Cultura italiana: lo spartiacque del gioco, tra educazione e business

di Silvia R. Lolli

Qualche giorno fa le cronache cittadine del Corriere della Sera ci informavano che una dirigente scolastica di una scuola primaria di Bologna ha impedito di giocare a calcio ai bambini della scuola. Ovviamente sul giornale che ha riportato la notizia non solo il commento del giornalista, ma anche l’intervento dell’esperto di turno, un ex giocatore del Bologna, diventato business man di corsi di formazione di calcio per bambini.

Da una scelta dovuta, viste le norme italiane sulla sicurezza a scuola, della dirigente si è dovuto ancora una volta magnificare le qualità del calcio, non tanto dello sport o di un’attività fisica meno pericolosa da giocare in spazi istituzionali poco agibili. Un conto è parlare di gioco libero, quello che cioè una volta si faceva nei cortili ed anche nelle strade ed ancora si fa in pochi luoghi bolognesi, abitati soprattutto da bambini extra comunitari, un conto è parlare di gioco del calcio nel cortile di una scuola che evidentemente non dà margini di sicurezza alla dirigente.

Non vogliamo neppure sapere se l’intervento si è svolto in una scuola primaria o in una scuola media di primo grado (l’istituto comprensivo racchiude questi ordini di scuola); cioè non vogliamo sapere se questa attività si faceva con le maestre nel tempo libero e non nelle ore di lezione, oppure se era presente un insegnante di educazione fisica, fino ad oggi in ruolo solo nella media di primo e secondo grado in Italia. Tra l’altro rispetto a ciò qualche giorno fa al festival dello sport di Trento il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha spiegato che si stanno studiando le procedure per aver nella scuola primaria l’insegnate di educazione fisica. Auspichiamo che finalmente non rimanga solo un’idea.

In questo intervento di cronaca scolastica ci sembra si racchiuda ancora una volta tutta la pochezza della cultura sportiva italiana. In ogni occasione quando si parla di sport il discorso prende sempre la via del calcio, come se fosse l’unico modo di praticare lo sport. Ovviamente sappiamo che il potere mondiale del calcio è sempre maggiore; si sta imponendo in paesi nei quali finora non veniva troppo giocato, soprattutto a suon di marketing e di ricerca di nuovi mercati in vendere il prodotto, comunque in crisi.

In Italia anche l’astinenza dei tifosi rispetto alla nazionale maschile sta diventando in questi mesi l’unico modo per parlare dello sport femminile. Ovviamente non si ricordano le parole di qualche anno del presidente Tavecchio quando si insediò alla FIGC, parole misogine che rivelavano un’incultura tutta italiana e che avrebbero dovuto far insorgere e sorgere perplessità circa la sua elezione. Oppure non si ricordano le più recenti uscite del presidente della Sampdoria o del dirigente di una lega non professionistica. E chissà giornalmente quante altre amenità si potrebbero raccontare di questo mondo. Si richiede poi a gran voce il professionismo per il calcio femminile, quando ancora tante federazioni anche del settore maschile non vogliono fare il passaggio al professionismo.

Quindi un conto è parlare di gioco con un pallone, un conto è pensare al gioco del calcio con finalità monosportive fin dalle più tenere età per incentivare la propria società e magari far firmare precocemente dei cartellini, nonostante la sentenza Bosman dell’inizio degli anni Novanta del secolo scorso.

Abbiamo recentemente visto che ancora esistono da noi spazi pubblici, che la scuola riterrebbe pericolosi, a disposizione dei bambini per giocare liberamente a calcio; li abbiamo visti recentemente in Piazza dell’Unità durante un dibattito politico: i bambini passavano facilmente fra le sedie e i tavoli e nessuno pareva turbato. Alcuni di loro erano molto abili, però nessuno sembrava di nazionalità italiana. Rispecchiavano ciò che succedeva fino a trent’anni fa per molti bambini italiani: il gioco nei cortili o nelle strade.

Nessuno si è fatto male, giocavano liberamente, senza gli adulti e pensiamo che se anche qualcuno di loro si fosse sbucciato un ginocchio non avrebbe avuto problemi a continuare o ad andare a casa senza patemi. Nella scuola c’è sempre l’adulto, ma soprattutto l’istituzione di riferimento che prima di tutto ha la responsabilità non solo di vigilanza, vedi le leggi a cui probabilmente si è riferita la dirigente scolastica, ma anche tutte le leggi sulla sicurezza che prima di tutto devono garantire locali idonei per fare le attività.

Poi c’è un altro aspetto da tenere in conto, se vogliamo più tecnico. I bambini che giocano liberamente sanno il loro valore, le loro capacità e si organizzano di conseguenza. A scuola magari alcuni possono essere indotti a partecipare al gioco libero, senza avere le capacità di altri che giocano di più. In una competizione alla pari e abituale l’infortunio è meno facile; in una competizione in cui i valori non sono pari e svolta in luoghi che non sono neppure conosciuti troppo dai bambini l’infortunio può essere più facile.

Infine auspicherei che come abbiamo visto nei parchi degli USA, oppure in quelli di altri Stati ci possa essere da parte dei bambini e dei giovani la capacità di giocare anche ad altri giochi; sarebbero molto più flessibili anche mentalmente, cioè la fantasia potrebbe aumentare come le loro abilità sportive.

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