Il Brasile di Bolsonaro: anatomia di un omicidio (o suicidio?) perfetto

di Maurizio Matteuzzi

Il trionfo della destra. Completo. Totale. Vecchia e nuova. Destra economica (Paulo Guedes, prossimo ministro delle finanze, fanatico liberista della scuola di Chicago, seguace del professor Milton Friedman e del “modello cileno” del generale Pinochet), estrema destra politica (Jair Bolsonaro, prossimo presidente della repubblica a partire dal primo gennaio 2019, che qualcuno ha definito “l’antitesi rabbiosa del Lulopetismo”, l’incarnazione della “post-verità” nel tempo delle fake-news e di WhatsApp o del “pre-fascismo”, il “Trump tropicale” o peggio, l’ ex-militare circondato da militari, nostalgico confesso della dittatura del 1964-1985 in un paese che, unico in America Latina, non ha mai fatto i conti con il proprio passato e fino a pochissimi anni fa continuava a celebrare il 31 marzo, il giorno del golpe).

Peggio di così non poteva andare. Un delitto (o suicidio?) perfetto. Cominciato nel 2014 con l’operazione “Autolavaggio” del giudice Sérgio Moro mirata, almeno in una prima fase, solo (solo) contro la corruzione di Lula e del governo del PT; proseguita nel 2016 con il golpe soft del parlamento contro la presidente Dilma Rousseff (con il deputato Bolsonaro che “dedicò” il suo voto favorevole all’impeachment al colonnello che l’aveva torturata negli anni della dittatura); poi con il governo del (corrottissimo e destrissimo) Michel Temer che cominciò a smantellare l’impalcatura sociale del lulismo; quindi con la condanna e l’arresto di Lula ai primi del 2018 sulla base di accuse debolissime e procedure più che sospette ma sufficienti a metterlo fuorigioco nella corsa alla rielezione (che tutti i sondaggi davano per sicura); infine con la carica irresistibile di Bolsonaro (la “Bullsonaro wave”: bull-toro, wave-onda) del 28 ottobre scorso contro il candidato lulista del PT Fernando Haddad (55-45%).

La chiusura del cerchio è stata la nomina, alcuni giorni fa, del super-giudice Sérgio Moro a super-ministro della giustizia (“io mai in politica” aveva detto nel 2016). Una mossa logica, e rivelatrice, visto che a lui Bolsonaro deve lo scalpo di Lula e probabilmente la presidenza.

Ogni passo di questa corsa tragica verso l’abisso è stato scandito e amplificato dalla crisi economica, che partita nel 2008 dagli Stati Uniti si è sparsa per il mondo globale ed è arrivata, devastante, in Brasile intorno al 2013-2014 travolgendo gli effetti della bonanza del primo decennio del nuovo secolo e risvegliando i mai sopiti istinti cavernicoli della destra brasiliana.

Un tempo, fra il ’70 e il ’73, nel Cile di Allende si parlò di un socialismo in salsa cilena, fra il 2003 e il 2014 si poteva (forse) parlare di un socialismo in salsa brasiliana (e latino-americana), oggi il timore è che si dovrà presto parlare di un fascismo o pre-fascismo in salsa brasiliana. Un passo e non piccolo oltre i limiti della destra liberal-liberista.

Gli errori (non aver fatto fronte comune con altri partiti di sinistra-centrosinistra, autocritica timida e tardiva, aver lanciato la candidatura di Haddad troppo tardi in attesa dell’impossibile ritorno di Lula, aver sottostimato l’importanza di WhatsApp) e la corruzione del PT (che non è un’invenzione del giudice Moro) hanno contribuito a questo esito tragico. Ma non bastano a spiegarlo. E neanche il ruolo tremendamente efficace e ostile di Facebook e WhatsApp o delle mefitiche e potentissime sette pentecostali.

L’affermazione clamorosa dell’estrema destra e di Bolsonaro in Brasile è in prima battuta la reazione rabbiosa delle elites e di ampi settori della classe media (che, in buona misura, il lulismo aveva strappato dalla marginalità e la crisi ha ricacciato indietro) alle conquiste delle classi popolari durante i due governi di Lula e il primo governo di Dilma. Che pur non essendo state una rivoluzione hanno provocato una contro-rivoluzione. La contro-rivoluzione dettata dalle paure economiche e sociali (violenza, insicurezza, 60 mila omicidi l’anno, disoccupazione a 12 milioni e precarizzazione galoppante) e da un inestinguibile odio di classe (mai venuto meno neanche ai tempi in cui con Lula e Dilma banche e grandi gruppi facevano profitti stratosferici) eredità indelebile del Brasile coloniale e schiavista.

Una contro-rivoluzione dovuta “ai nostri successi non ai nostri errori”, si spinge a dire Gilberto Carvalho, una delle figure storiche del PT, pur riconoscendo che il Partido dos Trabalhadores avrebbe dovuto – e dovrà – affrontare i propri “demoni” per farsi trovare pronto alla sfida terribile che l’attende. E per capire il perché profondo della disfatta (nonostante resti il partito più forte alla Camera con 56 seggi su 513, insufficienti però a contrastare il supergruppone trasversale “BBB”, “Boi-Biblia-Bala”, Buoi-Bibbia-Pallottole, ossia agrobusiness-evangelici-militari e poliziotti, con 250-300 deputati). E come sia stato possibile che un oscuro ronzino da 27 anni deputato, spregevole ma marginale al limite del folcloristico, sia riuscito a presentarsi come l’anti-sistema e capitalizzare la rabbia, l’indignazione, le paure della maggioranza dei brasiliani e la perdita di legittimità dell’establishment.

Per ora Bolsonaro e il bolsonarismo sono soli. Sono “oltre” il limite su cui si sono fermati i loro compari di destra in America Latina e altrove (con l’eccezione di Rodrigo Duterte, il presidente-killer delle Filippine). L’anello di collegamento fra loro è che la nuova destra “autoritaria”, rampante ovunque, ha fatto irruzione e guadagnato terreno sull’onda delle crisi globale del 2008 che ha mostrato come la democrazia liberal-liberista, egemone dopo la fine della guerra fredda, è sempre più in difficoltà a reggere l’urto in tempi di turbolenza. Bolsonaro si spinge un passo più in là e sembra mostrare che il link fra il capitalismo free market e la democrazia liberale potrebbe anche rompersi.

Il grande Brasile dell’ex-capitano dell’esercito Bolsonaro, con le sue pulsioni fra il liberismo di Guedes (che vuole privatizzare tutto), il giustizialismo di Moro (il Torquemada contro la corruzione), il nazionalismo di Mourão (un generale, vicepresidente della repubblica, che vuole riscrivere la costituzione dell’88) e dei militari (Bolsonaro ne vuole almeno 5 come ministri) sarà un banco di prova. Drammatico. Inquietante.

One Response to Il Brasile di Bolsonaro: anatomia di un omicidio (o suicidio?) perfetto

  1. Gianni Sartori ha detto:

    …si parva licet…

    VICENZA: I DISCENDENTI POLITICI DEI COLLABORAZIONISTI REPUBBLICHINI REVISIONANO LA STORIA

    (Gianni Sartori)

    Nel mio articolo in memoria di Sarà Gesses (la bambina ebrea di Padova, prima segregata nel campo di Vò Vecchio, transitata poi per la Risiera di San Sabba e infine assassinata all’arrivo nel campo di Auschwitz) avevo stigmatizzato quanto sta scritto – inciso – nella lapide di Villa Contarini Venier in memoria dei deportati ebrei che non fecero ritorno a casa, ossia: “…durante l’occupazione tedesca…”.

    Sostanzialmente un modo per stendere un velo poco pietoso sulle responsabilità dei fascisti e della polizia nostrani.

    Ieri (10 novembre) la cosa si è ripetuta a Vicenza, città medaglia d’oro della Resistenza, ma da qualche mese sotto un’amministrazione di destra, tanto di destra.

    L’eccidio dei “Dieci martiri” (1944) viene ricordato ogni anno proprio dove sorge il piccolo monumento costruito sul luogo della fucilazione. Vicino al ponte della ferrovia, tra i fiumi Bacchiglione e Retrone. Qualcuno che all’epoca era ragazzino mi ha raccontato con emozione di aver assistito al macabro rito. I dieci giovani, prelevati dal carcere di Padova (una “concessione” alle richieste del vescovo Carlo Zinato che aveva chiesto ai nazifascisti di non infierire ancora sui vicentini, già provati, per non esasperarli!), vennero trascinati a forza lungo i binari. Aveva potuto anche assistere ai vani tentativi di alcuni di loro per sottrarsi alla stretta degli aguzzini. E poi le grida, gli spari…il colpo di grazia e infine silenzio.

    Tra i fucilati, anche alcuni sinti che si erano integrati nel movimento partigiano. Una triste pagina di storia vicentina, città e provincia che hanno pagato un forte tributo di sangue alla causa della Liberazione (Torquato Fraccon, Dino Carta, Toni Giuriolo, Chilesotti, Ismene Manea…e poi i martiri di Grancona, di malga Zonta, gli impiccati di Bassano…).

    Bene. Anzi, male, molto male. Ieri i manifesti del Comune – per la prima volta – non riportavano la tradizionale dicitura “i nazifascisti fucilavano per rappresaglia” bensì una rilettura l’edulcorata dell’eccidio “compiuto dalle truppe di occupazione”.

    Stesso stile – e medesima ipocrisia da “italiani brava gente”- della lapide di Vò Vecchio.

    Non solo. Nel manifesto adottato dall’amministrazione comunale i valori “della Costituzione” hanno sostituito quelli “della Resistenza” delle precedenti versioni.

    Il vicesindaco, Matteo Tosetto, presente alla cerimonia di ieri (obtorto collo, si presume) ha ribadito che la scelta dei termini non era casuale, ma una scelta precisa in quanto si voleva agire ” in ottica di memoria condivisa”.

    Memoria condivisa tra vittime e aguzzini? No, grazie.

    Danilo Andriollo, presidente dell’ANPI, ha voluto esprimere la sua disapprovazione per l’accaduto.

    Soprattutto perché “introdurre queste modiche in un momento in cui il sindaco riceve Forza Nuova e il MIs e il presidente del consiglio comunale incontra Casa Pound, rappresenta un tentativo di revisionismo storico».

    Gianni Sartori

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