Da Trump ai 5S, la critica a senso unico

Donald Trump

di Nadia Urbinati

Circola sui giornali americani una gustosa immagine del presidente Trump: “Non è che a lui non piaccia la politica partigiana, a lui non piacciono gli altri partigiani”. Non ci potrebbe essere pennellata più efficace per tratteggiare i caratteri dell’iper-partigiano, la figura che meglio descrive i populisti al governo. Leader che quando stavano all’opposizione, si stracciavano le vesti per denunciare anche la più piccola smagliatura del comportamento della maggioranza. Amici della critica senza se e senza ma.

Ottima cosa la democrazia, perché non consente a chi governa di dormire sonni tranquilli. Ottima cosa, anche perché non fa distinzione: chiunque sta al potere è oggetto di sorveglianza e critica. E qui si vede la stoffa del democratico. A Trump come ai nostri pentastellati piace il gioco della critica solo a patto che sia unidirezionale: da loro contro gli altri. Il senso contrario di marcia li infastidisce. E allora sparano offese e minacce. Amici della critica fino a quando a criticare erano loro. Trump ha revocato al gionalista della Cnn il permesso di partecipare alla consueta conferenza stampa, reo di aver chiesto al presidente che cosa intedeva fare con la carovana di migranti che, partiti a piedi dall’America Centrale alcune settimane fa, arriveranno alle frontiere statunitensi a fine novembre.

Trump si è prima rifiutato di rispondere intimando al giornalista di sedersi. Poi gli ha detto: “La Cnn dovrebbe vergognarsi di lei”, lanciando contro il network televisivo l’accusa di pubblicare fake news. Quindi, fuori dalla Casa Bianca, che è il tempio della verità. La verità sta col potere, e poco resta da fare se non eseguire gli ordini. Con le dovute proporzioni, i leader pentastellati lanciano accuse ancora più colorite, a seguito della decisione dei giudici che hanno assolto dall’accusa di falso la sindaca di Roma perché il fatto, che pur esiste, non costituisce reato. Giudizio partigiano quello dei leader 5stelle che commentano cosí: bravo il giudice, cattivi i giornalisti. Se la decisione del magistrato fosse stata diversa, avrebbero mostrato lo stesso fair play?

Gli iper-partigiani non amano le critiche degli altri. Sono yes-men, singoli o collettivi; una categoria che ha molto successo tra i politici nostrani, passati e presenti. L’iper-partigiano è potenzialmente un tiranno. Eppure, dovrebbe essere grato alla libera stampa poiché la critica è uno stimolo contro l’apatia. Se nessuno fiatasse, se tutti fossero una mente-una-voce col governo, la grancassa della propaganda giornaliera non avrebbe eco. Per chi ama la democrazia, la libera stampa è un aiuto a capire come meglio procedere. Per chi usa la democrazia, la libera stampa è un tonico. I “pennivendoli” e la stampa nemica sono grasso che cola per gli iper-partigiani. Trump caccia un gionalista Cnn e fa discutere. Se avesse una conferenza stampa di giornalisti “tappetini” non avrebbe di che far notizia.

Scriveva Alexis de Tocqueville che la stampa o è libera o non è. Se è libera può facilmente risultare insopportabile, e molte volte lo è. Ma non c’è soluzione. Tra i commenti degli amici Facebook di Alessandro Di Battista ce ne sono alcuni che propongo di prendere provvedimenti contro “l’informazione distorta e falsa”, di adottare “una legge severa” che imponga la “responsabilità penale adeguata per i pennivendoli”. A questi iper-partigiani si deve rispondere con le parole di Beppe Grillo quando, più di un anno fa, reagendo a chi accusava i suoi di diffondere fake news, disse: “Nessuna censura, la Rete deve essere credibile”. E aveva ragione. Ma se così è, allora lasciamo perdere i tribunali del popolo della verità e dei suoi “veri” amici. Le oponioni si combattono con le opinioni.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano La Repubblica l’11 novembre 2018

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