Bertolucci, gli intellettuali e la debolezza della sinistra

di Luciana Castellina

Toronto, 11 settembre 2001. Erano all’incirca le 8 del mattino e stavo consumando una frettolosa colazione in albergo prima di correre a una riunione (erano i tempi in cui ero presidente dell’Agenzia per il cinema italiano ed ero in Canada per uno dei più importanti festival/ mercato di film del mondo), quando, guardando distrattamente lo schermo sempre acceso della TV in un angolo della sala, vidi le immagini di un incidente aereo. Nelle vicinanze delle altissime torri costruite da poco a New York. Mi alzai senza dar troppo peso a quella notizia, di incidenti aerei ce ne sono tanti. Fu Bernardo Bertolucci – anche lui a Toronto per il Festival – che, poco dopo, mentre nessuno aveva ancora capito cosa era accaduto e io stavo tranquillamente raggiungendo la mia riunione, ad avvertirmi che, forse, non si trattava di un comune incidente. Era infatti accaduto l’«11/9», una svolta epocale.

Passai insieme a Bernardo e a sua moglie Claire l’intera giornata appiccicati allo schermo TV della loro stanza ascoltando e guardando per ore le notizie e le immagini in diretta che arrivavano da New York, stesso fuso orario di dove noi ci trovavamo. Se non fosse stato per lo sbigottimento e l’orrore della vicenda che ci si snocciolava dinanzi agli occhi, e soprattutto per le terribili conseguenze che quell’evento ha poi prodotto, potrei dire che quella giornata è stata per me una straordinaria esperienza. Ore e ore a discutere del mondo insieme a Bernardo, vale a dire a qualcuno che del mondo era stato un interprete lucidissimo e assai precoce. Per questo, assistere con lui allo stravolgimento che si annunciava aveva un valore particolarissimo.

Della insorgenza che quest’anno che celebriamo per via del suo cinquantenario, il ’68, e che – quali che siano le interpretazioni riduttive che ne hanno dato i media del potere e qualche protagonista pentito – non ha vinto ma ha fatto sì che il mondo, dopo, non fosse più lo stesso, Bernardo aveva capito con anticipo la portata storica. Aveva intuito cosa stava covando nella società e ne aveva dato atto con i suoi primi film, mai direttamente politici, ma capaci di illuminare la politica solo che fosse disposta a capire.

Quel presessantotto fu un tempo prezioso, un’epoca che aprì gli occhi ad una generazione che poco tempo dopo volle diventare soggetto di una lucida rivolta ma che poté esserlo perché in quegli anni la cultura un po’ bigotta, provinciale, della sinistra tradizionale, si era finalmente aperta alla contaminazione con altre culture non ortodosse, la sociologia americana, la scuola di Francoforte, la New Left inglese. E alla variegata assai creativa intellighenzia francese. Il cinema ebbe in questo contesto un ruolo decisivo, e infatti in quei primi anni ’60 si moltiplicarono ovunque i cineforum. In Italia sorsero come funghi e i film dei nuovi registi vennero visti persino negli scantinati o, come a Bologna, per via dell’iniziativa di quelli che poi fecero radio Alice, addirittura in una sala parrocchiale affittata. Bernardo Bertolucci di quella stagione è stato in Italia un protagonista, la sua scomparsa, per questo, colpisce oggi tutta intera una generazione.

Ricordare quel tempo induce a riflettere sul ruolo che possono avere gli intellettuali o quello che invece non riescono ad assumere. Dipende da tante cose, non è colpa degli intellettuali italiani, e non solo, se si registra oggi un drammatico declino della loro funzione. Ma quel vuoto è pesante, è uno degli aspetti più gravi della debolezza della sinistra.

Dovrebbe far riflettere di più. Sarebbe stato bello farlo insieme a Bernardo ancora una volta. Purtroppo se ne è andato, dopo gli anni tristi di quella maledetta operazione alla schiena andata male che lo aveva costretto su una sedia a rotelle. Ciao Bernardo, grazie da un giornale, il manifesto, che ha cominciato a pensarsi proprio in quegli anni di cui ho parlato.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto 27 novembre 2018

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