magistris è un uomo senza mezze misure. Nelle scelte di campo e negli scontri che hanno segnato la sua vita di magistrato e di politico, ha avuto sempre un atteggiamento frontale: io sono nel giusto e voi no. E, come in uno specchio, non ci sono mezze misure nei suoi confronti. Lo si ama o lo si odia questo sindaco che si atteggia a guappo ma ha alle spalle una famiglia borghese con ascendenze nobili. Lo si ama perché, come diceva Ermanno Rea, non è un moderato, e lo si detesta per lo stesso motivo. Se molti napoletani sostengono che con la sua amministrazione la città ha ritrovato lo splendore, altri lamentano il caos urbano e la violenza nelle strade. Se lui stesso invoca il bene comune e rivendica di essere stato l’unico a far rispettare il referendum sull’acqua pubblica, gli si risponde che è il sindaco dei centri sociali e non della città.

Ma a 51 anni, con un’avvenenza virile intatta di cui fa un uso consapevole e con una padronanza politica ormai allenata, l’ex magistrato è pronto a lanciarsi in nuove sfide politiche. Ce le racconta in questo colloquio quasi confidenziale dove mostrerà anche un’inaspettata duttilità.

È noto che si sta preparando alle elezioni europee di primavera e anche alle regionali del 2020. Davvero vuole fare tutto?

«Candidarmi alla Regione è inevitabile. Mi ci costringe l’atteggiamento del governatore De Luca, talmente ostile da non permettere neanche un minimo di dialogo istituzionale. Se mi sentirò appoggiato da una forte spinta popolare, lo sfiderò con il solo rammarico di lasciare Napoli un anno prima della fine del mandato».

Che cosa la spinge invece a tornare a Bruxelles? È già stato eletto una volta ed è venuto via per fare il sindaco.

«Questa volta lascerò subito il posto al secondo eletto. Ma sia chiaro che mi candiderò soltanto se prima si costruisce qualcosa di veramente innovativo che passi attraverso i territori, i beni comuni, i comitati, gli amministratori, i militanti, le associazioni, i movimenti…».

Si fermi, sindaco, conosciamo i suoi tanti riferimenti.

«Ma io voglio allargare ancora di più il campo. Nella mia candidatura c’è il progetto di un fronte democratico. Niente recinti vetusti, però, niente aggregazioni composte da persone che hanno la sindrome visiva della sconfitta».

Cioè nessuno di quelli che ha chiamato “sfigati”. Si riferiva a Liberi e Uguali?

«Pensavo a tutti i corresponsabili del crollo del centro sinistra e dell’arrivo del governo più a destra del dopoguerra. Chi di loro aderirà al progetto deve sapere che non avrà la prima linea, né comizi, né comparsate in tv».

Si propone di coinvolgere anche i 5 Stelle?

«Sì, perché quando c’è un’alternativa, l’elettorato dei 5 Stelle oscilla. Una coalizione che punti sulla rivoluzione, come rottura del sistema, ma anche sulla capacità di governo, può richiamare tutti quelli che hanno l’orticaria a stare con Salvini, l’uomo che spinge a odiare gli oppressi e ad amare gli oppressori».

Non sarà che sta facendo soprattutto esercitazioni per puntare alla politica nazionale?

«Vuole la sincerità? Il mio obiettivo è candidarmi alla guida del Paese. Machiavellicamente parlando, le elezioni regionali ed europee sono due momenti del progetto. A Palazzo Chigi potrò avere gli strumenti con cui attuare veramente la Costituzione repubblicana, che da 70 anni viene al massimo difesa e spesso svuotata».

Confida molto in quella che ha definito la sua “grande capacità di leadership”?

«Riconosco di avere carisma, di essere un punto di riferimento. L’ho capito quando facevo il magistrato e lo noto ancora adesso. È una cosa di cui vado umilmente orgoglioso, è una responsabilità che toglie il fiato ma che motiva ad andare avanti».

Non le farà da intralcio il suo costante atteggiamento da antagonista?

«Non è un atteggiamento, io sono un antagonista. E sono costretto ad esserlo perché ho visto troppa corruzione e troppe mafie all’interno delle istituzioni. Però ho sovvertito il classico binomio antagonista-disubbidiente, perché sono ubbidiente, perché non ho mai tradito le istituzioni, anche se queste hanno fatto di tutto per farmi dedicare all’agricoltura o alla pesca».

Aver dovuto lasciare la magistratura le pesa ancora così tanto?

«Ho avuto parecchi dolori e parecchie ferite, ma quello strappo a cui sono stato costretto non si sanerà mai, me lo porterò nella tomba. Ho perfino sperato di aver fatto qualche errore grave perché ne avrei provato sollievo. Invece non sono stato fermato dalla ‘ndrangheta con la lupara, ma da quelli che mi dovevano proteggere le spalle: i miei superiori, il Csm gli organi dello Stato».

Non si è mai rammaricato neanche dell’inchiesta Why Not, quella che ha contribuito alla caduta del governo Prodi?

«No, perché quel governo è caduto per altri motivi. Anzi penso che se mi avessero lasciato fare le indagini fino alla fine, alcuni di quelli che erano stati iscritti nel registro degli indagati, come appunto Prodi, avrebbero potuto essere archiviati. Mi hanno fermato prima».

Le posso chiedere se con il carico di fatiche e di impegni che descrive, è riuscito anche ad avere una vita privata?

«Ho fatto del mio meglio ma, ahimè, sono un padre molto assente. Però i miei figli sanno che sto poco con loro non per mancanza di amore, ma per dedicarmi al bene comune. E sono orgogliosi di me».

E che marito è?

«Un marito felice, perché mia moglie non solo mi piace esteticamente, ma ho con lei un rapporto cementificato da valori forti. Ha anche lasciato il suo lavoro di avvocato e la sua terra di Calabria per dedicarsi alla famiglia».

Tanto per ribadire che dietro ogni uomo di successo c’è una donna.

«Guardi che non è un brutto detto. Del resto ripago mia moglie di uguale amore e non la tradisco».

Non glielo avrei chiesto, anche perché ha spesso dichiarato di piacere molto alle donne.

«Mi capita di accorgermene, ma mi accorgo di piacere anche a persone del mio stesso sesso. Alla gente piace stare con me, parlare con me, è affascinata».

Si considera bello?

«Mi considero una bella persona».

Risposta consumata. Dica la verità.

«Va bene, non sono male».

Di lei dicono anche che è populista, ribelle, demagogo, tribuno. Si definisca con un solo aggettivo.

«Sono un uomo normale, quindi folle».

Chi sta citando?

«Luigi Settembrini, lo scrittore napoletano che ha detto come in alcuni momenti storici è bene affidarsi più ai folli che ai sani. Pensavo di essere sano ma con gli anni mi sto convincendo di essere folle».

Fuori dal paradosso, ci sono altri pensatori che le fanno da guida?

«Le mie quattro passioni giovanili, quando leggevo soprattutto filosofia, sono Schopenhauer, Kierkegaard, Marx e Nietzsche. Ognuno di loro mi ha lasciato un insegnamento».

Vediamoli.

«Di Marx mi ha colpito il rapporto tra struttura e sovrastruttura. Poi, da giurista mi sono a lungo chiesto se il diritto sia davvero sovrastruttura o possa avere una funzione rivoluzionaria connessa con le masse popolari. Con Kierkegaard ho scoperto la determinazione che bisogna avere in ogni scelta. Di Schopenhauer ho amato la riflessione intimistica e anche il conflitto tra depressione ed entusiasmo che ci accompagna nella vita».

Resta Nietzsche, che sembra il più distante dal suo temperamento.

«Si sbaglia, di lui mi ha incuriosito quel nichilismo che ti fa scendere nei più profondi abissi dell’uomo».

Con riferimenti di questa portata, come fa ad avere per modelli Che Guevara e il subcomandante Marcos?

«Il Che mi ha sempre affascinato per le sue battaglie, ma anche per l’umanità e la spiritualità che accompagnavano ogni sua lotta. Di Marcos mi piacciono le lotte legate alla terra, quindi il filone zapatista. E poi, se Salvini si definisce capitano, quando arriverò a guidare il Paese io sarò il subcomandante, perché il comandante è il popolo, come recita l’articolo 1 della Costituzione. Comunque, se vuole una confidenza, penso che in una vita precedente devo aver combattuto per qualche causa, perché sento in me una forza che non mi fa smettere di lottare per la giustizia».

Chi immagina di essere stato?

«Un rivoluzionario del Settecento».

Masaniello, a cui molti lo paragonano, era del Seicento.

«Infatti non mi riferivo a lui. Mi vedo come un illuminista che combatte tra la Francia e l’Italia, forse proprio nella Rivoluzione napoletana del 1799».

Non le viene il sospetto che, visti certi suoi principi, potrebbe essere stato un emulo di Robespierre?

«”Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”, diceva Che Guevara. Anche in un’altra vita sarei stato del suo stesso parere».

Questo articolo è stato pubblicato dal sito L’Espresso il 19 novembre 2018

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