Questione di stadi o di culture diverse?

di Silvia R. Lolli

Nei primi giorni di agosto come ogni anno abbiamo assistito ai Campionati Europei di atletica maschili e femminili a Berlino; la sede: lo stadio olimpico costruito per le Olimpiadi del 1936. L’Olympiastadion fa parte delle strutture sportive storiche costruite nell’epoca fra le due guerre mondiali dal partito nazista in Germania, per poter ospitare quelle ultime Olimpiadi prima dei tragici anni di guerra; le volle la propaganda nazista, ma furono accettate, anche se dopo un po’ di dubbi politici di vari Stati, da parte del Comitato Olimpico di allora e molti paesi decisero di non far gareggiare atleti ebrei.

Anche in Italia in parecchie città si costruirono impianti sportivi, ma in un periodo più lungo di tempo, perché da noi il fascismo è durato oltre vent’anni. Per esempio l’impianto polisportivo dello Stadio Comunale di Bologna (sia stadio Dozza, i campi da tennis sacrificati per i mondiali del ’90, le piscine Longo – come vediamo a Berlino o a Roma, vicino allo stadio era d’uso costruire anche le piscine per nuoto e tuffi ed altri impianti) è stato costruito in brevissimo tempo alla metà degli anni Venti e con l’aiuto del Comune e dei cittadini; gli altri sono a Roma e a Trieste. Tutti sono considerati oggi monumenti storico-artistici e sono soggetti a vincoli architettonici.

Come si può vedere anche nelle foto dell’Olympiastadion l’idea polisportiva, per l’accoglienza di più sport nello stesso impianto, era allora preminente. Dal film Olympia possiamo vedere le gare di ginnastica artistica svolte in questo impianto: non era necessario averne uno dedicato.

A Bologna l’ingegnere Umberto Costanzini e l’architetto Giulio Ulisse Arata recuperarono gli spazi sotto le tribune per avere palestre di ginnastica e sport che ancora oggi costituiscono, per le associazioni sportive del quartiere Saragozza e non solo, una buona boccata d’ossigeno. Fino agli anni Settanta/Ottanta al mattino hanno dato ospitalità agli studenti dell’Isef di Bologna.

Oggi lo sviluppo dello sport richiede strutture sempre più specializzate, ma non sempre ciò è indispensabile. Spesso si tratta solo di domande di tipo commerciale per un sistema professionistico in crisi non solo d’identità, ma soprattutto finanziaria. I bilanci in rosso e spesso un po’ falsati di tante società di calcio o di basket ci danno ragione. Vediamo che a Berlino per la ristrutturazione è stato importante mantenere la struttura architettonica e funzionale come allora.

L’architettura dello stadio berlinese già in origine e fino al 2004 l’abbiamo vista come doveva essere prima del bombardamento della città alla fine della guerra; riguardando anche le nostre foto ci ha sempre dato l’idea di un’opera veramente imponente, solida, teutonica, espressione reale della potenza che il regime nazista voleva dare. Lo stadio di Bologna, pur se costruito con il primo calcestruzzo armato, ed anche le piscine limitrofe non hanno mai offerto questa idea.

La struttura in pietra rossa, distintiva della città stessa, le colonne delle tribune coperte leggere e probabilmente la velocità di costruzione non sappiamo se abbiano permesso di fare fondamenta troppo solide. Non siamo ingegneri strutturalisti, ma la vicenda della copertura della piscina ex scoperta a fianco dovrebbe far sorgere qualche dubbio sul peso delle ipotizzate coperture di spalti o sui carichi ulteriori per centri commerciali.

La copertura attuale delle tribune a Berlino ci sembra, al cospetto della struttura originaria, leggera, quasi aerea. Certamente il colonnato esterno permette di sostenere bene la copertura; l’estetica poi non ci rimette assolutamente, anzi il complesso appare più morbido ed accogliente di prima. Attorno allo stadio vediamo ampi spazi anche verdi (le piscine poi sono rimaste intatte rispetto all’impianto originario, cioè sono ancora scoperte), come del resto tutta la città di Berlino sta mantenendo, nonostante l’ampia ristrutturazione avvenuta dopo l’abbattimento del muro. Questi spazi permettono l’entrata e l’uscita degli spettatori che lo stadio può contenere (attualmente 75.000 circa a sedere).

Qui da noi oggi le cose sono un po’ diverse, anche se dobbiamo dire che, al di fuori dello Stadio dei Marmi di Roma che ha mantenuto l’originaria struttura, gli altri hanno un po’ cambiato la loro immagine.

Oggi guardiamo lo stadio di Berlino e osserviamo la ristrutturazione avvenuta sull’impianto in modo delicato rispetto all’originaria opera, ma mantenendo la funzione di impianto polisportivo. L’Olympia stadium infatti ha ospitato i campionati europei di atletica, perché la pista e le altre pedane per l’atletica non sono state rimosse. Ospitò pure i campionati di calcio del 2006 senza problemi per la pista di atletica.

Da noi, complice anche l’ennesima delega del pubblico al privato nella gestione di un impianto sportivo storico, abbiamo fatto di tutto per distruggere l’architettura e le funzioni del complesso sportivo. Già con i mondiali degli anni Novanta si diede un bel colpo all’estetica con la costruzione delle scale di uscita di sicurezza esterne e con il bene placito, come per gli errori sulla piscina della Sovrintendenza ai beni storici. Successivamente le vicende della piscina scoperta di 50 mt., per oltre dieci anni chiusa al pubblico ed oggi coperta con problemi di gestione e di manutenzione ordinaria e quindi straordinaria notevoli, ci hanno offerto il degrado delle politiche pubbliche sullo sport.

Prevediamo il canto del cigno soprattutto se andrà in porto la ristrutturazione per uno stadio che diventerà solo per il calcio e sarà dato al privato, perché una convenzione per 99 anni non la possiamo più intendere in termini pubblici. Già con la convenzione fatta con la precedente società, poi fallita, del Bologna FC si è distrutta la pista di atletica e si è distrutto un anello sotto le tribune che costituiva, soprattutto d’inverno, ma anche nelle estati torride di Bologna, un’ottima pista di allenamento per molti sport. Ora poi si vogliono togliere non solo la pista di atletica che fa da contorno al campo di calcio, ma anche le palestre dedicate alla polisportività bolognese.

Una cultura diversa è quella che si profila per un territorio che non era abituato a svendersi, ma a valorizzarsi nel nome di un’idea di comunità e di bene pubblico primariamente da tutelare; fino a pochi anni fa pensarla in questo modo non voleva dire avere un’ideologia di partito, ma portare idee e pratiche (oggi si chiamerebbero best practices.) dei cittadini che hanno sempre contribuito alla bellezza dei luoghi in cui vivevano.

Da qualche anno invece vediamo che anche quando i cittadini si propongono, in modo competente, per dare una mano ad una politica asfittica, se non autistica perché in crisi profonda, non vengono ascoltati se non dopo molta attesa e mal volentieri. Sulle vicende raccontate vediamo il risultato: spese enormi per una piscina comunale che in estate non può svolgere nel modo migliore le sue funzioni e che avrà probabilmente bisogno presto di ulteriori manutenzioni; era un impianto all’aperto che dava respiro e permetteva di vedere sullo sfondo il colle della Guardia, quindi c’era un’estetica di tutto il complesso armoniosa che oggi si è completamente persa, complici anche gli enormi camini visibili su via Andrea Costa.

L’impianto del Dall’Ara è poi a rischio di impoverimento sportivo viste le ipotesi, quasi realtà, scritte sopra; comunque, come il resto di questo grande complesso polisportivo, sarà dato in usufrutto al privato. Firmare queste convenzioni sportive con una società di calcio professionistica, oppure con una società di gestione di ciò che solo in Italia si definisce pubblico-privato per noi è lo stesso: si tratta sempre di delegare la gestione a chi deve operare su un mercato come privato, ma ha la gestione di un impianto, e di una terra su cui è costruito, che sono pubblici. Per noi diventa distorsivo e facile fare i privati nello sport in questo modo, ed è un problema che rileviamo da anni per tutto il sistema sportivo italiano.

Per tornare a Berlino non crediamo che sia la stessa soluzione gestionale scelta per l’Olympiastadion. Come del resto in Inghilterra alcuni impianti rimangono completamente pubblici, dalla loro proprietà alla loro gestione, e stiamo parlando di un paese ritenuto abbastanza liberista. Fra poco, a settembre, il Comune ci darà notizie sul futuro, solo dopo che il Bologna FC avrà presentato la sua proposta di ristrutturazione (come detto già più volte, già lette ed ascoltate.). Non crediamo purtroppo che prenda in esame le proposte scaturite nei mesi scorsi dal comitato rigenerazionenospeculazione, che fra l’altro ha dimostrato le capacità che una reale partecipazione dal basso potrebbe offrire, come nelle migliori tradizioni bolognesi. Basterebbe leggere i risultati del processo partecipativo ParteciPrati, prenderne atto usandoli al meglio.

Non tenerne conto vorrà dire anche confermare una cultura sportiva molto lontana da quella che la visione degli europei di atletica all’Olympiastadion di Berlino ci ha offerto, ma anche di quella della Bologna in cui siamo nate.

One Response to Questione di stadi o di culture diverse?

  1. luciana Castellari ha detto:

    sono pienamente d’accordo,un impianto sportivo pubblico deve rimanere tale,e da ex atleta nazionale di atletica leggera spero che gli impianti sportivi non diventino solo ad uso del calcio ma si pensi anche a tutte le altre attività sportive!

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