Il ’68, questo anno formidabile e indimenticabile

di Silvia Napoli

Di celebrazione in celebrazione, sarà l’euforia enciclopedista del nuovo già stanco millennio, forse per ora il meno lungimirante della Storia, siamo arrivati al turno del ’68, espressione sempre vaga nei termini cronologici, quanto precisamente evocativa in termini di spirito dei tempi. Evocativa di un mood o modo di essere in primis, la famosa attitudine ribelle, diffusa allora su scala planetaria e per ora senza repliche annunciate.

Forse per questo, ci si approccia a tutte le molteplici esposizioni di feticci e memorabilia e testimonianze sull’arco temporale che va dai tardi anni ’60 ai primi Settanta con due prevalenti atteggiamenti: quello del bimbo nella stanza delle meraviglie o quello del pellegrino colpito da timore reverenziale e fideistico per ciò che oggi si configura come sorta di mistero o prodigio.

Difficile stilare un elenco ragionato e selettivo delle tante iniziative più o meno azzeccate, talvolta riflessive, talvolta scanzonate che si sono susseguite e continuano a farlo in questo scorcio di anno, un po’ in tutta Italia. In qualche modo, più o meno generate da padri nobili che siano, più o meno polifoniche che risultino, sono infatti inabilitate ad essere esaustive nella rappresentazione di tanta ricchezza di stimoli e di scambi e contaminazioni globali, non globalizzati, attenzione, che si produssero allora.

Per quanto si cerchi di circoscrivere l’ambito geografico o il settore tematico, l’arco cronologico in questione, il ’68, sorta di spartiacque antropologico di civiltà, sguscia prontamente in ogni dove e in mille rivoli, come se dal vaso di Pandora in frantumi fosse sgorgato argento vivo. Letto a seconda delle lenti inforcate, come il frutto o acerbo o sin troppo maturo, fecondo o avvelenato dell’altrettanto mitico trentennio glorioso, oggi il ’68 sta nel nutrito scaffale di questioni che non vogliamo neppure più trattare come tali: nessuno mi può (o vuol) giudicare suonava del resto una nota hit nazional-popolare d’epoca.

Vi racconterò pertanto il mio personale ’68 archetipico, perché in realtà non propriamente vissuto e invece molto sognato, attraverso l’esperienza della visita ad una mostra che del sogno fa in qualche modo apologia proiettandoci in un relativo passato che non passa e, viceversa, la presentazione di un progetto a venire di tenore completamente differente e di ambito territoriale metropolitano.

La mostra Usa ’68: disordini e sogni, ovvero 54 scatti di fotoreportage provenienti dalla Fondazione Monroe di Santafè, è data in chiusura al 30 di settembre, dopo essere stata inaugurata in giugno dall’ottimo appassionato curatore resident di Mast Urs Staehl. Confidiamo possa essere prolungata, perché ancora una volta Mast, questa piccola grande Atene della cultura fotoindustriale nel cuore della prima periferia produttiva bolognese ponendosi di fatto come laboratorio di virtuose sinergie tra mecenatismo privato(Fam Seragnoli) e Istituzioni Culturali pubbliche (Cineteca, Università), coglie nel segno, in nome di quello che viene definito l’ultimo grande momento di gloria del fotogiornalismo.

Facile comprendere infatti l’euforia che quasi trasuda da immagini icastiche risonanti di musica e voci, giusto prima dell’invasione di tecnologie interattive e manipolatorie, cosi orizzontali nella pratica e fruizione da scardinare i presupposti stessi della professione.
Questo ’68 si presenta a noi seducente e sfacciato, cristallizzato nel momento in cui tutto potrebbe succedere. Nonostante mille altri ’68 di tanti altrove siano stati per durata, effetti, profondità di analisi, più significativi e ognuno possa vantarne in memoria uno patrio, in qualche modo, questi territori ci sono familiari e tutti ne abbiamo calpestato un pezzetto.

È la forza di un immaginario costruito sul possibile perpetuarsi di una giovinezza globale,occidentale inscalfibile anche alla prova delle ricorrenti tragedie. L’innocenza perduta non si recupera, ma lo slancio è tutto li, persino nelle maschere plastificate,vagamente fumettistiche dei politici d’epoca di opposta tendenza.

Il percorso espositivo è coerentemente circolare e, come novella Alice in Wonderland, basta al visitatore scostare la tenda-specchio per ritrovarsi o meglio perdersi, nell’esperienza psichedelica del ciclorama: 360 gradi di movimento ondulatorio e multicolore e restiamo ipnotizzati da un ‘America che spazia dal sogno dei grandi attivisti neri a quelli più inquietanti o lisergici del ristorante di Alice, del giovane Warhol vagamente teppista eppoi di Jimi e Janis, protomartiri della leggenda rock.

La mostra si completa, quasi per contrappasso, con un romantico bianco e nero filmico targato Cineteca:qui siamo nel vintage anni Sessanta della Bologna di un altro Specchio, quello segreto e pacioso di Nanni Loi, la Bologna meno smart di quella odierna, in cui sfila silenziosamente una compagine sociale tutto sommato ordinata e che sembra più ragionare che sognare, ma chissà, forse sogna i folli segreti di pianura, che abitano in realtà questa parte di mondo, rossa per convenzione. In qualche modo le immagini sono dimesse rispetto alle cugine d’oltreoceano, forse congiunturali, ma in qualche maniera eleganti, non bulgare, tutt’altro.

Servono cosi a traghettarci metaforicamente nei lidi di austera bellezza i di una ricca mostra documentaria della quale torneremo a parlare a tempo debito, che prevede due diverse fasi di allestimento, in ottobre e in novembre e due diverse location. Una mostra che ambisce di collegarsi ad un passato di concretezze riconoscibili, forse un poco impolverate e poco note alle generazioni più giovani. La mostra nasce dallo sforzo sinergico di ben 14 archivi bolognesi pubblici e privati,sotto l’egida della Soprintendenza archivistica ER che per l’occasione hanno lavorato di comune accordo alla scelta della griglia, delle macro aree tematiche in cui articolare il percorso, hanno anche giocato all’album di figurine mettendo documenti in condivisione e dunque contraddicendo la vulgata della difficoltà delle tante piccole patrie culturali a mettersi in comunità virtuosa.

Questo non è che l’inizio, ammonisce il titolo,(e speriamo mantenga l’implicita promessa) riprendendo uno slogan di lotta dei tempi, che sono poi un range di anni compresi tra il 66-67 al 1973 circa, l’inizio appunto di una ricerca e di un tentativo di scavo che possono fornire diverse sorprese e abbattere per esempio, la retorica della supremazia significante e imperante dell’immagine, che pure non manca di certo ed anzi, si fregia nell’esposizione di una preziosa sezione di manifesti d’epoca.

Potrebbe essere anche l’inizio di una stagione di ripensamenti semantici e dunque indirettamente teorico-politici a partire da uno dei termini principe della famosa stagione di lotte, cioè quella Rivoluzione cosi invocata, cosi messianicamente attesa, da non essere riconosciuta quando ci passava accanto con vesti magari dimesse e senza fanfare, in quell’affaticarsi minuto di voglia di capire e spendersi che trasuda da tanti verbali e documenti cosi parlanti se si ha voglia di mettere insieme dati e collegamenti.

Già, i famosi links che mancano oggi tra i corpi sociali dispersi, a dispetto del nostro abusare del termine condivisione e cosi furiosamente cercati in quei tempi. E cosa ha reso oggi, le nostre Istituzioni ancorché risultino virtuose e risparmiose, cosi poco attrattive al senso partecipativo comune, cosi poco in sintonia con gli strati più innovativi della società?

Eppure oggi sappiamo che il ’68 fu anche un grandioso processo di modernizzazione e una riorganizzazione della compagine sociale in termini dinamici dopo una prolungata stasi e un prolungato conformismo non più funzionali del resto ad un Capitalismo maturo. La mostra in allestimento intende guidare il visitatore attraverso il pensiero e soprattutto l’azione(che questa in realtà principalmente emerge dagli archivi più o meno istituzionali) di diversi attori sociali a amministratori pubblici in prima linea sotto la pressante istanza del cambiamento, prendendo in considerazione alcune macroaree di riferimento quali studenti medi e universitari, mondo del lavoro e problematiche connesse alla salute, nuove soggettività e nuove pratiche psichiatriche.

Si racconta una Città, di più, un territorio, non ancora metropolitano, ma sotto una amministrazione provinciale veramente carica di vaste e variegate competenze, in cui un oculato e pur generoso riformismo sembra nutrirsi di pratiche partecipative e contro-informative orizzontali e dal basso, collettive e assembleari, decentrate e anche periferiche cosi diffuse e nuove da non lasciar forse in prima battuta il tempo e il modo di una controreazione ben organizzata.

Una società certo in fermento, pronta a mettere in discussione tutto fino all’azzeramento (persino la mamma!) ma non certo liquida, in cui parole come Partito, Sindacato, Potere hanno ancora una fisionomia e un peso specifico ben riconoscibili e in generale le parole non sono abusate e svalutate come accade ora. Si riesce persino a raccontare il processo complesso ed eroico che portò ad una piena attuazione della Riforma Psichiatrica, considerato uno dei meno riconducibili ad una testimonianza documentale compiuta e dei meno accessibili in senso divulgativo, se non esercitando la solita banalizzazione celebrativa della impropriamente detta legge Basaglia.

Diciamo pure che, nonostante la forte carica di contestazione generazionale, anti-autoritaria e anti-patriarcale, nonostante la diffidenza verso il sistema organizzato dei Saperi, dei linguaggi, dei costumi e financo delle forme di lotta e rappresentanza, il ’68 nostrano appare come inscritto suo malgrado, forse, nella famosa epopea della Febbre del fare, prodotto di giovani motivati eredi, di quell’altra Meglio Gioventu che seppe guadagnare alla città di Bologna la medaglia d’oro della Resistenza.

Tuttavia, si sbaglierebbe a pensare questa mostra come un tantino troppo calvinista e poco immaginifica o godibile:anche qui, tutta la tenerezza, la naivetè, il divertimento, la rabbia, l’idealismo e insieme il disincanto, tutti gli ingredienti che ripariamo normalmente sotto la dolce ala della Giovinezza, avranno modo di emergere per chi guarderà e leggerà:tra uno slogan arrogante, una corrucciata denuncia, un fermo in Questura, un dazebao verboso, un comportamento ideologicamente corretto ma anche avventuroso, ritroveremo il nostro album di leader e attivisti da cuccioli, i padri del Movimento, due nomi tra tutti, noti ai più, Bifo e Torrealta, prima della diaspora dei tanti movimentismi.

Di lì a poco, una cesura netta, dolorosa e forse persino inaspettata a tanti e certamente incompresa tra mondi e modi politici partirà proprio da qui: qualcuno dovrà prima o poi scrivere una storia di ciò che sta nel mezzo, tra un rincorrersi di anniversari e l’altro. La Mostra inaugurerà 12 ottobre in Regione in versione ridotta con una giornata convegnistica di presentazione da parte degli Archivi coinvolti e sarà poi corredata di iniziative collaterali di approfondimento presso la sala Anziani del Comune che si snoderanno per tutto il mese di novembre in sinergia con la presenza della mostra in sala d’Ercole: non resta che rimanere sintonizzati, curiosi openminded, come si direbbe negli Usa.

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