Elezioni europee e regionali: il prossimo voto in Emilia Romagna

Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia

di Sergio Caserta

In Italia, si sa, da quando ai partiti si sono sostituite congerie di apparati al servizio di gruppi economici o di vari interessi, la politica prende veramente vita solo in corrispondenza di scadenze elettorali, che per le peculiari caratteristiche del Paese, totale discordanza tra diversi livelli istituzionali, avvengono con frequenza e cadenze ravvicinate. Cosicché non abbiamo ancora digerito le elezioni politiche del 4 marzo che hanno terremotato il quadro politico, che si avvicinano rapidamente quelle europee e le regionali in Emilia Romagna, Piemonte, Sardegna, Abruzzo e Calabria, più un centinaio di comuni per lo più al di sotto dei quindicimila abitanti.

Il governo giallo verde a meno di improvvisi scossoni difficilmente andrà in crisi, la prova del nove è rappresentata dal DEF che se conterrà provvedimenti anche parziali in tema di reddito di cittadinanza, flat tax e pensioni, è destinato a consolidare il Salvimaio, almeno fino alle europee, con buona pace della “ruota della fortuna” auspicata da Renzi. Lo ha detto chiaramente Salvini, rispondendo a Berlusconi: va bene allearsi alle amministrative, ma il governo non si tocca. È chiaramente un gioco delle parti che consente ai due di spalleggiarsi, tranquillizzando i propri elettorati, quello residuale di Berlusconi è ormai rappresentato pressoché unicamente dal mondo Fininvest.

Le elezioni più significative sono senza dubbio in Emilia Romagna, in cui il binomio Lega-M5S, pur marciando apparentemente diviso, può colpire a morte il gigante dai piedi d’argilla che governa l’ultima trincea democratica, completando anche simbolicamente la demolizione del potere PD nel paese. Purtroppo la giunta Bonaccini non ha recuperato molti consensi rispetto il già disastroso risultato delle elezioni precedenti del 2014, in cui ricordiamolo votò solo il 37% degli emiliano-romagnoli, un record negativo il cui significato è stato intenzionalmente e stupidamente occultato.

Nonostante lo sforzo notevole per dimostrare le differenze positive ed i risultati brillanti dell’economia e nel welfare nella regione ex rossa, la campagna continua di autocelebrazione non ha modificato il clima d’incertezza e scontento, di delusione e rabbia che in tanta parte della società alberga anche in questo territorio.

L’andamento senz’altro positivo di un pezzo dell’industria, non ha risolto l’emorragia di posti di lavoro che ha determinato la crisi cominciata nel 2007, la chiusura di migliaia di aziende artigiane ha trasformato tanti piccoli imprenditori in disoccupati o terzisti marginali, il lavoro è aumentato ma soprattutto se non esclusivamente a termine e precario, l’inadeguatezza delle pensioni di fronte all’aumento del costo della vita non hanno trovato compensazione nel welfare ormai anche qui ridotto col contagocce. Solo per citare alcuni dei maggiori problemi, ad esempio oggi per fare un esame medico importante nelle strutture pubbliche si possono aspettare anche molti mesi mentre la privatizzazione di interi comparti procede inarrestabile.

L’errore più grave e ripetuto del partito al governo della regione è nascondersi e nascondere agli occhi dell’opinione pubblica la realtà sociale, pensando in tal modo di fornire una rappresentazione consolatoria e tranquillizzante, mentre ciò alimenta maggiormente antipatia e recriminazioni, che se pur non si manifestano in aperta opposizione politica di massa, anche per mancanza di soggetti in grado di organizzarla, cova nei meandri della società, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, caratterizzata da estraniazione e risentimento, stati d’animo che favoriscono l’astensione e il voto alle destre.

Sarebbe utile uno studio del “paesaggio sociale” in una regione che ha conosciuto trasformazioni economiche, urbanistiche ed antropologiche che hanno profondamente segnato la sua storia recente, basti pensare al processo Aemilia sulle infiltrazioni mafiose e ciò che ha svelato delle contaminazioni avvenute.

Una sinistra che volesse veramente rigenerarsi, anche per ritrovare una maggiore unità, dovrebbe cambiare radicalmente obiettivi, linguaggio e comportamenti: in primo luogo mettersi seriamente in discussione (l’impresa più difficile), aprire alle critiche, magari aiutata da una stampa non così accomodante come ora; mostrare volti diversi, autentici, riavvicinarsi ai problemi, alla gente che ne ha anche troppi, saper ritessere la trama solidale di una società che conserva tanta ricchezza e potenzialità per la sua attitudine all’impegno civico, senza blandirla strumentalmente solo per ricavarne un consenso non più scontato.

Il tempo rimasto è davvero poco e non sembra ci siano ravvedimenti sinceri e operosi, azioni intelligenti e nel senso della discontinuità; in politica si chiama “mossa del cavallo” lo scarto, quello che determina l’aprirsi di una nuova prospettiva, ma per farla e farla bene, occorrono purosangue di razza, non ronzini sfiancati.

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