Da quali pulpiti viene la predica alle misure del Def

di Roberto Romano

Le misure delineate dal governo, invero discutibili e non proprio coerenti con la crescita, non possono variare la crescita potenziale e, quindi, peggiorerebbero i saldi pubblici. Citando Ligabue «la storia si riscrive in economia». Se l’economia registra dei tassi di crescita pessimi, quelli europei e nazionali sono veramente pessimi, perché non fare una manovra espansiva?

La finanza pubblica trattata come un bilancio aziendale e non come strumento di politica economica è insopportabile. Gli economisti dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) presentano qualche contraddizione nelle loro analisi, ancorché condivisibili: «Le previsioni sono troppo ottimistiche … e ci sono forti rischi al ribasso portati da una congiuntura troppo debole e dalle turbolenze finanziarie». Nella documentazione disponibile si legge anche che è in discussione «la dimensione – ma non il segno – dell’impatto della manovra sul quadro macroeconomico». Quindi anche l’Upb percepisce che qualcosa non funziona, pur operando nel quadro del Fiscal Compact.

Un’istituzione rispetta sempre le norme, ma non ha mancato di far notare che il segno – le intenzioni di crescita – non è propriamente sbagliata. Sebbene sia vero che «la storia non si ripete, ma fa rima con se stessa» (M. Twain), le condizioni per una grande crisi ci sono proprio tutte e non sarà scatenata dal modesto deficit strutturale dell’Italia (1,7% per il triennio). Tutte le istituzioni pronte a criticare il deficit italiano non hanno proprio compreso la connessione tra finanza ed economia reale.

Il debito privato e non quello pubblico è aumentato spaventosamente ed è illiquido. Per quanto strano possa apparire, dobbiamo prepararci ad un’altra crescita del debito pubblico per pubblicizzare il debito privato come è accaduto nel 2008-9. Dobbiamo aspettare che la Regina Elisabetta II riformuli la domanda «Perché nessuno ha previsto la crisi finanziaria?».

Come se non bastasse, il Fmi reitera il solito ritornello: il possesso di titoli pubblici nel portafoglio delle banche è un pericolo per l’economia. Se un paese indebitato è attaccato dalla speculazione, le banche imploderebbero compromettendo l’equilibrio economico e dei conti pubblici, scaricando la crisi del debito sull’euro. Il problema non è la regolamentazione della speculazione, piuttosto sono i titoli pubblici che, per definizione, sono titoli liquidi a differenza delle obbligazioni e delle azioni. Il consenso sistemico di critica verso il deficit del governo lascia più di un sospetto. Sembra quasi che in molti non vedono l’ora che arrivi la Troika, dimenticando che l’Italia non è la Grecia. Si utilizzano gli stessi strumenti persuasivi utilizzati con la Grecia, vuol dire che la Storia non ha insegnato nulla. Niente deve cambiare. Il debito pubblico deve diminuire punto e basta, nonostante il denominatore diminuisce e non permette di ridurre il rapporto debito/Pil. Il problema non è la disoccupazione, la riduzione delle prospettive di crescita, la stagnazione secolare indotta anche da un problema demografico – invecchiamento della popolazione – che pregiudica il capitale e il lavoro.

Se fossi ministro dell’Economia avrei fatto una manovra molto diversa; avrei utilizzato l’output gap potenziale come strumento di persuasione. Più precisamente: utilizzo il modello econometrico dell’Ocse e/o del Fmi per calcolare il Pil potenziale, che è molto più ampio del modello deflattivo e pauperistico della

Commissione, e sulla base di questa differenza avrei impostato la manovra economica. Ricordo che l’Italia ha già raggiunto il pareggio di bilancio strutturale da tempo se utilizzassimo questi modelli. La Commissione europea si era impegnata a ridiscutere questo modello ma deliberatamente ha fatto cadere questa riflessione perché il Fiscal Compact è indiscutibile. Padoan dovrebbe conoscere molto bene questo non banale particolare. Avrei riscritto per intero gli incentivi alle imprese a favore dell’industrializzazione della ricerca pubblica, collegandola all’assunzione dei nostri giovani fin troppo formati rispetto alla domanda delle imprese, agendo anche sulla legge Fornero che è un vincolo strutturale alla crescita del Paese. Poche cose ma mirate.

Rimane il fastidio di certe critiche, quasi che la presenza della Troika fosse meglio di qualsiasi altro governo. Una nota a margine: le clausole di salvaguardia chi le ha inventate? C’è qualche responsabilità dei governi responsabili?

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto l’11 ottobre 2018

Autore dell'articolo: Amministratore

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