Una magnifica ossessione: il corpo (sociale) delle donne

di Silvia Napoli

Se il secolo scorso ci è parso una pericolosa montagna russa costellata di catastrofi e violenze, ma anche di tante conquiste sul piano di diritti civili e sociali, lo scenario di questo inizio Millennio si mostra crepuscolare e insidioso, costruito com’è su una sorta di smemoratezza collettiva, che rende faticoso ricostruire e riprendere fili di discorso.

Il controllo su tutte le forme di devianza e dunque di marginalità, di fragilità sociale, diventa centrale per accreditare l’idea di comunità pacificate, quantunque dalle identità incerte e tutt’altro che coese. In questo contesto di pluridifferenze e diversità talvolta esplosive, la differenza di genere, meglio, di generi, rimane un campo di battaglia e di gioco apertissimo per le soggettività, sempre conflittuali ad una idea di obbedienza e rispetto ad un presunto canone medio.

Da tempo è opinione e conoscenza condivisa che il corpo femminile sia territorio per eccellenza della oggettivazione da parte di Saperi e Poteri di stampo patriarcale. Le forme di tale negazione di soggettività sono davvero molteplici, sempre rinnovate e sempre tese ad una volontà di controllo sui complessi intrecci tra quelli che marxianamente si definirebbero rapporti di produzione e riproduzione.

Sempre più sofisticate e sfaccettate solo le forme che assume il mantra comune del dover essere, da parte delle donne, comunque in ogni caso un altro da sé: in pratica, sempre rappresentative della Famiglia, qualunque ne sia la forma e composizione. E non è un caso, la famiglia sia prima di tutto una delle unità macroeconomiche più importanti e fondative della compagine sociale. Rovesciando il paradigma della donna dipendente dalla figura maschile, oggi abbiamo quello della Ultra donna da cui dipendono le sorti di cura di molteplici soggetti deboli.

Si susseguono senza tregua family day, fertility day, campagne pro e contro l’allattamento, i vaccini e naturalmente reiterati attacchi alla legge di interruzione di gravidanza, alle famiglie omogenitoriali e quant’altro. Non pare essere possibile in questo Paese avanzare di un passo, senza poi doverne fare due indietro. E la cronaca di ogni giorno, nella sua brutalità, ci restituisce i termini anche quantitativi, numerici, di un attacco all’autodeterminazione femminile che assume sempre più i connotati di una mattanza.

A fronte di tutto questo, si aprono diversi interrogativi trasversali all’associazionismo femminile, ai movimenti più giovani, quali Non una di meno, Mee too e a quelli più storici. Interrogativi che riguardano l’esistenza o meno di una autentica consapevolezza storica, di un farsi problema, emergenza nazionale delle questione del modello di servizi, di educazione, di competenze, di formazione, di pratiche virtuose che vogliamo porre in essere. Ein funzione di cosa? Integrazione, assimilazione, sostegno, prevenzione, contenimento? Vogliamo eliminare i problemi eliminando in qualche modo i soggetti che ne sono portatori o vogliamo anche imparare dal loro discorso di difficoltà?

Se volessimo però affrontare in maniera sistemica e correttamente scientifica una storia di welfare e assistenza sociosanitaria novecentesca, ancorché concretissima, in base a scelte di priorità anche solo puramente amministrativo-contabili, avremmo oggi difficoltà a ricostruire persino un percorso coerente nella collocazione delle fonti storiche primarie. La pletora di organismi tra pubblico e privato che hanno dominato il nostro panorama assistenziale, la rapidità dei cambiamenti avvenuti nella società italiana che ha portato a legiferare in maniera decentrata e frenetica, hanno favorito una grande frammentazione nella conservazione della documentazione.

Ad essere oggi convinto che la violenza e la discriminazione abbiano radici antiche in un certo tipo di assoggettamento del corpo femminile, concepito appunto come in uso alle aspettative e ai bisogni sociali storicamente determinati, è un gruppo informale di donne operanti a vario titolo nel dibattito culturale bolognese e che si è autodenominato collettivo Amalia, echeggiando due riferimenti precisi, lo spirito orizzontale dei primi movimenti di contestazione e femministi da un lato, un libro emblematico di narrazione storica e di costume quale la sfida di Amalia di David Kertzer, testo pressoché oggi introvabile quantunque fondante nella preparazione ai corsi di laurea in Scienza della Formazione, dall’altro.

Il collettivo è partito dalla constatazione che in certa misura, rispetto ad una narrazione storica convincente e diffusa, sia più facile riferirsi ad un passato lontano piuttosto che all’epoca recente del trentennio glorioso, probabilmente anche per delicate ragioni di passaggio nei metodi di comunicazione, informazione, trasmissione di memoria. Il rischio talvolta del tutto involontario è quello di buttare il bambino con l’acqua sporca e mettere tra parentesi lo spirito sperimentatore e riformatore che scaturi da una felice permeabilità tra movimenti di lotta e istituzioni illuminate.

Situazione che, rispetto ai pubblici servizi permise un incontro anche in parte gestionale tra bisogni dell’utenza e addetti ai lavori, quantomeno se vogliamo parlare di una Bologna del fare. Sembrano lontananze siderali quelle che separano gli anni del nostro mugugno da quelli del pragmatismo creativo dei tempi d’oro e sembra ardua la comunicazione tra comparti sociali, una volta molto più contigui, anche quando su posizioni differenti.

Il collettivo Amalia sceglie con le armi che gli sono proprie e che non sono né medico-assistenziali né di pianificazione economico organizzativa, di prendere di petto la questione e affrontarla in alcuni dei luoghi dove più si manifesta per mandato, sparigliando le carte nel gioco della rappresentazione.

Il progetto che si titola corpo sociale delle donne, una lunga storia di interazioni, presentato sotto l’egida di un ricco insieme di progettualità in capo alla Città metropolitana, afferenti al Bando regionale contro la violenza e discriminazione di genere, ha a sua volta una lunga gestazione, prima di arrivare alla inedita decisione di fare narrazione pubblica nella Casa della Salute del Quartiere Navile. Si tratta di un lavoro su storie difficili di maternità e controllo sociale da archivi dell’Opera Nazionale maternitàe Infanzia, fino al 1975, baluardo dell’assistenzialismo rivolto alle donne. Sono fondi
per molti versi inesplorati, estremamente significativi nelle documentazioni delle relazioni degli assistenti sociali, in larga maggioranza donne a loro volta, riletti criticamente con lenti contemporanee. Sono archivi conservati presso la sede dell’Archivio storico provinciale, vera miniera di informazioni per comprendere una parte cospicua del modello di funzionamento del sistema Bologna, dagli albori ai giorni nostri. Le storie estrapolate tra le centinaia possibili sono passate al vaglio di Letizia Bongiovanni che di questo meraviglioso patrimonio è responsabile e di Mara Cinquepalmi che ha provveduto ad una elaborazione secondo i metodi del data journalism e dell’ottica di genere rispetto al linguaggio.

Sappiamo peraltro che le case della Salute, istituite recentemente su direttiva europea come ampliamento e superamento in positivo del Poliambulatorio si situano nell’immaginario pubblico a cavallo di un difficile crinale tra l’essere “fiore all’occhiello” dell’Amministrazione e della AUSL ed essere al contempo oggetto di critica se non aperta contestazione da parte del personale e gruppi di lavoro di cittadini organizzati. Qualunque posizione si voglia prendere in merito, appare evidente che le potenzialità partecipative e aggregative di questi importantissimi presidi territoriali, vadano rafforzate in vista di una tutela della Salute e del benessere condivisi il più possibile, se pensiamo a questioni assai scottanti sul tappeto quali le vaccinazioni, la vigilanza epidemiologica, la gestione della terza età, la sempre sbandierata Prevenzione, l’accanimento terapeutico, il benessere di genere.

Il collettivo Amalia vuole in particolare interrogarci sulle spinose questioni dell’educazione al rispetto dei generi, sulle rinnovate funzioni del consultorio a partire da tipologie culturalmente diversamente connotate di aggregati familiari, sulle politiche rivolte all’adolescenza, alle donne maltrattate ma anche agli uomini maltrattanti, sulle forme di disagio psichico e dipendenza.

La scommessa è che sia possibile farlo a partire dalla consapevolezza storica e dalla pratica artistica di uomini e donne insieme, persone prima che nuclei, sofferenti talvolta perché normati secondo logiche discutibili. L’attualità, con la bozza del ddl Pillon e le reazioni che sta suscitando, la cronaca con fatti come quello della detenuta madre infanticida a Rebibbia che appunto chiamano in causa il tema della segregazione,si incarica di segnalarci un’urgenza che spesso non sembra apparire nelle agende politiche.

Angela Malfitano sapiente attrice, autrice e pedagoga teatrale, forgiata alla scuola dell’indimenticato Leo De Berardinis, accetta, per Amalia, la sfida di far diventare le selezioni e le elaborazioni di cui si diceva un canovaccio incandescente di letture espressive affidate ad un gruppo di operatori della Casa, tra infermieri e ostetriche, che hanno accettato a dispetto della loro mole di lavoro, di vivere con entusiasmo un extra laboratoriale nel loro esiguo tempo libero.

Così, domenica 28 ottobre, eccezionalmente, la Casa della salute del quartiere Navile aprirà i battenti nel tardo pomeriggio per coinvolgere operatori, esponenti dell’amministrazione di Quartiere e del Comune in una rappresentazione condivisa con i cittadini che vorranno esserci, per fare comunità a partire dalle verità che il passato ci consegna.

Quanto queste verità siano parlanti o scomode anche ora sarà materia poi di discussione, con Fausto Trevisani direttore AUSl distretto di Bologna, Maria Giovanna Caccialupi, grande protagonista di formazione psicologica della riforme del settore materno-infantile negli anni 60 e Angela Balzano, filosofa ricercatrice femminista di ultima leva, moderati da Federica Mazzoni.

Il progetto si avvarrà di due tappe a seguire, una a fine novembre su richiesta delle operatrici sanitarie del servizio ostetrico dell’Ospedale Maggiore, che vedrà coinvolti in questo caso i ragazzi del Liceo artistico, chiamati a lavorare su un pattern di storie vere e narrazioni letterarie. Questa tappa che si svolgerà nell’Aula magna del noto nosocomio, avrà la partnership della Casa delle donne per non subire violenza.

Il progetto poi si allargherà alla dimensione territoriale vera e propria coinvolgendo i distretti della pianura est, grazie alla sagace opera di semina culturale, mappatura concreta di luoghi e persone possibile solo in virtu delle competenze consolidate di Elena Digioia, direttrice artistica della stagione Agorà.

Domenica 2 dicembre a Pieve di Cento, attraverso letture, testimonianze video e momenti di riflessione curati da Flavia Franzoni, grande esperta di organizzazioni sociali estimatrice sin da anni lontani del lavoro sulla storia della sottoproletaria Amalia e Bruna Zani Presidente dell’Istituzione Minguzzi, andrà invece in scena, poiché l’ambiente sarà il l teatro Zeppilli, una vera e propria storia di Comunità, raccontata dal punto di vista dell’edificio storico che ospitò l’ONMI e che oggi, restaurato,conosce una seconda diversa esistenza di servizio per l’infanzia.

L’auspicio è quello di poter ricevere attenzione, proseguire, ampliare, approfondire un lavoro di cui veramente si possa antiretoricamente dire:questo non è che l’inizio, l’inizio di una pratica intellettuale partecipata in primis, secondo uno spirito che forse bisognerebbe saper ricreare dalle sue ceneri alla luce delle contraddizioni dell’oggi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *