Indagini su una morte che non interessa a nessuno

di Giuseppe Rizzo

“È facile dare regole generali. Ma i dettagli?”.
Il buonuomo Lenin, Curzio Malaparte

Una mattina di inizio agosto il tribunale di Roma è accecato da una luce rovente. Alle nove ci sono già 34 gradi e i dieci ettari della città giudiziaria sono deserti. Lungo le scale in cemento grezzo della palazzina C, un addetto alla pulizia incrocia un poliziotto e gli chiede come stanno andando le indagini sul fatto che sembra tormentare i pochi rimasti. “Si sa niente del crollo nell’ufficio scansioni?”. “Stiamo facendo i turni per risolvere il caso”, risponde il poliziotto.

Nei corridoi lastricati di granito grigio e illuminati da luci al neon il ronzio di ventilatori e condizionatori ha sostituito quello delle fotocopiatrici. Sulle porte degli uffici si leggono messaggi che avvisano che i pubblici ministeri sono in ferie. Quella di Attilio Pisani è socchiusa, il sostituto procuratore lavora ancora una settimana prima delle vacanze. Laureato nel 1980, ha cominciato a fare il magistrato nel 1983. È un tipo sbrigativo. “Avrà sentito del crollo”, dice. Colpa dei temporali estivi? “No, aria condizionata. L’acqua dei condizionatori ha allagato un controsoffitto ed è venuto giù tutto”.

Tra i sette-otto fascicoli di cui si occupa ogni giorno, ce n’è uno che non interessa a nessuno e che lui stesso ricorda poco, tanto da pensare di averne chiesto l’archiviazione. L’aprile scorso sembrava trattarsi di un omicidio, ma dopo un primo parere del medico legale, Pisani aveva fatto scarcerare tre sospetti e pensava che la storia si sarebbe chiusa presto.

Quando il segretario porta il fascicolo e dice “Dottore, mi sa che ha chiesto la citazione in giudizio”, Pisani non batte ciglio. Sfoglia le carte: “Ho chiesto la citazione in giudizio, giusto. Ma non per omicidio, l’ho chiesto per lesioni semplici, perché non c’è un nesso causale tra la morte e la lesione subita dalla parte offesa. L’autopsia ha stabilito che c’erano lesioni e che erano guaribili in trenta giorni: in questo caso si procede d’ufficio. Se i giorni fossero stati di meno ci sarebbe stato bisogno della querela della parte offesa. Se tutto va bene, il processo si farà nel 2021. È una storia che non interessa a nessuno”.

Oltre la cronaca nera

La versione sintetica della storia che non interessa a nessuno è questa: la sera del 26 marzo 2018 Dariusz Jastrzębski, 45 anni, polacco, è stato picchiato da tre persone alla stazione Termini di Roma ed è morto in ospedale tre giorni dopo. Fine.

Il 30 marzo i giornali raccontavano i tentativi del Movimento 5 stelle di formare un governo dopo le elezioni; l’espulsione di 150 agenti dei servizi segreti statunitensi ed europei dalla Russia; gli arresti di alcune persone legate al gruppo Stato islamico a Latina; l’isteria sui social network dopo i funerali di Fabrizio Frizzi; il crollo di alcuni stucchi in Vaticano; eccetera.

A parte poche righe sul sito di Repubblica, la morte di Jastrzębski è passata del tutto inosservata. È un fatto di cronaca nera, ma a differenza di altri che conquistano i mezzi di informazione e ossessionano lettori e telespettatori, è scivolato nel silenzio. Per capire perché bisogna aggiungere qualche dettaglio: Jastrzębski era un senza dimora ed è morto dopo una rissa con altri senza dimora. Nella gerarchia delle notizie, la morte di chi vive per strada è un gradino sopra al racconto di un cane che morde una persona, ma comunque sotto “la burrasca di ferragosto” o “il gatto più lungo del mondo”.

Tuttavia, un fatto di cronaca nera non è mai solo un semplice fatto di cronaca. Lo storico francese Ivan Jablonka lo spiega in Laëtitia, il libro che ha dedicato a una ragazza di 18 anni rapita e uccisa a Nantes, in Francia, nel 2011:

Dietro le poche righe che gli vengono dedicate sui giornali – o le lunghe maratone televisive sui casi più celebri – si possono intravedere i meccanismi della giustizia, il ruolo dei mezzi di informazione, il funzionamento della politica, la sua logica accusatoria così come la sua retorica della compassione. In una società in movimento, il fatto di cronaca nera è un epicentro. Per diversi motivi, lo è anche un caso come quello di Jastrzębski. Per questo vale la pena guardarlo da più vicino.

La rissa

Cominciamo dalla sera della rissa. È il 26 marzo 2018 e sono passate le 21. Un ultimo colpo di coda dell’inverno sembra ingrossare le nuvole sopra la pensilina della stazione in via Marsala. Sotto, c’è chi guarda il cielo per capire se pioverà, chi preleva allo sportello delle poste, chi fuma, chi ascolta musica, chi si bacia, chi grida e chi sistema cartoni e coperte per passare la notte sul marciapiede.

Le telecamere a circuito chiuso della polizia ferroviaria riprendono Jastrzębski che si avvicina a tre persone. Non si capisce cosa gli dice, ma si vede che cominciano subito a litigare. Scheletrico, alto e barcollante, Jastrzębski è da solo e non riesce a difendersi. I tre lo prendono a pugni e lo spintonano finché non cade e sbatte la testa a terra. Resta fermo qualche secondo, poi si rialza e si allontana. Dopo qualche minuto si accascia e non si rialza più.

Qualcuno chiama un’ambulanza, qualcuno la polizia. Arrivano due volanti della squadra Viminale, i medici lo portano via. Ha la testa spaccata e il naso rotto. Dopo tre giorni muore per insufficienza cardiaca. Nessuno è andato a trovarlo in ospedale.

Gli arresti

“La lite è durata pochissimo”, dice Marco Napoli, il vicequestore della polizia ferroviaria (Polfer) che ha condotto le indagini. Alto, spalle larghe, barba nera colorata qua e là di grigio, Napoli ha 47 anni e non indossa la divisa. Si scusa per il disordine nel suo ufficio, una stanza al terzo piano della stazione Termini, in via Giolitti. Davanti ha una scrivania ricoperta da una montagna di carte, alle spalle una foto del presidente della repubblica, di lato, alla sua sinistra, una finestra che non riesce a illuminare la stanza: sono le quattro di un pomeriggio di inizio giugno e c’è la luce accesa.

Napoli racconta che poche ore dopo la rissa, il commissariato Viminale ha inviato alla Polfer una serie di informazioni sugli aggressori. “Erano ragazzi che si vedevano spesso qui a Termini, senzatetto”, dice il vicequestore. Due sono stati fermati il 1 aprile in via Marghera, a pochi metri dalla stazione. “Ci avevano detto che il terzo sarebbe arrivato nel pomeriggio da Pisa, e così l’abbiamo aspettato e abbiamo fermato anche lui”, spiega Walter Saraceni, l’ispettore che si è occupato degli arresti. “Erano un po’ alticci, ma non hanno fatto resistenza. Quando gli abbiamo chiesto com’è cominciato tutto, ci hanno detto che Dariusz aveva fatto i suoi bisogni sulle loro cose, e loro si sono arrabbiati”, dice Saraceni. Quando gli chiedo perché Jastrzębski l’avrebbe fatto, l’ispettore alza le spalle: “Sono cose che lì fuori succedono, anche senza motivo”.

Due dei tre arrestati sono nati in Repubblica Ceca, hanno 24 e 27 anni. Il terzo è polacco e ha 42 anni. Li hanno portati nel carcere di Regina Coeli. Interrogati, hanno confermato che la lite è nata perché Jastrzębski li ha provocati, e che non volevano ucciderlo, lo hanno solo spinto. Sono stati rilasciati qualche giorno dopo perché il pm Pisani ha escluso l’omicidio preterintenzionale. L’avvocata d’ufficio di due di loro dice di non averli mai più rivisti. Chiedo a Napoli se nelle immagini dell’aggressione si vede anche una donna. “No, perché?”.

Un’ipotesi

Arrivato per la prima volta in Italia una quindicina di anni fa, Dariusz Jastrzębski ha vissuto per strada a Milano, ma è tornato in Polonia più volte. “A Roma l’ho conosciuto nel settembre 2017”, dice Janek, un polacco di 47 anni. Quando lo incontro, qualche giorno prima di Ferragosto, Janek ha lo zigomo destro rotto e un occhio nero. Ha fatto a botte con due marocchini che gli volevano rubare lo zaino. Fuma e suda seduto al parco Dei Caduti, poco lontano da Termini, solo in una città svuotata dall’afa e dalle ferie, dove sono rimasti solo i turisti, i preti e qualche fantasma ammaccato come lui.

“Con Dariusz abbiamo vissuto e dormito insieme per qualche mese. Era allegro, ma si incazzava spesso, voleva sempre bere e fumare, qualche volta cantava e ballava”. All’epoca con loro c’era anche Maria, una ragazza trentenne della Repubblica Ceca. “Erano fidanzati”, dice Janek.

Alta e magra, capelli a caschetto e occhi nocciola, Maria si prendeva cura di lui. Si alzava per prendere i panini, il tè caldo e le coperte che la comunità di Sant’Egidio gli portava ogni martedì, mentre lui restava seduto. Rasato e tatuato, i denti neri, spesso in canottiera nonostante il freddo, aveva perso un occhio in carcere in Polonia, con l’altro guardava malamente chi gli si avvicinava.

Una sera di fine febbraio li avevo incontrati tutti e tre vicino a porta Tiburtina, nel quartiere San Lorenzo. Jastrzębski non riusciva ad alzarsi e si trascinava sul marciapiede. Non parlava italiano, traduceva Maria. “Mi fanno male le gambe, non riesco a muoverle”, ripeteva, il viso vuoto come un cucchiaio. Perché? “Anni fa vendevo sigarette di contrabbando al confine con la Russia, i poliziotti mi hanno scoperto e mi hanno sparato”. Jastrzębski aveva abbassato i jeans: una cicatrice si allungava su tutta la coscia sinistra. Lorenza D’Andrea, volontaria della comunità di Sant’Egidio che era arrivata per dargli un pasto caldo e delle coperte, aveva chiamato l’ambulanza. Maria l’aveva convinto a salire ed era andata con lui.

“È morto per lei”, dice Janek. All’ospedale gli avevano dato una sedia a rotelle, ci si muoveva bene, sembrava perfino essersi addolcito, ma qualche tempo dopo Maria lo ha lasciato. “Dariusz era una persona complicata”, dice l’amico, “e lei se n’è andata con uno più giovane”. Janek sostiene che il nuovo fidanzato di Maria fosse uno dei tre con cui Jastrzębski ha litigato la sera del 26 marzo: “Non sopportava che Maria l’avesse lasciato per uno di loro”.

La polizia ferroviaria e il pm Pisani non hanno mai sentito nominare Maria. Lei non si è fatta più vedere a Termini. Qualche settimana dopo, Lorenza D’Andrea ha incontrato alla stazione i tre che erano stati accusati di omicidio: “Non sembravano essersi resi conto di quello che era successo. Una persona è morta, ma per loro è stato solo un imprevisto”.

L’ultima telefonata

La morte di Jastrzębski non interessa alle persone con cui ha litigato, non interessa ai mezzi di informazione, non interessa a nessuno, tranne che a una donna. Il pomeriggio del 29 marzo 2018, un poliziotto bussa alla porta di casa sua a Stawiguda, un piccolo comune nel nordest della Polonia. Non entra, le dà la notizia sull’uscio: “Signora, suo fratello è morto”. Poi le consegna alcuni documenti e se ne va.

“Ho sentito un dolore fortissimo al cuore”, dice Jolanta Jastrzębski. “In tv avevo visto che un polacco era stato ucciso a Roma, ma non ci avevo fatto caso, non avevo pensato a Dariusz”.

Due mesi dopo le chiedo se può rispondere ad alcune domande. Accetta di scrivermi una lettera perché non sopporta che la storia del fratello sia ridotta alla sua sola morte. Le sue parole aiutano a distinguere i cerchi che Jastrzębski ha lasciato sulla superficie dell’acqua prima di colare a picco e permettono di fare un altro passo oltre la cronaca.

“In famiglia eravamo tanti”, dice, “nove fratelli, sette maschi e due femmine. Dariusz era il penultimo. Era nato il 22 marzo 1973 a Dąbrówno. Siamo stati cresciuti dalla mamma perché papà beveva”. L’equilibrio si rompe quando la donna muore di cancro a 53 anni. “Dariusz aveva dodici anni. A casa con papà restiamo io, lui e nostro fratello più piccolo, Cristofer. Ma poi anche lui, dopo due anni, muore”.

È in questo periodo che Jastrzębski abbandona la scuola e va a vivere con la zia a Slupsk. Ed è qui che nel 1989 lo raggiunge un’altra cattiva notizia: il padre è morto in un incidente stradale. Nei mesi tumultuosi in cui la Polonia vota per la prima volta in modo libero, crolla il muro di Berlino e l’Unione Sovietica si dissolve, Jastrzębski diventa orfano di entrambi i genitori.

“Qualche tempo dopo mi sono sposata, e Dariusz è tornato a vivere con me. Un giorno ha incontrato una ragazza e si è innamorato. Poco dopo hanno avuto una bambina, Sandra. Ma la felicità è durata poco. Quando Sandra ha compiuto sei mesi, la compagna di Dariusz l’ha lasciato per un altro uomo e si è trasferita a Olsztyn”.

Rimasto solo, Jastrzębski è andato a vivere anche lui a Olsztyn per non stare lontano dalla figlia, ma poi fa perdere le sue tracce. “Ho ricevuto una sua lettera solo dopo anni: mi scriveva che era in prigione per furto. Doveva scontare qualche anno di galera, pagare una multa salata e versare gli alimenti all’ex compagna”.

Quando lo scarcerano raggiunge di nuovo la sorella, poi di nuovo Olsztyn. “Ha incontrato e passato del tempo con la figlia fino a che non ha compiuto dieci anni, poi la madre gli ha vietato di vederla”, scrive Jolanta Jastrzębski. A Olsztyn si innamora un’altra volta. La donna si chiama Silvia Hudrcwiz e come lui ha avuto una vita complicata. “Sono stati insieme per tanto tempo. Avevano entrambi problemi, sono stati ricoverati in un ospedale psichiatrico. Hanno lavorato e vissuto nelle case di alcuni contadini in piccoli villaggi in Polonia, ma sono stati anche in Repubblica Ceca”.

In Italia, prima di Roma, Jastrzębski ha vissuto per lo più a Milano. “Al telefono mi dicevano che andava tutto bene, che provava a guadagnare dei soldi da spedire alla figlia. Ma le cose non sono mai migliorate. Nel 2015 è venuto a trovarmi per qualche giorno. Poi mi ha detto che sarebbe partito di nuovo per l’Italia con Silvia. Alla figlia aveva promesso che l’avrebbe portata con sé, ma non ha mai mantenuto la parola”.

Quando saluta la sorella, Jastrzębski le dice di non sapere se tornerà. “Non sapevo cosa volesse dire, allora. Un anno e mezzo fa aveva chiamato mio marito e gli aveva chiesto cento euro per tornare. Ma non aveva lasciato né un indirizzo né un numero di telefono, e così non abbiamo potuto aiutarlo. Quest’anno mi ha inviato una cartolina da Roma, ma non c’era l’indirizzo. C’erano solo gli auguri per il mio compleanno. Poi mi ha telefonato, ma quando ho risposto si è messo a piangere e non ho capito cosa volesse dirmi”. È stata l’ultima volta che Jolanta Jastrzębski ha sentito la voce del fratello.

Per riportare la salma a casa ha dovuto chiedere un prestito in banca e pagare cinquemila euro all’agenzia che si è occupata del trasporto. “Dentro la bara l’ho abbracciato per l’ultima volta. Era bello”. A questo punto la donna dice di non riuscire più a scrivere.

La cornice

Il racconto però non è ancora completo. Come in ogni puzzle, c’è bisogno di una cornice per evitare che le tessere si stacchino e che perdano di significato. Il caso di Jastrzębski sembra senza senso e non interessa a nessuno anche perché si ignora quanto grande sia la cornice che lo racchiude: dentro non c’è solo la sua storia, ma quella di 50mila persone che in Italia vivono per strada e quella di chi, tra i cinque milioni che vivono in povertà assoluta, rischia spesso di finirci.

Fino al 2017 l’Italia era l’unico paese dell’Unione europea a non avere una misura per aiutarli. Ora ce l’ha, si chiama reddito di inclusione, ma ha pochi fondi: un miliardo di euro per il 2017 e il 2018, più un altro in sette anni. Secondo l’ufficio parlamentare di bilancio ne servirebbero 5-7 all’anno.

In compenso, negli ultimi dieci anni, segnati da una crisi economica che ha impoverito milioni di persone, quello che è stato fatto è stato rendergli la vita ancora più impossibile. Nel 2009 il “pacchetto sicurezza” del ministro dell’interno leghista Roberto Maroni gli ha reso più complicato ottenere la residenza: e quindi votare, curarsi e accedere all’assistenza sanitaria. Subordinandola alla discrezionalità degli uffici comunali e alle “condizioni igienico-sanitarie dell’immobile” in cui si risiede, ha costretto tanti a dichiarare di vivere nelle vie fittizie istituite in diversi comuni. Nel 2014 il “piano casa” Renzi-Lupi ha escluso che possano chiedere la residenza se occupano “abusivamente un immobile senza titolo”. Nel 2017 il decreto sicurezza del ministro dell’interno del Pd Marco Minniti li ha inquadrati tra i “fattori di marginalità” che minacciano il “decoro delle città”.

Infine, nel marzo scorso, il sottosegretario leghista al ministero dell’interno Nicola Molteni ha presentato alla camera un testo per introdurre nel codice penale il reato di “accattonaggio molesto”, caro anche al segretario della Lega e ministro dell’interno Matteo Salvini. Per combattere questo “problema di ordine pubblico” si immaginano arresti e carcere fino a un anno.

Sarebbe la quadratura perfetta del cerchio: ricordarsi dei poveri solo quando si tratta di arrestarli. Un provvedimento che farebbe risuonare in Italia un ritornello antico, un po’ triste, un po’ ignobile, che in carcere conoscono bene. Un ritornello che si sentiva già nel 1561, quando papa Pio IV proibiva l’accattonaggio e faceva imprigionare chi chiedeva l’elemosina; nel 1564, quando Venezia metteva al bando i “questuanti”; e nel 1866, quando il ministero dell’interno definiva pericolosi “gli oziosi, i vagabondi, i mendicanti”.

La novità di questi tempi è semmai un certo accanimento, e una certa soddisfazione nell’accanirsi. La cornice costruita intorno a storie come quella di Dariusz Jastrzębski ormai è modellata solo dall’ossessione per la sicurezza, per il crimine, per le manette. Dentro c’è chi sopravvive, chi impazzisce, chi chiede aiuto, chi non lo vuole, chi riceve qualcosa, chi riceve bastonate, chi si strapperebbe la faccia per la disperazione, chi mantiene la dignità e chi muore senza che la sua morte sembri interessare a qualcuno.

Questo articolo è stato pubblicato da Internazionale il 24 settembre 2018

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