Il presente di Gramsci: dialettica, pedagogia e letteratura

di Luca Mozzachiodi

Il libro sarà presentato, con l’intervento di alcuni degli autori, il 30 novembre a Bologna nella sede del dipartimento di Filologia Classica e Italianistica in via Zamboni 32, aula Forti, alle 11

Nel recente volume di saggi Il presente di Gramsci: letteratura e ideologia oggi (Galaad Edizioni) sono raccolti dieci saggi di altrettanti studiosi, legati perlopiù all’ambiente universitario non solo italiano ma anzi anche americano, francese o ispanico con un comune intento: riattivare una lettura del pensiero di Gramsci nel suo complesso, e non solo di qualche singola categoria, ormai abusata o corrotta dalle varie forme di uso riduzionistico e indebito cui i concetti gramsciani sono stati nel tempo soggetti, poche parole tra tutte: egemonia, blocco storico, intellettuale organico, nazionalpopolare, questione meridionale, moderno Principe etc.

Come gli scritti di Gramsci siano ancora un continente “esplorato a tesi” e troppo frammentato nella sua ricezione, o ancor meglio nel suo riuso, e ci consegnino un Gramsci a pezzi, secondo l’appropriato titolo di un saggio di Miguel Mellino richiamato da diversi degli autori di questo libro, è cosa abbastanza nota anche ai non specialisti; meno nota o meno analizzata è invece la ragione di questo cambiamento di funzione ideologico culturale dell’opera del pensatore sardo che invece intelligentemente diversi dei saggi in questione richiamano e analizzano.

Grosso modo il libro può essere diviso in due parti: a una parte storico-teorica che analizza appunto il cambiamento appena menzionato, sul piano filosofico, teorico e storico-politico nel quadro di una messa a punto generale delle riflessioni di Gramsci su letteratura, storia e società e, cosa ancora più importante, senza costruire un vademecum per l’azione o il pensiero si interroga però sul possibile utilizzo teorico di un metodo gramsciano (si tratta degli scritti di Gatto, Desogus, Dainotto, Cangiano), segue una parte più critico analitica destinata ad aspetti specifici dell’opera gramsciana (Marola) o ad una critica intesa a rileggere il senso dell’opera di Gramsci attraverso quelle di alcuni critici, intellettuali, poeti e cineasti che ne sono stati influenzati o che si pongono in qualche modo nello stesso quadro di problemi (mi riferisco ai saggi di Mari, Tricomi, Picconi, Fichera, Gallerani).

Il quado è composito per riferimenti, formazione e area di interesse, si va dalla germanistica alla comparatistica, agli studi postcoloniali e alla critica stilistica, passando per filosofia, sociologia e storia della cultura; in una parola il libro è gramsciano, probabilmente nel suo insieme più che saggio per saggio, ma cosa significa? Essere gramsciani oggi è appunto il titolo dello scritto di Gatto, più lungo degli altri e che serve da inquadramento, posto in apertura del volume. Non nuovo agli studi gramsciani (è suo il Nonostante Gramsci, marxismo e critica letteraria nell’Italia Novecento che costituisce un riferimento comune e costante lungo tutto il libro) l’autore di questo saggio argomenta in maniera convincente il cuore del problema: nello svolgimento della riflessione sulla politica e sulla società italiana a partire dagli anni Sessanta e fino ai suoi esiti più recenti ha prevalso un pensiero adialettico, quando non addirittura antidialettico, che ha fatto capo prima a Della Volpe, poi rispettivamente ad Althusser in Francia e all’operaismo in Italia, di lì discendendo fino alle varie filosofie politiche della soggettività, al pensiero negativo, alla biopolitica via Foucault, al decostruzionismo francese, alle più recenti teorizzazioni di Negri sulla Moltitudine, fino all’inquietante universo delle Theories e degli Studies.

Non si tratta di una mera questione di genealogia del pensiero ma della formazione di intere generazioni di intellettuali e militanti e della possibilità di esercitare una critica (ma anche di andare “oltre la critica” come suggerisce Cangiano) sul presente, perché al giorno d’oggi il capitale che informa la totalità dei rapporti sociali detta l’agenda del pensiero critico e su questo Gatto è categorico. Al contrario «essere gramsciani, forzando Gramsci per attualizzarlo, significa allora rendere chiara ed evidente questa inversione, al fine di contrassegnarla materialisticamente. Cioè mostrando come l’addomesticamento culturale, anche e soprattutto in ambiti di opposizione, sia il prodotto di un soggetto che lo regola: la società capitalistica nella sua complessità quale agente formativo di soggettività messe in opera per glorificarne il dominio».

Desogus poi nel suo scritto illustra abbastanza convincentemente come una delle cause del formarsi e del momentaneo prevalere di un marxismo adialettico nella politica italiana sia l’aver pensato, ed è il caso soprattutto di Tronti ed Asor Rosa, con i quali nel suo saggio imbastisce un serrato confronto ricco di citazioni e riferimenti alla lettera di opere chiave come Operai e capitale e Scrittori e popolo, che la classe operaia sia in qualche modo esterna e irriducibile alla dialettica del capitale e come tale essa sia totalmente altra dalla borghesia e dalla sua cultura e dunque destinata a rovesciarla e a spezzare, in un certo senso per sovrabbondanza naturale, il sistema capitalistico.

L’immediata ricaduta di queste teorizzazioni sul piano della critica letteraria e del luogo tenuto dalla letteratura, ma in senso lato dall’arte, nella società è in qualche modo quello di una Negazione assoluta, come ben rileva Desogus, che restaura però il mito di un’arte grande-borghese che sola è tale in via del suo disinteresse immediato. Al Gramsci populista e alla lettura del neorealismo come oppiaceo di massa nel clima di frontismo popolare del dopoguerra propugnati da Asor Rosa gli autori di questi saggi oppongono invece un Gramsci dialettico e attento ai problemi di estetica, di storiografia e all’educazione civile, nella quale la letteratura non può, anche in una società tardo-capitalista, non avere un posto come ci ricordano Cangiano e Dainotto con la sua articolata analisi dei concetti di letteratura e di storicismo materialista in Gramsci.

Il problema, detto in parole semplici, è che se non si è dialettici si finisce per chiedersi sempre “ma insomma chi fa la rivoluzione?” una settimana fa era l’operaio-massa, tre giorni fa le masse di popoli liberati dalla colonizzazione (ma Mari ci mostra tra l’altro bene come la ricezione e la lettura di Gramsci in ambito extraeuropeo sia andata negli ultimi anni molto più verso una lotta di tipo ideologico e antiegemonico che immediatamente materiale), ieri avrebbero dovuto essere le moltitudini, oggi forse qualcuno potrebbe dire i migranti, i lavoratori della logistica, o i tecnici della Silicon Valley (e l’ultima risposta è grottescamente vera, effettivamente data da un rinomato maître à penser che si diletta di biopolitica).

Non esiste una privilegiata soggettività rivoluzionaria, così come lo stato di oppressione e sfruttamento non genera automaticamente la ribellione né la trasformazione radicale dell’esistente: una cosa è la classe in sé altra è la classe per sé. Ugualmente un popolo, una nazione sono costruzioni storico sociali frutto di processi di mediazione dialettica e di molteplici e contradditorie stratificazioni. Tutto questo questi studiosi ricordano e desumono da Gramsci e dalla tradizione hegelo-marxista cui molti di loro si rifanno.

Il grande sforzo teorico compiuto nei Quaderni del carcere era appunto volto a studiare e comprendere la realtà italiana da un lato, dall’altro mettere a punto una serie di strumenti culturali e teorici, anche attraverso il superamento dialettico della cultura borghese al suo zenit rappresentata per Gramsci da Croce, nell’ottica di poter governare e indirizzare quei processi, cioè in qualche modo con una vocazione marcatamente pedagogica ma di una pedagogia tutta politica (e su questo punto gli autori sono concordi e gli svolgimenti ricchi in tutto il libro) tesa a realizzare la Città futura che, come Marola dimostra, era assieme al mito prometeico e poi marxiano dell’uomo che produce il mondo e dunque nel farlo produce ed educa se stesso uno dei riferimenti ideali di Gramsci fin dalla pubblicistica giovanile. In altre parole il pensiero di Gramsci è rivoluzionario non perché cerca l’agente rivoluzionario ma perché si pone il problema della costruzione del soggetto e della possibilità rivoluzionaria di contro a ogni schematico positivismo.

Lotta al positivismo e lotta alle diverse forme di involuzione del pensiero critico si saldano dunque per questi autori e hanno come campo privilegiato la teoria e la critica letteraria che essi non intendono finalmente più solo come analisi del testo ma come lettura di un nesso di forze e tensioni letterarie ed extra-letterarie che si realizza nell’opera. Il ruolo della pedagogia letteraria è alto non per questioni di retorica, di realismo descrittivo o di edificazione morale ma perché l’opera letteraria è un’immagine dialettica del mondo.

Non possiamo pretendere da un libro tutte le risposte e alla domanda su quale sia il ruolo degli intellettuali in questo quadro, o meglio quale possa essere gramscianamente oggi, le risposte date sono di necessità più evasive e meno certe, ma convincente è invece l’esemplificazione in diversi saggi di analisi di quale sia stato il contraddittorio rapporto di alcuni dei maggiori intellettuali italiani con il pensiero e la figura di Gramsci; in particolar modo è approfondito il caso di Pasolini, ma diversi spunti vi sono anche nel saggio di Picconi su Volponi e in quello di Mari quando rilegge Fortini.

Pasolini figurò se stesso intellettuale organico facendo risalire la sua politicizzazione più ad una vicinanza viscerale al mondo contadino e bracciantile e ai suoi problemi che ad una lettura ortodossa di Marx o di Gramsci o alla militanza di partito, e di Gramsci ebbe particolarmente a genio la tensione antropologica nel doppio senso di una particolare attenzione alle stratificazioni storiche e alla compresenza di elementi precapitalistici e di capitalismo fordista nell’Italia del suo tempo, così come al folklore e alle culture popolari (che non giudica mai, a differenza di altri marxisti, mere sopravvivenze di un’età arcaica) e di una attenzione all’uomo e quindi all’aspetto umanistico della cultura, della formazione e della politica.

Tricomi mostra nel suo saggio con dovizia di riferimenti questo e altresì come a partire dagli anni Sessanta lo sviluppo del neocapitalismo (il boom economico) e la mutazione che esso portò indussero Pasolini, prima portato a pensarsi quale «cerniera» tra il partito e le masse in quanto intellettuale, a riferirsi agli intellettuali della borghesia avanzata (è il caso del Manifesto per un nuovo teatro e di alcuni altri saggi,) poi a ripiegare in una sorta di terzomondismo e infine a rappresentare l’immediatezza del sesso, della corporalità, del riso e della violenza non come tracce di umanità viscerale quale quella che lo aveva portato a legarsi ai movimenti contadini prima e al sottoproletariato romano poi (e a produrre quel monumento all’idea di resistenza antropologica al dominio del capitale che è la Trilogia della vita) ma come strumenti di dominio di un potere permissivo nella nuova società consumistica e neocapitalista, dalla quale né l’operaio né il sottoproletario avevano saputo preservarsi.

Lo stesso Gramsci, cioè la sua eredità, andava per Pasolini faticosamente ricercato scoprendo in qualche modo una dimensione di confronto e di attraversamento, cioè superamento e conservazione, delle «supreme pagine» dei Quaderni e della parabola umana di Antonio Gramsci che il poeta di Casarsa rilegge attraverso se stesso e di cui fa una specie di irredento in una discesa infernale che è, come spiega Fichera nel suo saggio, una discesa nell’inferno del neocapitalismo italiano, misto di barbarie e cultura nel quale la cultura portatrice di emancipazione che l’opera del pensatore sardo rappresenta è collocata in un limbo come il cimitero degli Inglesi. Per recuperarla occorre esercitare una violenza anche sulla propria figura e immagine di letterato e poeta.

Questo vale per Pasolini ma vale anche per Volponi e per i personaggi dei suoi romanzi analizzati da Picconi: in tutti e tre le tensioni alla poesia e alla filosofia sono velleitarie, ma solamente nell’ultimo, Gerolamo Aspri di Corporale, si fanno intellettualistiche nel senso deteriore e stigmatizzato da Gramsci nei Quaderni: l’assenza di rigore, la mancanza di organizzazione politica nella produzione della cultura, l’incertezza e la superficialità della formazione sono difetti dell’intellettualità italiana che Volponi attribuisce ai suoi personaggi ma Picconi giustamente ricorda quanto fossero di Volponi stesso, vittima a volte del suo proprio gusto lirico, e come la lettura e la meditazione di Gramsci fosse dal romanziere intesa, anche in senso civile, come una possibile via d’uscita dallo stato “lorianesco” dell’intellettualità italiana.

Insomma, non solo non ci sono soggetti rivoluzionari privilegiati, ma nemmeno gli intellettuali, per quanto con un ruolo fondamentale nel quadro di Gramsci tanto da dedicare alla questione ampia parte dei suoi Quaderni, possono dispiegare la loro attività per statuto. Essi sono invece, in quanto produttori e mediatori di cultura, un risultato sociale complessivo che necessita un formazione e un’organizzazione e dietro di esse una volontà, o almeno oggi un’intenzione, politica.

In questo senso una funzione chiave avrebbe dovuto averla il cinema, oggetto della riflessione di Gallerani in un contributo meritorio già per il fatto di non aver voluto limitare alla letteratura l’esercizio di una critica gramsciana, e in questo senso anzi era possibile un punto di incontro tra le indagini teoriche di Della Volpe e Aristarco e il marxismo di Gramsci, via Lukács magari, ma attraverso l’analisi di due film, Risorse umane di Laurent Cantet e Il capitale umano di Paolo Virzì Gallerani ci restituisce invece l’idea di come abbia prevalso, in buona sostanza, la rappresentazione di un «lieto fine come utopia del senso comune» che è proprio ciò che lo sforzo politico e pedagogico di Gramsci mirava a combattere.

Certo il libro ha anche i suoi limiti, alcuni sono ben visibili ed esteriori: un eccesso di note e di rimandi bibliografici non sempre necessari, qua e là una citazione di cui si sarebbe potuto fare a meno o un riferimento non proprio opportuno che smaschera automatismi associativi propri del mestiere di critico, in qualche caso, ma per la verità molto pochi, una tendenza a torcere eccessivamente l’oggetto di studi per farlo rientrare entro le definizioni canoniche del proprio campo. I saggi poi, a mio parere, per quanto tutti riusciti e nel loro intento necessari, sono a volte un po’ diseguali negli esiti e poco coesi e, a mio giudizio, la postfazione, affidata a Mauro Pala, che ha la funzione di fungere da punto di raccordo dei diversi percorsi di analisi, fatica dunque un po’ a convincere del tutto di essere riuscita nello scopo.

Non sono certo difetti gravi, anzi verrebbe da dire che sono propri del genere saggistico nella sua declinazione accademica ‒ infatti dall’accademica provengono tutti gli autori ‒ a volte anche per coercizione; ma occorre allora non farsi illusioni: si tratta sì di un primo passo o di uno dei primi passi che in questo decennio si sono mossi verso una nuova lettura Gramsci ma resta un libro per lettori colti se non per specialisti (alcuni dei saggi sono anche teoricamente ardui sebbene ricchissimi) che ha la sua funzione essenzialmente come proposta alternativa in una battaglia di rinnovamento culturale, fondamentale intendiamoci, all’interno dell’ambiente intellettuale e in particolar modo in quello della teoria letteraria, cosa che, appunto e con molto equilibrio, il sottotitolo del libro mostra apertamente.

Due osservazioni critiche possono invece a mio parere essere mosse con più sostanza e più profitto, soprattutto verso un lavoro futuro che c’è da augurarsi ciascuno di questi studiosi intenda svolgere:. Da alcuni dei saggi, soprattutto dai due più vicini al tema di Gatto e di Desogus, emerge una visione della dialettica politica che si sarebbe impoverita per il rifiuto della mediazione e dell’organizzazione, si fa riferimento alla cultura come, gramscianamente, ciò che conferisce forma e sostanza politica e morale all’azione e alla vita, si criticano gli sviluppi antidialettici del marxismo ma in più di un luogo vi si coglie un rimando alla forma partito, ad esempi:o «l’interesse legittimo e fruttuoso per le lotte territoriali e per una concreta rappresentanza dei conflitti su base popolare trovi una sua mediazione in un contenitore politico fondato sull’estrema necessità dell’organizzazione» (Gatto) «Da qui [dall’integrazione di élites politiche e economico finanziarie] è seguito il venir meno della funzione storica di quei corpi intermedi tra cui spicca il partito politico che soprattutto a sinistra aveva garantito rappresentanza e coesione ai ceti popolari subalterni. Il risultato è la spoliticizzazione dei soggetti sociali (Desogus); altrove poi la fine del partito è accostata alla distruzione della dialettica e della ragione, da Gatto, ed è attribuito un valore fondamentale alla «verticalità politica». (Desogus)

Premesso che naturalmente si tratta di opinioni politiche e come tali discutibili, personalmente credo che se, come a me sembra, vi è in queste pagine una sorta di nostalgia della mediazione del partito nella politica e della sua possibilità di propugnare la conoscenza della totalità, temo che gli estensori resteranno delusi perché il partito di forma novecentesca, gerarchico e di massa non tornerà, non è riproducibile e ha conosciuto motivi di crisi altri dalla semplice esaltazione dell’immediatezza o dalla critica dell’autorità e, verrebbe da dire, se tronasse avremmo ben da guardarcene.

Ex ungue leonem però e dice bene Gatto quando dice Distruzione della ragione perché questa mi sembra una concezione di partito fortemente lukacsiana, (penso al Lukács di Storia e coscienza di classe) come di quel corpo che facendosi portatore del punto di vista della totalità può rendere la classe autocosciente, perché appunto, si diceva, la classe operaia non è soggettivamente rivoluzionaria.

Pur riconoscendo la ferrea logica dialettica di Lukács ho qualche dubbio sulle posizioni a cui questo tipo di argomentazione conduce oggi e credo possa anzi servire da alibi se non si è abbastanza vigili su se stessi: niente e nessuno oggi medierà coscienza né darà un ruolo specifico agli intellettuali nella lotta contro il neoliberalismo se non il capitale stesso (e su questo e sul suo porsi come totalità realizzata per la verità in altri luoghi del loro lavoro diversi di questi studiosi e d’altra parte sarebbe invece molto più produttivo e gramsciano, che gli intellettuali riflettessero sul loro diverso statuto sociale oltreché sui compiti teorici e le funzioni pedagogiche: al tempo degli intellettualità diffusa (meno di quanto vorrebbe chi abusa di questo termine ma comunque incomparabile rispetto al Novecento di Gramsci, Lenin e Lukács) e del progressivo decadimento sociale e materiale delle condizioni degli intellettuali, spesso ridotti in appena mascherate condizioni di marginalità e sfruttati non meno di altri segmenti della società, è piuttosto loro esclusiva responsabilità costruire le forme di impiego politico del loro sapere, facendo leva, anche, sulla novità della loro condizione e in ogni caso tenendo fermo che rifiuto del partito non significa affatto rifiuto della dialettica, a prescindere da quello che filosofi ungheresi, italiani, o politici russi possono aver in altre condizioni pensato. Non si versa il vino nuovo negli otri vecchi e bisognerà essere in grado di immaginare autonomamente nuovi strumenti di lotta politica. Soprattutto ci si deve sforzare, ancora con Gramsci, di capire, correggere, indirizzare, l’esistente con una battaglia culturale e materiale, non aspettare Godot travestiti da comitato centrale.

D’alta parte anche la critica all’operaismo, e vengo alla seconda osservazione, risente pienamente degli splendori e dei limiti della scuola a cui questi saggisti si sono formati, dagli Alicata e Salinari cari, e giustamente!, a Desogus a Badaloni e Vacca, noti studiosi di Gramsci le opere dei quali non a caso affiorano in alcuni passaggi di questi scritti (ad esempio in Dainotto e Cangiano oltreché nei due ricrodati sopra) e più in generale danno forma e sostanza a molte delle posizioni qui prese; si pensi soltanto a opere fondamentali come Marxismo come storicismo e il marxismo di Gramsci, ma chiunque avesse un po’ di familiarità con i diversi libri e convegni dedicati dai due filosofi del PCI al Marxismo italiano degli anni Sessanta e all’operaismo noterebbe una sostanziale affinità di posizioni, argomentazioni e stile (ed essendo comunque grandi maestri si tratta innanzitutto di un pregio di questi saggi): si passa da un iniziale inquadramento del problema alla selezione di passaggi critici dell’autore in questione e, attraverso un vero e proprio tour de force dialettico, si dimostra come all’autore o al gruppo in questione sia da imputare economicismo, idealismo, positivismo o, nella maggior parte dei casi, spontaneismo: tutte critiche rivolte agli operaisti manchevoli nell’aver ignorato la dialettica del capitale o nell’averla voluta analizzare in maniera frammentaria.

Così fa Desogus nel suo saggio, volto a rileggere criticamente e discutere le posizioni di Tronti e di Asor Rosa, cogliendo come già dicevamo alcuni aspeti ctuciali ma qualcosa non torna: quando si nomina la triade di teorici dell’operaismo trasformando il povero Raniero in Renato Panzieri insieme a Tronti e Negri appare perlomeno discutibile che non si sia voluta fare una distinzione dei tre, nonostante la nascita di Classe operaia da alcuni gruppi di Quaderni rossi sia stata un processo non irrilevante e che vedeva in alcune delle posizioni di Tronti citate un fattore divisivo.

Basterebbe vedere la lista di alcuni dei titoli preparati da Panzieri per Einaudi o le pagine scritte su di lui da Baranelli per rendersi conto di come non avesse alcun pregiudizio antiumanistico o antiletterario e bisognerebbe poi essere in grado di analizzare ogni pensiero nello specifico e con le su diversità e il suo sviluppo; Tronti e Negri del resto non solo non sostengono le stesse tesi ma hanno nel corso del tempo portato a un’influenza culturale di tipo assai diverso del quale bisogna pure dar conto se l’oggetto polemico sullo sfondo è la funzione di riferimento da essi esercitata sui non meglio specificati movimenti.

Il rischio è di prendere un determinato periodo, diciamo gli anni 1961-1966 e di erigerlo a simbolo assoluto di teorie diverse e che non hanno quasi mai (possibile l’eccezione di certo Negri) preteso di costruire un sistema, scegliendo poi pochi testi a epitome generale della grande messe di produzione intellettuale (nel nostro caso Operai e capitale, Scrittori e popolo e pochi altri scritti di Asor Rosa, il quale poi peraltro, come Tronti, ha presto abbandonato l’operaismo in senso stretto verso posizioni più canonicamente partitiche).

Io personalmente non credo che l’operaismo sia stato il paradigma intellettuale vincente in Italia, come invece sembrano credere alcuni dei saggisti, e non vedo, aldilà di richiami esteriori, folle di neo-operaisti intenti a combattere lotte antidialettiche; nelle azioni dal basso, nei movimenti civili, negli episodi di contestazione, nei collettivi mi sembrano prevalere tutte le tendenze antidialettiche che Gatto indica nella sua genealogia ma poste a un livello inferiore e impoverite in maniera farsesca: se sappiamo che Marx prendeva le distanze dai marxisti bisogna almeno dare a Foucault il beneficio di non essere un foucaultiano e così via e d’altra parte Gramsci ci scampi da certi gramsciani.

Penso invece che l’operaismo sia più mitizzato che studiato, più criticato che conosciuto, a volte per reazione identitaria dei meno identitari o meno sospetti di esserlo: si corre troppo velocemente a impugnare il Gramsci-manganello (riprendo una felice espressione dal saggio di Picconi su Volponi) per menare sonore legnate dialettiche ai supposti “Antagonisti”. Occorrerebbe invece ricordare, ad esempio, che l’operaismo nasce come tentativo di risposta politica sul terreno marxiano a un gigantesco mutamento sociale ed economico, allo sviluppo del capitalismo industriale in Italia e alla produzione, anche per effetto di massicce immigrazioni interne, di una classe operaia massificata quale Gramsci non avrebbe potuto vedere. Credo che dunque, avendo fatto la prova di quanto questi saggisti non siano gramsciani di bassa lega la migliore esortazione possa essere quella a voler essere ancora più gramsciani e trattare i vertici della precedente riflessione politica in Italia come Gramsci stesso trattò Croce, impadronendosene per superarlo. Personalmente sarei più propenso a considerare l’operaismo, pur convenendo che un certo spontaneismo e una tendenza adialettica in alcuni momenti e figure vi fu ma senza voler appiattirlo appunto su alcune figure, una sociologia dialettica dei processi di produzione e di circolazione della merce e dei comportamenti di classe.

Di questi saggi resta comunque, e non si tratta di un ripiego, l’impressione dei primi tasselli da un lato di una critica della “distruzione della ragione dialettica” nel pensiero europeo del Novecento che mostri l’abbandono del metodo in larga parte delle forze e degli intellettuali progressisti e rivoluzionari (o sedicenti tali), dall’altra alcuni esempi di quali esiti alti e stimolanti possa dare nel campo della teoria letteraria il ritorno ad una prospettiva di analisi gramsciana.

Ciò che più colpisce però e che certamente rende il libro meritevole di una lettura attenta e che lo ha reso e anche questo è un passo che da molto attendevamo, qualcosa di più di una semplice somma di studi è la tensione al combattimento dell’esistente e la ferma convinzione che «l'”unificazione culturale del genere umano” è sia il terreno di lotta che l’obiettivo della filosofia della prassi» (Cangiano) e se questi saggi possono a volte muovere all’impazienza di una traduzione pur minima in prassi è in fondo un bene, perché l’impazienza è il modo in cui la coscienza di aver un obiettivo presenta il conto alla messa punto degli strumenti giusti.

Recensione Il presente di Gramsci: letteratura e ideologia oggi, a cura di M. Gatto, M. Cangiano. P. Desogus e L. Mari, Galaad Edizioni, 2018, 342 pagine.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *