“Un affare di famiglia”: ma che cosa si intende per famiglia?

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Durante la proiezione la memoria corre ad un precedente film di Kore-eda, “Father and son”, del 2013. Qui due famiglie tra loro diversissime, una molto ricca e una povera, crescono per sei anni un figlio, quando scoprono che, per uno scambio avvenuto nella culla poco dopo la loro nascita, non si tratta del loro vero figlio. La scelta più scontata sembra quella di rimediare all’errore, attraverso un nuovo scambio. Ma è davvero la soluzione migliore? Che natura hanno i legami che tengono unita una famiglia? Conta il sangue, la biologia, o non piuttosto il tempo passato assieme e ciò che questo è capace di costruire?

Gli stessi interrogativi, posti con ancora maggiore radicalità, sono al centro anche di “Un affare di famiglia. Quella evocata nel titolo è la famiglia Shibata. Ci viene presentata con le tonalità lievi della commedia. Il padre, Osamu, con la complicità del giovane figlio, taccheggia un supermercato. In fin dei conti, osserva divertito, finché i prodotti sono sugli scaffali non hanno ancora un proprietario.

Sulla via di casa intravedono, tra le inferriate di un balcone, gli occhi tristi di una bambina. Sembra piuttosto malconcia e abbandonata a sé stessa. Decidono di portarla con loro per rifocillarla. Arrivati a casa scoprono che ha il corpo pieno di ferite. Forse è meglio tenerla con loro, pensano, piuttosto che restituirla ai genitori. In fin dei conti, di nuovo osserva Osamu, se non chiediamo un riscatto non può trattarsi di un rapimento.

Gli Shibata non se la passano proprio bene. Vivono in una piccola e vecchia casa di legno, circondata da palazzi moderni. Un residuo, si direbbe, di un altro Giappone. I lavori malpagati e precari che alcuni di loro svolgono non sono sufficienti per vivere. E allora ricorrono ad ogni sorta di espediente. Certo, se osservati secondo i principi di una moralità borghese, non conducono una vita rispettabile. Un padre che insegna a rubare al figlio, una seconda figlia che guadagna qualcosa frequentando un ambiguo locale per uomini soli, una nonna che ricatta la famiglia dell’amante del marito. Ma gli occhi del regista non giudicano, osservano. E vedono, ad esempio durante i rumorosissimi pasti, tra un risucchio e l’altro, il calore, l’affetto, la solidarietà che unisce queste persone e che circonda anche la nuova arrivata.

Nel corso del film verremo a sapere molte cose sorprendenti sul conto della famiglia Shibata, che ci sembra giusto lasciare alla scoperta degli spettatori (si tratta di cose che hanno molto a che vedere con le domande con le quale abbiamo iniziato questa recensione). Ad un certo punto, per le conseguenze di un banale incidente, interverrà la polizia e scoprirà, tra le tante cose, anche quello che, ai loro occhi, si configura come un sequestro di persona. E tutto quello che la famiglia Shibata ha costruito sembra destinato a crollare. Ovvero, dal punto di vista di chi tutela l’ordine pubblico, le cose sembrano tornare al loro giusto posto. Per usare le parole di una giovane poliziotta, non si può esser madri senza essere passati per l’esperienza del parto. Chi non possiede certezze granitiche come questa continua invece ad interrogarsi su cosa sia davvero una famiglia.

Kore-eda è probabilmente oggi il più importante regista del Giappone. Il suo cinema ricorda per diversi aspetti quello di un grande maestro come Ozu. Entrambi ci hanno offerto memorabili ritratti familiari, con una non comune capacità di rappresentare le sfumature più profonde delle psicologie dei personaggi e dei rapporti che li legano. Li accomuna anche una particolare attenzione per l’infanzia. In diversi suoi film Ozu ci ha raccontato il confronto generazionale, nel Giappone del dopoguerra, tra genitori ancora legati ai valori tradizionali e figli ormai proiettati verso la modernità. Di questa modernità Kore-eda ci fa vedere le contraddizioni più nascoste, ad esempio le fortissime differenze di classe, e il sottile velo di conformismo che la pervade.

Un affare di famiglia (Manbiki kazoku), di Kore-eda Hirokazu, Giappone, 2018 – Al cinema dal 13 settembre. Il film è stato premiato con la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes. Visto il 23 agosto all’anteprima dell’Arena Puccini di Bologna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *