La carovana della vergogna

di Alessandra Maltoni

Era l’alba del 9 settembre 1943 quando, immediatamente dopo l’annuncio di accettazione dell’armistizio e dell’uscita dalla guerra, il capo del governo italiano Badoglio e alcuni tra i suoi più importanti generali come Puntoni e Zanussi si apprestavano all’immediata fuga. Insieme ai vertici del potere politico e militare, il re e gli esponenti della real casa non attesero a lungo prima di decidere che l’unica alternativa fosse solo la fuga con però un unico dubbio: se scappare verso il più vicino mar tirreno o dirigersi verso l’Adriatico.

Erano già le prime ore del mattino e, come da “copione”, erano tutti saliti a bordo con bagagli e servitù mettendo in scena un “real” protocollo che sarebbe diventato una delle pagine più squallide e precipitose di chi a capo di un popolo, nei momenti della maggiore disperazione, non trova né per sé né per gli altri un po’ di coraggio e dignità.

D’altronde, chiediamoci, chi erano queste persone? tra loro il capo dello stato maggiore fu tra i primi a prendere posto fra i fuggiaschi. Si trattava di quel tal Marco Roatta di cui la Jugoslavia a lungo proverà a chiedere l’estradizione per responsabilità negli atroci e spietati crimini contro l’umanità… crimini compiuti a danno di cittadini inermi, fucilati, presi in ostaggio, bruciati vivi negli incendi e annientati nei loro villaggi, colpevoli solo di appartenere ad un popolo, quello slavo, considerato “inferiore”.

I misfatti di questo criminale non avranno mai un colpevole, né alcuna pena verrà mai espiata. Il gruppo “in marcia” si lasciava alle spalle un paese in fiamme: l’Italia era assalita da tutte le parti. Milano ancora bruciava, con interi quartieri rasi al suolo in un tragico agosto di bombardamenti. Roma minacciata di assedio. Le altre città italiane già nel mirino delle bombe “alleate”.

Ma di fronte a tanto disastro, l’unico gesto la fuga. Ai capi restava solo di salvare la vita… quella loro. Sebbene fossero stati i maggiori responsabili di quella catastrofe partivano come ladri col bottino in mano. Soldi e preziosi già trasferiti all’estero, in parte in Svizzera, il resto in gran Bretagna.

Quando le luci del nuovo giorno non restituivano ancora i contorni della magnificenza eterna di una Roma ormai ferita, disarmata e umiliata, il disonorato codazzo delle auto era già fuori città, diretto verso l’aeroporto di Pescara. Nessun piano di difesa era stato diramato ai vertici dell’esercito. Neanche la più semplice istruzione era stata data alle truppe rimaste, o agli apparati statali, prima di lasciare la capitale. Nessun ordine ai pochi generali non ancora fuggiti e sconcertati di fronte a tanto caos e a tanta viltà.

Senza un coordinamento, e senza disposizioni, l’organizzazione dell’esercito crollò. E Roma rimase in balia di se stessa, con i tedeschi alle porte, liberi di oltrepassare il confine e invadere il nostro paese. Eppure gli alleati avevano costretto il governo italiano a una resa incondizionata che secondo i patti sottoscritti avrebbe dovuto prevedere anche l’apertura dell’ostilità italiana coi nazisti ai quali andava impedito l’accesso ferroviario e il transito alpino. Ma quel convoglio di fuggiaschi alle 5 del mattino del 9 settembre invece che attuare i patti aveva già abbandonato ogni cosa per cui i nazisti non trovarono nessuno a difendere la sovranità del territorio contro l’invasore.

E quando le luci del nuovo giorno coloravano appena le strade il sovrano con la sua numerosa comitiva “sfrecciava” verso l’Adriatico con un pensiero: trovare la via più sicura. Al più tranquillo imbarco verso la Sardegna la real corona aveva dovuto rinunciare, Gaeta e Civitavecchia erano già cadute in mano nazista. Restava solo l’altro versante, quello a est di Roma. Ma non bastava. a tanta viltà si aggiungeva anche il grottesco.

Mentre infatti Badoglio dopo l’annuncio dato dell’armistizio si era già reso irreperibile, al comandante Carboni era giunto l’ordine, non si seppe mai da chi, di spostare senza plausibili motivazioni il corpo d’armata e le truppe corazzate da Roma a Tivoli. Il motivo fu facilmente intuibile: bisognava assicurare protezione a quel re “soldato,” che tanto aveva studiato la guerra, ma che proprio in guerra si accingeva a lasciare il suo regno in preda agli invasori… e fuggiva, quel re intransigente e amante della vita militare, percorrendo la via tiburtina di cui aveva preteso prima di partire la massima difesa a scapito di rendere del tutto vulnerabili la capitale del regno con tutti i suoi abitanti. Roma poteva restare sguarnita, anche senza quelle poche forze militari che l’avrebbero forse in parte difesa.

Intanto però si era sparsa la voce dello sbando generale e persino gli ambasciatori tedeschi erano scappati da quella Roma isolata, per rientrare di gran corsa a Berlino. La capitale italiana era pericolosamente nel caos. A Verona ci fu una sosta del treno ed essi scesero. Si informarono e immediatamente dopo risalirono per tornare di nuovo nella capitale: Roma, nella stessa giornata, era già stata occupata, inesorabilmente caduta in mano dei nazisti.

Forse quel re “soldato” aveva addirittura trattato col nemico e facilitato l’occupazione in cambio della sua incolumità. Arrivati nelle vicinanze di Pescara i fuggitivi trovarono ad attenderli l’indignazione e il disprezzo che serpeggiavano già tra la popolazione cui era giunta voce della fuga repentina.

Fu intuibile il probabile rifiuto dei piloti dell’aeroporto abruzzese di prenderli a bordo e portarli a destinazione. Ripiegarono pertanto sull’idea di un imbarco via mare. Ma anche lì giunse loro notizia che una certa agitazione e sdegno stavano montando tra i cittadini abruzzesi residenti nei pressi della costa. La base navale non era più sicura. Neanche l’imbarco da Pescara era più consigliabile.

Inseguiti da un sentimento di disprezzo che li avrebbe marcati ormai per sempre ripiegarono su Ortona dove, dopo aver fatto arrivare appositamente una corvetta da zara e un incrociatore da Taranto… salparono tra le onde del mare diretti verso Brindisi.

Prima di partire trovarono però anche una folla di timorosi amici, militari, politici, autorità fasciste, che si era precipitata alla banchina giungendo da ogni luogo con le proprie famiglie… cercavano tutti una nuova vita, una salvezza, dopo essere stati compromessi con un regime ormai allo sfascio. Pur tentando in duecento di salire a bordo, solo una cinquantina vi riuscì. Gli altri si diedero alla corsa più sfrenata nelle campagne circostanti, cambiandosi d’abito e d’identità.

Per il resto d’Italia era iniziato l’abisso, senza una guida, un identità di nazione, una forza armata a difesa dei confini. Roma era caduta in preda al caos. Quella Roma tanto evocata dal regime per la sua grandezza esplosiva e per la sua ostentata magnificenza… tra esposizioni e propaganda, la Roma dei grandi fasti e dei fasci littori restava adesso, nel momento più difficile, sola e indifesa, come la capitale di un regno inesistente.

Nel momento del maggior bisogno, nessuna divisione dell’esercito, nessuna autorità civile o militare, nessun rappresentante della real corona erano stati in grado di coordinare un minimo di difesa. Roma cadeva a pezzi, piegata nell’anima. A difenderla nei mesi successivi saranno soltanto i suoi uomini più valorosi: militari coraggiosi e la gente del popolo, orgogliosa e tenace, come spesso solo la gente del popolo sa essere… Molti tra costoro cadranno trucidati alle fosse Ardeatine, torturati al carcere di via Tasso, fucilati a forte bravetta…

Anche il resto d’Italia entrava dentro il peggiore dei suoi incubi. Quella fuga del re che aveva abbandonato il suo popolo nel momento più difficile avrà conseguenze tragicamente indelebili. Sicuramente nella storia delle monarchie ci saranno stati anche altri “fulgidi” esempi simili, o quasi simili, ma per noi italiani quel 9 settembre resterà per sempre unico: la pagina più vergognosa di una casa Savoia che il popolo Italiano non perdonerà. Il referendum di lì a poco segnerà la fine di quella corona resasi tanto ingloriosa.

2 Responses to La carovana della vergogna

  1. Antonio Bonomi ha detto:

    Ho vissuto, da ragazzo, a Padova, quelle vicende, con mio papà ufficiale appena tornato dalla Campagna di Russia. Il tentativo di organizzare una risposta all’invasione tedesca e lo sbandamento di tutti i comandi che permise ai Tedeschi di rastrellare migliaia di soldati italiani e di spedirli ai lager in Polonia e Germania. E poi, nella terza media, i primi tentativi di organizzare qualche forma di autodifesa e resistenza senza farsi beccare dai fascistelli che stavano riemergendo.

    • alessandra maltoni ha detto:

      deve essere stato terribile.. commovente solo pensare a cosa ha vissuto tanta gente nel giro di pochi giorni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *