La propaganda di estrema destra alla conquista dell’Europa

di Nina Horaczek, traduzione di Claudia Tatasciore

Questo articolo nasce dal lavoro comune di un gruppo di giornali europei, Europe’s far right research network, in vista delle elezioni europee 2019. Ne fanno parte, oltre a Internazionale, Falter (Austria, a cui appartiene l’autrice del reportage), Gazeta Wyborcza (Polonia), Hvg (Ungheria), Libeŕation (Francia) e Die Tageszeitung (Germania).

Berlino, Jakob Kaiser-Haus, stanza 6630. In questo palazzo nel quartiere amministrativo della capitale tedesca si trova lo studio di registrazione del gruppo parlamentare di Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania, Afd): una piccola stanza con un tramezzo blu e tanto di logo dell’Afd, green screen per lo sfondo dei video, telecamera, un riflettore. Oltre che nella sala stampa, nel viale Unter den Linden, è qui che si confezionano le notizie con cui il partito di estrema destra vuole dirottare i cittadini tedeschi dal Tagesschau, il principale notiziario della televisione pubblica, alle notizie targate Afd.

Il modello per sferrare l’attacco al servizio pubblico tedesco arriva da Vienna. Joachim Paul, consigliere dell’Afd del land Rheinland-Pfalz (Renania-Palatinato), ha trascorso qualche tempo nella capitale austriaca come factotum della testata online di estrema destra Unzensuriert, la cui redazione è ospitata da una confraternita che si richiama al nazionalismo tedesco. Tornato in Germania, Paul ha lanciato il canale web Afd-Rheinland-Pfalz e adesso le news dell’Afd arrivano in tutta la Germania. Il modello è l’austriaca Fpö-Tv, l’emittente online creata nel 2012 dal Partito della libertà austriaco (Fpö), e che da poco tempo offre anche un notiziario pensato per gli schermi dei telefoni.

Inoltre, l’estrema destra è sempre più presente nei mezzi d’informazione su scala internazionale. Anche se la situazione politica è diversa da paese a paese, la strategia per la conquista dei canali d’informazione rimane la stessa: si comincia stando all’opposizione e mascherando sotto l’etichetta di “notizie alternative” la costruzione di un universo di propaganda; una volta al governo, si conquista il controllo del sistema radiotelevisivo pubblico e si passa all’attacco dei mezzi d’informazione critici e indipendenti. Una procedura che si può spiegare in sette passi.

Primo passo: costruisci il tuo impero dell’informazione

Alle elezioni del 2002, l’attuale premier ungherese Viktor Orbán non si aspettava di essere sconfitto, ma fu veloce a indicare il colpevole della disfatta: i mezzi d’informazione indipendenti, che erano stati troppo critici con il suo partito, Fidesz. Così, dai banchi dell’opposizione, Orbán si è costruito un proprio impero dell’informazione. Un ruolo chiave l’hanno avuto gli oligarchi vicini al partito, che hanno investito in testate giornalistiche ed emittenti private e che oggi controllano il mercato ungherese dei mezzi d’infomazione.

L’Fpö ha agito nello stesso modo e da dieci anni investe denaro sulle testate giornalistiche austriache vicine al partito: “Abbiamo cercato di trasformare in virtù quella che era una nostra necessità di comunicazione”, ha dichiarato in un’intervista l’ex segretario del partito, Herbert Kickl.

Tra i giornali che hanno ricevuto il sostegno dell’Fpö c’è il settimanale Zur Zeit, fondato nel 1997 da Andreas Mölzer, uno degli ideologi del partito. La rivista ha pubblicato insulti razzisti contro il calciatore David Alaba, ha definito “checca di professione” Gery Keszler, attivista per la lotta all’aids, e recentemente un articolo chiedeva di togliere il diritto di voto a “gruppi di orientamento antiautoctono” e di “reintrodurre le case di lavoro”. L’articolo, ha dichiarato la direzione, sarebbe finito sulla rivista “per sbaglio”.

C’è poi la piattaforma online Unzensuriert (Incensurata), che è amministrata da Walter Asperl, deputato dell’Fpö, e che attacca i musulmani, i profughi e le persone omosessuali. E ancora, la rivista Info-Direkt, diffusa nella regione dell’Alta Austria, pubblica inserzioni dell’Fpö con slogan come “Stop all’islamizzazione”. Secondo il giornale, che funge da anello di congiunzione tra il partito e l’estrema destra identitaria, il 2016 è stato l’anno in cui è sono stati “feriti a morte” i “media del sistema”: “È arrivato il momento di prendere parte attiva nella guerra dell’informazione e porre fine al predominio delle opinioni mainstream”.

Quando Falter ha chiesto a Info-Direkt un chiarimento sulle sue posizioni, invece di inviarci una risposta la rivista ha pubblicato un articolo, con tanto di foto della nostra giornalista, in cui si legge: “Poiché diffidiamo dei mezzi d’informazione mainstream, abbiamo deciso di rispondere a Falter attraverso i nostri canali”.

Inoltre, le testate austriache e quelle tedesche ospitano reciprocamente le loro notizie. Il direttore della redazione online di Wochenblick, anch’essa vicina all’Fpö, ha lavorato per Blaue Narzisse e Sezession, due mezzi d’informazione della nuova destra dell’area dell’Afd. E su Info-Direkt scrivono Chris Ares, rapper tedesco nazionalista (“Alla mia Germania – Canzone per Chemnitz”), oltre ad altri esponenti del movimento identitario tedesco.

In Austria, tra i relatori al congresso degli identitari organizzato nel 2016 a Linz con il titolo “Difensori dell’Europa” c’era anche Jürgen Elsässer, direttore della rivista tedesca Compact; negli stand erano presenti Zur Zeit, Compact, Unzensuriert, Alles Roger? e Sezession (il fondatore, Götz Kubitschek, ha portato personalmente dieci casse piene di copie nel portabagagli della sua auto). In quell’occasione, Info-Direkt ha intervistato Paul Hampel, portavoce dell’Afd per gli affari esteri. Mentre Manuel Ochsenreiter, giornalista tedesco di estrema destra, collabora con Wochenblick come “esperto di Medio Oriente”, e sostiene che la Siria è sufficientemente sicura da poterci rimpatriare i profughi.

Interpellato da Falter, il direttore di Wochenblick, Christian Seibert, ha respinto l’accusa di estremismo rivolta al settimanale. Sull’immigrazione, spiega, “il giornalismo mainstream distorce la realtà e Wochenblick vuole fargli da contraltare”.

Strade simili percorre in Francia il Rassemblement national (Rn), nuovo nome del Front national di Marine Le Pen. Nel 2017 il portavoce di Marion Maréchal, la nipote di Le Pen, ha fondato L’Incorrect, rivista patinata rivolta a un pubblico giovane. La linea editoriale è chiara: “Stacchiamo la spina al ’68!”.

L’Incorrect non è l’unico mezzo d’informazione sotto l’influsso del Rassemblement national. In Francia è così ampia la gamma di mezzi d’informazione dell’estrema destra, soprattutto online, che è stato coniato perfino un termine per indicare la presenza della destra radicale sul web: fasciosfera. Ci sarebbe per esempio Fdesouche, abbreviazione di François Desouche, che come Unzensuriert si scaglia contro i migranti e le altre minoranze ed è diventata una delle piattaforme più popolari della fasciosfera francese. Stando ai dati di Alexa, nel 2016 sette dei dieci siti politici più seguiti in Francia appartenevano alla destra radicale, e oggi influenzano anche giornali e tv tradizionali di stampo conservatore.

Éric Zemmour, editorialista del quotidiano conservatore Le Figaro, è una star della destra che Le Pen vedrebbe molto bene come ministro della cultura. Secondo Zemmour, i datori di lavoro hanno il diritto di rifiutare i lavoratori arabi e neri, e si è rivolto alla giornalista televisiva francese Hapsatou Sy, di madre senegalese, dicendole che il suo nome è “un’offesa per la Francia”.

Secondo passo: usa le notizie false per aumentare le paure

Sul piano dell’informazione, i populisti di destra dei vari paesi si sostengono a vicenda. Il 20 marzo 2018, alla vigilia delle elezioni in Ungheria, la televisione pubblica ungherese ha realizzato delle interviste in Germania. Nel servizio un passante raccontava di aver dovuto lasciare la sua abitazione perché nel quartiere dove viveva erano stati trasferiti gli immigrati, mentre una donna diceva che Amburgo è diventata così pericolosa da costringerla a uscire di casa sempre armata di spray al peperoncino.

In realtà, quelli presentati per comuni passanti erano politici dell’Afd. L’imbroglio è stato scoperto da Márta Orosz, giornalista ungherese che lavora in Germania nel centro di giornalismo d’inchiesta Correctiv. Orosz ha dimostrato che la televisione pubblica ungherese ha dato la parola almeno sette volte a esponenti dell’Afd senza dichiarare la loro appartenenza politica.

In passato Orosz ha lavorato come corrispondente in Germania per la radio ungherese. Quando però il direttore a Budapest ha tagliato da un suo servizio sulle elezioni tedesche del 2017 la frase “tra le file dell’Afd ci sono anche estremisti di destra”, lei ha deciso di andarsene.

Sempre in Ungheria, la tv pubblica all’inizio del 2016 ha spacciato per immagini dal capodanno di Colonia alcune riprese del 2012 di aggressioni sessuali in piazza Tahrir, in Egitto. E ancora, nel 2017, nel periodo della Pentecoste, i cittadini ungheresi hanno appreso dal loro servizio d’informazione pubblica che in coincidenza con il ramadan musulmano la città tedesca di Essen, il cui nome in tedesco significa “mangiare”, si era dovuta ribattezzare Fasten, in tedesco “digiunare”. Notizia che era stata realmente diffusa, ma da una piattaforma di satira tedesca.

Anche i giornalisti francesi dell’estrema destra amano viaggiare: su L’Incorrect sono state descritte le condizioni “drammatiche” del quartiere Favoriten di Vienna, una città talmente “globalizzata” che in alcune zone non si parla più tedesco: “Benvenuti nella seconda città turca dopo Istanbul! Intorno a noi sfilano con i loro passeggini donne in hijab”. In Ungheria invece “il sole splende anche in autunno”. Perché il paese non è affatto la “terribile dittatura che i mezzi d’informazione occidentali raccontano”.

Dal canto loro, i giornali della destra radicale austriaca scrivono che gli ungheresi all’estero sono scappati dalla Germania e dalla Svezia “a causa dell’immigrazione di massa” (Unzensuriert) e che Angela Merkel è una “maniaca dell’immigrazione” (Info-Direkt). E mostrano il premier ungherese Orbán mentre “prepara il prosciutto di Pasqua per i suoi fan” (Wochenblick).

Terzo passo: diffama i tuoi detrattori

L’autore satirico Antoni Szpak è accusato di aver offeso il popolo polacco. Dopo che il presidente Andrej Duda aveva ringraziato il fondatore dell’emittente cattolica Radio Maria per il suo sostegno al partito di governo Diritto e giustizia (Pis), Szpak ha commentato la notizia dicendo che “solo in un paese stupido e bigotto si può arrivare a certi livelli di paranoia”. Per queste parole la procura vorrebbe “processarlo per offesa al popolo polacco”, ha riportato la Süddeutsche Zeitung.

Lo stato polacco vuole procedere anche contro il giornalista Tomasz Piątec, editorialista della Gazeta Wyborcza. Piątec ha pubblicato un libro di grande successo sui dubbi rapporti tra il ministro della difesa Antoni Macierewicz, la mafia russa e i servizi segreti, e ora la procura militare ha aperto un’indagine nell’ipotesi che Piątec abbia “minacciato” il ministro della difesa. E mentre in patria rischia di finire sotto processo, a Lipsia Piątec ha ricevuto il Premio per la libertà e il futuro dei media. “Nonostante le condizioni sempre più difficili per i giornalisti, nel suo lavoro d’inchiesta Tomasz Piątec non si lascia intimidire”, è stata la motivazione della giuria.

In Ungheria la propaganda politica ricorre ai colpi bassi. “Orbán vuole distruggermi psicologicamente”, ha dichiarato Gábor Vona, ex segretario del partito ungherese di estrema destra Jobbik e sceso in campo per contrastare la maggioranza assoluta di Orbán, dopo che i giornali vicini a Fidesz avevano diffuso la notizia della sua omosessualità. Soprattutto nelle aree rurali è impensabile per gli elettori conservatori sostenere un candidato gay.

Chi si esprime con toni troppo critici contro Orbán e i suoi uomini finisce nella lista nera. Lo scorso aprile il giornale filogovernativo Magyar Idők ha pubblicato i nomi di presunti giornalisti ostili al governo; tra loro ci sono molti corrispondenti dall’estero. Con il titolo “Gli uomini degli speculatori” il settimanale Figyelő ha pubblicato inoltre l’elenco dei duecento “mercenari” dell’imprenditore statunitense di origine ungherese George Soros. Sulla lista compariva anche la redazione del portale Direkt36, che in passato ha denunciato casi di corruzione nell’entourage del governo Orbán.

Anche in Austria la rivista complottista e vicina all’Fpö Alles roger? ha individuato una “rete Soros”, guidata dall’ex cancelliere austriaco e leader socialdemocratico Christian Kern, dal capo di stato Alexander Van der Bellen, dall’ex cancelliere del Partito Popolare Wolfgang Schüssel, ma anche “Ostbahn-Kurti”, personaggio d’invenzione del musicista Willi Resetarits, lo stesso Willi Resetarits, nonché il presidente della banca Erste Andres Treichl, il “giornale locale di sinistra Falter” e organizzazioni non governative come Sos Mitmensch. Nello stesso numero che riportava in copertina il “piano segreto di Soros” c’era un’intervista al ministro dell’interno Herbert Kickl (Fpö) e compariva un’inserzione a pagamento del suo ministero per l’arruolamento in polizia.

Quarto passo: usa Facebook per rafforzarti

In combinazione con Facebook la propaganda dei mezzi d’informazione dell’estrema destra dà i risultati migliori. Se il leader dell’Fpö Heinz-Christian Strache condivide un post di Unzensuriert, Wochenblick o altri simili, la notizia raggiunge con un clic quasi 790mila utenti Facebook.

Il pingpong virtuale riesce particolarmente bene se abbinato ai tabloid. In un’intervista al mensile Fleisch Richard Schmidt, direttore di Krone, ha dichiarato: “Siamo in concorrenza con i mezzi d’informazione creati dall’estrema destra, come Unzensuriert e altri siti web”. E ha proseguito: “Quando Strache condivide su Facebook un nostro post, notiamo che le visualizzazioni aumentano quasi del doppio. In compenso anche sulla sua pagina c’è più traffico se siamo noi a rilanciare un suo post”.

La leader dell’Rn Marine Le Pen ha addirittura 1,5 milioni di follower su Facebook, Matteo Salvini, il ministro dell’interno italiano e leader della Lega, ne ha tre milioni. Salvini ha dirottato su Facebook la strategia online del suo partito. Nel 2014 è stato chiuso il giornale del partito La Padania, la radio della Lega ormai trasmette solo sul web e tutto il resto passa dal profilo Facebook del leader.

Sulla sua pagina Salvini tiene discorsi politici mentre la figlia di quattro anni finisce nell’inquadratura, oppure saltella in costume nella piscina di una villa confiscata alla mafia, o ancora invia un messaggio video: “A pagarmi siete voi e io sono responsabile solo verso di voi”.

Per i giornalisti, il leader della Lega ha parole meno cordiali. Il Corriere della Sera lo ha querelato nel 2013 per aver dichiarato che il suo partito avrebbe “dato un calcio in culo a uno di questi giornalisti meschini e leccapiedi”.

Strache, amico di Salvini, si spinge anche oltre e pubblicizza apertamente l’universo parallelo dell’informazione di estrema destra. Il 1 marzo 2017, durante la manifestazione politica organizzata in Baviera dall’Afd nel mercoledì delle ceneri, Strache era l’ospite di punta e ha dichiarato: “Non importa quale giornale compri, o quale canale guardi in televisione, le notizie sono sempre le stesse”. Dunque si capisce, ha commentato, perché sono sempre di più le persone che preferiscono affidarsi ai “mezzi d’informazioni alternativi”.

Quinto passo: tieni sotto scacco la libertà di stampa

Sempre più spesso in Germania la Afd esclude dalle sue manifestazioni i giornalisti che giudica troppo critici nei suoi confronti. È seuccesso per esempio alla Frankfurter Allgemeine Zeitung e allo Spiegel, ma anche alle emittenti pubbliche Ard e Zdf. I vertici dell’Afd non gradiscono neppure le critiche dall’estrema destra: all’inizio di gennaio del 2017, in occasione di un incontro delle destre radicali europee organizzato in Germania, hanno chiesto di “rimanere fuori” anche alla rivista di estrema destra Compact Magazin, che aveva criticato il partito.

In Austria, la sera delle elezioni amministrative di Vienna del 2015, Falter ha trovato un cartello con scritto “vietato entrare” all’ingresso del tendone elettorale dell’Fpö. Il segretario di allora, Kickl, dichiarò che libertà di stampa significava che la Fpö era libera di scegliere quali giornalisti potessero seguire le loro manifestazioni elettorali. Oggi Kickl è ministro dell’interno e ha portato con sé al ministero l’ex direttore di Unzensuriert, Alexander Höferl, come responsabile della comunicazione. Da allora, il senso dell’espressione “libertà di stampa” è stato chiarito da un’email inviata dal portavoce del ministero alle forze di polizia locale, chiedendo di fornire ai giornali “critici” come Standard, Kurier e Falter solo le informazioni richieste secondo la legge.

Sesto passo: costruisci una tua televisione di stato

In Ungheria e in Polonia, i populisti di destra hanno messo in riga le emittenti pubbliche appena saliti al potere. Le voci critiche sono state messe alla porta e al loro posto sono state offerte poltrone ai seguaci di partito. Così hanno fatto carriera persone come Daniel Papp, ex addetto stampa del partito di estrema destra Jobbik, recentemente nominato presidente della radiotelevisione ungherese. Nel 2011 era finito in prima pagina per aver falsificato una notizia sull’esponente dei Verdi Daniel Cohn-Bendit, molto critico nei confronti di Orbán. Il video realizzato da Papp mostrava Cohn-Bendit che lasciava in silenzio la sala senza aver risposto a una domande sulle molestie contro l’infanzia. In realtà l’esponente dei Verdi aveva risposto alla domanda in modo esaustivo.

Da quando Orbán ha ristrutturato il sistema radiotelevisivo pubblico, tutte le notizie trasmesse provengono dall’agenzia di stampa statale Mti. Il pluralismo dei contenuti è stato stroncato alla radice.

Inoltre, tutte le notizie dell’Mti sono a disposizione delle reti private gratuitamente. Una situazione in cui vincono tutti, le reti commerciali e il governo: i privati risparmiano su una redazione giornalistica e il governo può far circolare ancora meglio la sua propaganda in tutto il paese.

Quando nella primavera del 2017, a Varsavia, più di cinquantamila persone hanno manifestato pacificamente contro la riforma della giustizia proposta dal partito di governo Pis, di fatto un’esautorazione della giustizia indipendente, la tv statale ha parlato solo di “aggressioni e insulti” nelle strade di Varsavia, di una manifestazione portata avanti dai “difensori dei pedofili”, di un “tentativo di colpo di stato da parte delle opposizioni”, del fatto che “gli amici di George Soros provano a far cadere il governo polacco” e di una “rivolta nelle strade” che era “un tentativo di portare i migranti islamici in Polonia”.

Il processo che si è appena compiuto in Ungheria e in Polonia, con la televisione pubblica completamente sostituita da canali di propaganda governativa, comincia ora a delinearsi anche in Austria e in Italia.

Da ottobre, in Italia, il servizio pubblico radiotelevisivo Rai ha un nuovo presidente, Marcello Foa. La nomina è stata descritta dal sindacato dei giornalisti italiani Fnsi come “il colpo di grazia all’indipendenza e all’autonomia del servizio pubblico”. Marcello Foa, infatti, non solo è amico del leader della Lega Matteo Salvini ed è in buoni rapporti con i populisti del Movimento 5 stelle, che governano con la Lega. In passato è stato criticato per le sue posizioni – espresse sul blog che scriveva per il quotidiano Il Giornale – riguardo alla “ideologia di genere”, alla “manipolazione sanitaria” sui vaccini e ai “torti della grande stampa”. Subito dopo la sua nomina, Foa ha annunciato un ricambio nei vertici Rai.

La notizia è stata accolta con favore dal Movimento 5 stelle. “Alla Rai oggi diamo il via a una vera rivoluzione culturale per liberarci dei parassiti e dei raccomandati”, ha esultato il vicepresidente del consiglio italiano Luigi Di Maio.

Anche in Austria è prevista una ristrutturazione del servizio pubblico. La Fpö vorrebbe subito eliminare dal bilancio i finanziamenti alla radiotelevisione nazionale Orf, che così sarebbe costretta ogni anno a bussare alla porta del governo per ottenere i finanziamenti. L’indipendenza è un’altra cosa.

Settimo passo: distruggi finanziariamente i tuoi critici

Fino alla primavera del 2016 la Gazeta Wyborcza era un giornale apprezzato nei tribunali polacchi. In fondo si tratta di uno dei più grandi giornali di qualità del paese. Non appena però i populisti di destra del Pis sono saliti al potere, il ministero della giustizia ha ordinato ai tribunali di sospendere gli abbonamenti al quotidiano. Poco dopo anche altri ministeri hanno cancellato la Wyborcza dalla lista degli abbonamenti.

Poi sono sparite le inserzioni delle aziende parastatali e infine quelle delle aziende private. Del resto tutti sanno che le aziende che sostengono i mezzi d’informazione critici con il governo non ottengono appalti pubblici. A causa dei danni finanziari subiti per queste decisioni, la Gazeta Wyborcza ha dovuto licenziare alcuni giornalisti.

In Ungheria il maggiore quotidiano nazionale, Népszabadság, è stato prima rilevato dalla holding di un fedelissimo di Orbán, poi è stato chiuso. Ottenendo il controllo della casa editrice di Népszabadság, gli uomini di Orbán non hanno solo tolto dal mercato un quotidiano di opposizione. La casa editrice era proprietaria anche di una dozzina di testate locali molto diffuse nelle aree rurali del paese. Anche nel caso di queste testate, i direttori sono stati subito sostituiti da giornalisti filogovernativi.

Nella primavera del 2018 ha chiuso anche il quotidiano indipendente Magyar Nemzet. Il giornale, fondato nel 1938, era sopravvissuto nell’illegalità prima all’occupazione nazista e poi alla censura del regime comunista. Quando, nel 2015, l’imprenditore Lajos Simicska, proprietario di Magyar Nemzet, ha litigato con Orbán, il giornale è diventato una delle più importanti voci antigovernative del paese. Dopo la terza vittoria di Orbán alle elezioni del 2018 Simicska ha sospeso il finanziamento al giornale.

Il canale d’informazione online Origo invece è stato riconvertito e non sospeso. Il direttore di questa piattaforma d’informazione di grandissimo successo ha appreso del suo licenziamento a giugno del 2014. “Misure di ristrutturazione”, era la motivazione del proprietario, una ditta ungherese affiliata alla Telekom tedesca. Origo aveva dimostrato che un politico di spicco all’interno di Fidesz aveva alloggiato in hotel di lusso a spese dei contribuenti.

Questo articolo è stato pubblicato da Internazionale il 2 novembre 2018

One Response to La propaganda di estrema destra alla conquista dell’Europa

  1. Gianni Sartori ha detto:

    GIU’ LE MANI DA DURRUTI! GIU’ LE MANI DALLA LOTTA DI CLASSE!

    (Gianni Sartori)

    Premessa con lamento e domanda retorica.
    Di nuovo? Ancora? Ma perché tocca a me – proletario autoalfabetizzato che non è nemmeno anarchico – intervenire?
    Non bastavano l’Irlanda e Bobby Sands?
    Rimando alla lettura dell’ormai datato “Fascisti, tenete giù le zampe dall’Irlanda” e ci (ri)provo.

    SENZA VERGOGNA.
    DOPO CHE GUEVARA E BOBBY SANDS, ORA ANCHE CON DURRUTI

    Lo sapevo, prima o poi doveva succedere. Anche se mi aspettavo che a compiere l’atto osceno in luogo pubblico (la “rete”) sarebbero stati direttamente i fasci. Invece stavolta pare avvenga per interposta persona. Materia troppo delicata, evidentemente. Da maneggiare con cura. Meglio mandare avanti gli ascari.
    A tentare l’operazione di appropriazione indebita – uno scippo maldestro – è stato un noto intellettuale originariamente di sinistra (ora non si sa) considerato il maggior esperto vivente in materia di fascisteria e fascistume.
    Vuoi per aver scrutato troppo a lungo nell’abisso (con i noti effetti collaterali di reciproca specularità), vuoi per innamoramento perverso, vuoi per una variante della “sindrome di Stoccolma” – l’interessato sembra volersi dannare definitivamente l’anima allineandosi con una visione del mondo ormai apertamente – a mio modesto parere – di destra.
    Nel caso in questione evocando addirittura le junghiane “coincidenze sincroniche” (vedi il giorno della duplice morte, 20 novembre) e mettendosi così al riparo da ogni ragionevole (ossia fondata sul buon senso) critica. Come e cosa ribattere di fronte a Eventi metafisici insondabili, Manifestazioni dell’Assoluto nel Fatidico Giorno, Disegni imperscrutabili del Destino, Grande Ineffabile Mistero Trascendente…?
    Sto cercando di interpretare ovviamente. Ma a ‘sto punto ognuno può aggiungervi a piacere e volontà altra “roba di Valore” (Furio Jesi aveva visto giusto qualificando la cultura di Destra come un concentrato di…Liala in salsa evoliana).*

    Il fatto. L’esperto in questione (proveniente dall’area dell’Autonomia operaia, amico e collaboratore di Oreste Scalzone che sembra aver avuto qualche responsabilità nell’iniziarlo a tali pratiche …non mi viene…necrofile? Sado-maso?) ha osato paragonare il fondatore della Falange José Antonio Primo de Rivera (fucilato in quel di Alicante dai repubblicani – giustamente – il 20 novembre 1936) a Durruti, feritosi accidentalmente a Madrid (pare nella notte tra il 19 e il 20 novembre) e morto appunto il 20. **
    Partendo da questa coincidenza, l’articolo arriva – sostanzialmente – a renderli quasi equivalenti, intercambiabili. Equiparandoli in quanto “ribelli” (alla Junger?), non omologati – rispettivamente – al franchismo e al Fronte popolare repubblicano.
    Due morti – suggerisce l’esperto – accolte con soddisfazione dai capi dei rispettivi schieramenti in quanto entrambi – Durruti e José Antonio – scomodi, troppo idealisti e refrattari alla realpolitik.
    E per dare maggior peso all’equivalenza, riesuma l’ormai screditata ipotesi che Durruti sia stato assassinato dai “comunisti”.

    IPOTESI CALCOLATE E PROVOCATORIE

    Riporto testuale : “…è sicuramente una coincidenza significativa che lo stesso giorno dello stesso anno nello stesso paese, la Spagna del 1936, muoiano, più o meno per la stessa mano, i due leader che avrebbero potuto determinare un esito rivoluzionario alla guerra civile. Il leader fascista della Falange, Josè Primo de Rivera muore in esecuzione di una condanna a morte della repubblica spagnola. Ma per Francisco Franco e i generali golpisti è un terno al lotto, perché si sono tolti dalle palle un peso politico notevole, un leader che avrebbe potuto orientare l’insorgenza in direzione ben diversa dagli esiti bigotti e reazionari voluti dal Generalissimo.
    Buenaventura Durruti, amatissimo ed eroico leader anarchico. viene ammazzato da un cecchino a Barcellona. Nulla è certo ma forti sono i sospetti che a fare fuoco sia stato qualche agente stalinista”.

    “La stessa mano”? Più che azzardata, l’ipotesi (la stessa diffusa a quel tempo dai fascisti) mi sembra calcolata, interessata e provocatoria.

    Avendo chi scrive sprecato (si fa per dire) gran parte dell’adolescenza e prima giovinezza a litigare duramente con marxisti- leninisti, maoisti, operaisti, trotskisti, anche autonomi (cioè: non solo con gli stalinisti, come sarebbe stato ovvio) in merito al maggio 1937 di Barcellona (la Telefonica, Nin, Berneri…), oggetto mio malgrado in svariate occasioni del poco caritatevole commento “faremo come in Spagna” (anche da dirigenti locali di PotOp, posso fare i nomi) – trovo perlomeno imbarazzante doverli difendere (i “comunisti”, in senso lato) da accuse che ritengo infondate e strumentali. Sulla questione “morte di Durruti” ormai non dovrebbero esistere dubbi di sorta. Come confermarono sia gli anarchici (vedi Garcia Oliver, Abel Paz…), sia Emilienne Morin, la compagna di Durruti (non presente al fatto, in un primo momento aveva sollevato qualche dubbio sulla reale dinamica), si trattò di un incidente dovuto – con ogni probabilità – soprattutto alla stanchezza. Alla stessa conclusione era giunto, dopo ricerche accurate, anche Magnus Enzensberger. Durruti scese dall’auto, dopo un viaggio massacrante dall’Aragona e giorni di duri, insonni combattimenti, con il colpo in canna. Un movimento brusco, un contraccolpo e dal suo mitra tedesco (un “naranjero”) partì una raffica colpendolo al torace.
    Può capitare. Capita.
    Non è certo casuale che – aderendo alla versione del “cecchino comunista” – l’autore dell’articolo si ritrovi perfettamente allineato con la tesi da sempre accreditata e messa in circolazione dai franchisti. Con l’intento di screditare, demoralizzare e dividere il fronte repubblicano antifascista.

    ESITI ALQUANTO IMPROBABILI
    Quanto all’improbabile “ esito rivoluzionario “ determinato (non si come e nemmeno perché) da un José Antonio ancora in vita, stendiamo un pietoso sudario sui resti mortali del senorito in questione. Esponente di quelle classi privilegiate che videro in Franco il loro salvatore.
    Ma poi questa chi gliela avrà raccontata? L’amico Stefano Delle Chiaie che proprio in Spagna prese parte alla “guerra sporca” delle squadre della morte antibasche?

    Comunque – onestamente – non vedo proprio quali astruse analogie si possano stabilire tra l’operaio anarchico Buenaventura Durruti e José Antonio Primo de Rivera y Saenz de Heredia, marchese di Estella e Grande di Spagna (titolo ereditato dal padre Miguel, generale e dittatore). Non solo. Fervido ammiratore di Mussolini, venne apposta in Italia per conoscerlo e intervistarlo. Sostenitore della “collaborazione di classe” (in versione corporativista) e del più bieco paternalismo nei confronti delle classi subalterne (i “miseri” li chiamava, lui); difensore e garante sia della proprietà privata – sempre e comunque – sia della indissolubilità della Spagna (concepita alla stregua di entità metafisica) contro le tentazioni indipendentiste di baschi e catalani. Con forti legami, anche per ragioni familiari, con il peggiore conservatorismo clericale e agrario.

    Sorvoliamo poi sul fatto di aver confuso (come da vulgata staliniana) il POUM con i trotskisti. Andreu Nin aveva litigato con Trotski ancora nel 1934 e per le stesse ragioni di Victor Serge, altro comunista libertario (ossia sul giudizio da dare in merito alla rivolta e successiva repressione di Kronstadt nel 1921 con la condanna espressa dai due comunisti libertari sull’operato dell’Armata Rossa – all’epoca comandata proprio da Trotski – in tali frangenti).***
    Non solo. L’esperto sembra quasi suggerire – per la gioia e l’estasi mistica dei suoi lettori fascisti –che anche la morte di Franco (il boia Franco tardivamente deceduto il 20 novembre 1975) rientri comunque nella serie “coincidenze sincroniche” e quindi in qualche disegno occulto e imponderabile. Anche se – ormai ridotto allo stato puramente vegetale da qualche settimana – il boia Franco venne artificialmente tenuto “in vita” (si fa per dire) proprio per realizzare la mistica coincidenza: morire nello stesso giorno di José Antonio. ****
    Mancava solo un richiamo alla Cabala e ne sarebbe venuto fuori un bel romanzo dell’Occulto alla Gianluca Casseri (magari con prefazione di Gianfranco De Turris). Peccato.
    Dimentica invece – l’esperto – che quella data (in quanto “sacra”, “fatale”…) è stata poi celebrata in varie occasioni dalle squadre della morte parastatali spagnole (ATE, BVE, GAL…di cui fecero parte anche fascisti italiani come Delle Chiaie e Concutelli) eliminando esponenti dell’indipendentismo basco di sinistra (sia militanti abertzale rifugiati in Iparralde che esponenti di Herri Batasuna come Santi Brouard).

    “Ma poi – mi hanno e mi sono chiesto – in fondo, perché te la prendi tanto?”
    Forse più per ragioni personali (storiche e sociali) che per ragioni ideologiche.
    Durruti – al pari dell’etarra basco Txiki, dei repubblicani irlandesi Bobby Sands e Patsy O’Hara, del libertario catalano Puig Antich e dell’anarchico antispecista Barry Horne – era sicuramente un esponente della mia classe di appartenenza (proletaria, subalterna – per quanto obtorto collo – working class….).
    Esempio da manuale di quel proletariato “per sé” e non solo “in sé” di cui – nell’epoca decadente del proletariato quasi “fuori di sé” – nutro nostalgia profonda.
    Non ho rinunciato a una professione piccolo-borghese***** per poi vedermi scippare anche quel poco di dignità proletaria che ho cercato, conosciuto e finalmente incontrato (nelle persone di amici, familiari e compagni di lotta dei personaggi citati) in Euskal Herria, Catalunya, Irlanda…

    (continua…forse)

    *nota 1: in realtà non mancavano dei modesti precedenti: una filosofa di destra, Alessandra Colla (ex moglie di Murelli ) ci aveva già provato su Orion, sempre giocando sulla coincidenza del giorno della morte.
    E anche gli squadristi di Bases Autonomas. I cosiddetti “anarco-nazisti”, riesumazione iberica dei nostrani “nazi-maoisti” di Lotta di popolo (anzi Organizzazione Lotta di Popolo – OLP, tanto per alimentare la confusione) emanazione di Avanguardia nazionale e antenata di “Terza posizione”. Arrivando – quelli di Bases Autonomas – addirittura a sovrapporre la A cerchiata alla cosiddetta “croce celtica”. In realtà un simbolo nazista, usato dalla Charlemagne, (sia come mostrina, sia su alcuni manifesti di questi collaborazionisti francesi in versione “svastica tonda”) e più tardi dalla famigerata Oas.
    Del resto è di questi giorni la scoperta di alcune scritte inneggianti ai Nar con nell’acronimo la A cerchiata (un calcolato – e sospetto – richiamo al presunto “spontaneismo” di queste scalcagnate guardie bianche?)

    ** nota 2: Per dovere di cronaca, riferisco che anni fa avevo raccolto anche un’altra versione orale (da persone e in contesti diversi). Durruti si sarebbe ferito il 20 e morto poco dopo la mezzanotte, ossia – tecnicamente – il 21. Alquanto improbabile, ovviamente. Vien da chiedersi come mai sia stata diffusa questa specie di “leggenda metropolitana”. A che pro? Curiosa la forzata analogia con il destino di Che Guevara (in questo caso documentato) ferito e catturato l’8 ottobre 1967 (diventato il “Giorno del guerrigliero eroico”), ma in realtà – lo si seppe con certezza soltanto dopo anni – assassinato la mattina del 9.
    Sorvolo – per non alimentare altre folli congetture – sul fatto che il nostro Buen era nato il 14 luglio (1896) ossia nel giorno (magari “fatidico”, volendo, ma scritto minuscolo per carità) della presa della Bastiglia.
    E comunque il 20 novembre è morta un sacco di gente più o meno nota, più o meno illustre: De Chirico, Croce (Benedetto), Tolstoi (che a modo suo era anarchico anche lui…). E allora? Allora un cazzo.
    Soltanto una richiesta accorata:
    fascisti e rosso-bruni, neo-peronisti e terceristi vari, diversamente destri e affini…. tenete giù le mani dalla lotta di classe.
    Almeno per decenza. Sarebbe il minimo.

    *** Nota 3: Aveva comunque fatto in tempo a firmare le sue ultime condanne a morte. Ben cinque in un colpo solo: due etarras e tre esponenti del FRAP fucilati il 29 settembre 1975.

    **** Nota 4: Una considerazione sul film “Terra e Libertà”. Nel suo genere, uno spartiacque. Prima (anni sessanta, settanta, ottanta…ricordo bene) sui fatti del maggio ’37 a Barcellona (la Telefonica, Nin, Berneri…) c’era una totale rimozione o peggio (una sorta di travisamento, vedi l’infamante diceria sul POUM “Quinta colonna” di Franco…). Dopo il film (1995) la situazione, in parte, appariva rovesciata. Quasi che la colpa della sconfitta repubblicana dovesse ricadere sui “comunisti” (Psuc e Pce). In parte vi aveva contribuito la scena del miliziano che – quando si rende conto della reale politica di Stalin in Spagna – strappa la tessera del partito. Un episodio (storicamente documentato) che Ken Loach potrebbe aver preso in prestito da “Blocco H. La ballata di Colm Brady” (di Roger Faligot), ma che non andrebbe enfatizzato, tantomeno generalizzato.
    Segnalo anche la cifra assolutamente errata – per eccesso – sul numero delle vittime della controrivoluzione staliniana del ’37 (appare in didascalia alla fine del film). In realtà furono alcune centinaia (circa 500, pare), non certo migliaia. Tra l’altro viene citata come fonte la storica rivista “Maquis”. Avendone conosciuto il direttore Filippo Gaia (persona seria e meticolosa), penso si sia trattato di un errore di trascrizione. Quindi – senza per questo giustificare gli stalinisti (ci mancherebbe! Personalmente non giustifico nemmeno Lenin per Kronstadt e per la repressione contro gli anarchici ucraini di Nestor Ivanovic Makhno) – sarebbe il caso di riportare le cause della sconfitta alle vere responsabilità. Innanzitutto quelle di Franco, il boia che dopo la fine della guerra – dal ’39 fino alla fine degli anni quaranta – firmava quotidianamente decine di condanne a morte. Prima del tutto indiscriminate poi con processi farsa in cui gruppi di decine di persone venivano condannati a morte collettivamente. E ricordare anche il ruolo fondamentale di Italia e Germania. Mussolini e Hitler fornirono migliaia di soldati, navi e centinaia di aerei (vedi i bombardamenti di Durango, Gernika, Granollers, Barcellona…).
    Il sostegno nazifascista risultò determinante per la vittoria franchista e fornì ai due dittatori la possibilità di testare i rispettivi eserciti in vista della fase successiva, la Seconda guerra mondiale.

    *****nota 5: Mi spiego (per la vostra collezione di “…e chi se ne frega?”).
    Avendo vinto un concorso statale nei primissimi anni settanta, scoprivo solo dopo che avrei dovuto anche giurare. Naturalmente mi rifiutavo (allo Stato delle stragi? Mai!) e rinunciai tornando ai miei abituali turni di notte alla Domenichelli per finire in varie fasi successive (si parla di anni, non di lavoretti stagionali da studente) prima inchiodato alla fresa nel laboratorio-retrobottega di una mini-azienda artigiana nordestina, poi (già meglio) commesso in una libreria. A insegnare (da maestro elementare) comunque alla fine ci andai. Molti anni dopo (seconda metà degli ottanta), quando – casualmente, ormai non ci pensavo più – scoprii che nel frattempo l’obbligo del giuramento era stato levato.

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