Dallo Jonio al Tirreno, una storia ignobile

di Roberta Ferruti

Provincia di Reggio Calabria. La punta dello Stivale che da Villa San Giovanni sale su per i due mari, lo Jonio e il Tirreno. Terra di passaggio e di mescolanze culturali da sempre e da sempre terra di migrazioni. Riace è negli ultimi metri di confine orientale, più vicina a Catanzaro che a Reggio, sullo Jonio. San Ferdinando è invece un paese della piana di Gioia Tauro, sul Tirreno nel margine occidentale…

La statale 682 le collega in un’ora. In mezzo l’Aspromonte che traccia una demarcazione netta tra questi due mondi amministrati dalla stessa Prefettura. Salgo da Gioiosa lasciandomi alle spalle Riace e la sua storia di accoglienza diffusa, tra le case del borgo, bimbi che giocano per le strade, migranti e riacesi a braccetto. Nonostante oltre due anni di blocco dei finanziamenti originati da ben quattro ispezioni della Prefettura, due a favore e due contrarie, Riace resiste. Il suo sindaco, Domenico Lucano, trova ancora il tempo di emozionarsi di fronte alla gioia dei bambini e si fa coraggio, soprattutto per loro.

Ha sacrificato gli ultimi 20 anni di vita per realizzare un sogno di uguaglianza sociale, per dimostrare che la giustizia sociale non solo è un dovere ma soprattutto una necessità per superare le insidie di una società basata esclusivamente sulle regole del mercato. “Gli esseri umani non sono merce” ripete “chi siamo noi per impedire ad un essere umano di vivere libero, fuori dalle guerre e dalla miseria?” E così a Riace negli anni sono arrivati in tanti, uomini, donne e bambini in fuga, e non si è badato se inseriti o meno nei circuiti ufficiali, se avessero o meno completato l’iter burocratico per i richiedenti asilo, se fossero o meno diniegati.

Per Lucano era umanità in cerca di aiuto, punto. Solo nel 2017 ci sono stati oltre 150 migranti a Riace fuori dallo Sprar e dai Cas che hanno trovato un rifugio dignitoso tra le casette del borgo. Anche Beckie Moses, di cui abbiamo già raccontato il dramma (vedi: https://tralerigheweb.wordpress.com/2018/02/18/ciao-becky/), era tra questi. Era possibile soccorrere tutti con i 35 euro che venivano inviati per i migranti in regola. In Calabria ripetono spesso che “dove si mangia in 3 si mangia pure in 4” e così è stato, da sempre. Fino a quando la storia di questo piccolo paese è balzata agli occhi del mondo intero grazie, o a causa, della rivista Fortune, autorevole testata americana che nel marzo 2016 ha inserito Domenico Lucano tra i 50 uomini più influenti del pianeta.

Qualcuno si è accorto che questo paesino nella Locride stava facendo qualcosa di importante, rivoluzionario: stava dimostrando al mondo intero che l’immigrazione non solo è inevitabile ma anche auspicabile perché crea benessere diffuso, posti di lavoro e ripopola i borghi semi abbandonati. Riace nel 1998, anno del primo sbarco dei Curdi, era un paese destinato a morire, senza giovani né speranze. Oggi conta oltre 1600 abitanti. Prima del blocco dei finanziamenti, erano state assunte oltre 80 persone, si erano avviate molte attività commerciali e si erano realizzate numerose opere pubbliche. Al posto delle discariche oggi ci sono parchi giochi, sentieri attrezzati, una fattoria didattica.

Pochi mesi dopo la nomina di Fortune, a giugno 2016, inizia il calvario. Da allora sono iniziate ispezioni, bliz della Guardia di Finanza, contro ispezioni e una serie di ingiurie, sempre anonime, contro l’operato di Lucano. Il nuovo Prefetto, Michele di Bari, inseritosi a fine agosto 2016, sembra essere determinato a rendere la vita difficile a questo paese e di mezzi ne ha, eccome. Fioccano avvisi di garanzia per abuso di ufficio e appropriazione indebita a seguito di estenuanti indagini della Procura di Locri che sappiamo non porteranno a nulla ma intanto il tempo passa. La fiction girata nel 2017 Tutto il mondo è paese e co-prodotta dalla Rai, resta nel cassetto.

Non andrà in onda per ora nonostante sia costata ben 150 mila euro al giorno per oltre un mese di lavorazione. È evidente però che una storia come questa è controtendenza, rispetto al messaggio xenofobo che si vuole mandare. “Fortune non ha portato fortuna a Riace” penso, mentre pian piano mi avvicino al Tirreno, verso Rosarno, e nonostante il gioco di parole non mi viene da ridere. San Ferdinando arriva improvvisamente dopo chilometri tra il nulla e filari di oleandri. Da una parte, la nuova tendopoli allestita dal Ministero dell’Interno con tanto di recinzione e pass, dall’altra una distesa sterminata di vecchie tende e baracche. Senza servizi igienici. “C’erano un tempo” mi dice Ali, 32 enne del Gambia da qualche tempo residente lì, in una delle baracche con tanto di numero civico. Non c’è elettricità e l’acqua, che arriva solo poche ore al giorno, non è potabile. Niente fognature ovviamente, né tanto meno raccolta differenziata.

Senza alberi intorno, San Ferdinando sembra un girone infernale che ti stronca subito, appena scendi dall’auto. L’odore è nauseabondo, la sporcizia ovunque. Qui vi risiedono mediamente 2000 immigrati, alcuni regolari che sperano di fare “il salto di qualità” e passare alla tendopoli nuova dove almeno ci sono i bagni, e molti imboscati, persone senza identità che aspettano la stagione degli agrumi per farsi sfruttare dall’ ‘Ndrangheta. Peppino Lavorato, ex sindaco comunista di Rosarno e figura storica della resistenza anti mafiosa nella piana di Gioia Tauro, racconta di quanti ragazzi di colore senza nome né identità già negli anni ’90 sono scomparsi nel nulla, seppelliti nelle campagne o buttati a mare solo per essersi ribellati allo sfruttamento. Ecco, San Ferdinando è tutto questo.

La decorosa dignità con cui gli ospiti vivono i loro ambienti cozza con quello che in realtà è: una vergognosa banca di carne da macello a disposizione dei caporali ndranghetisti. La polizia vigila che resti tutto così, che nessuno protesti e che tutto si mantenga senza complicazioni. Una distesa di uomini e donne a disposizione, a basso, anzi bassissimo costo e senza rischi. “Anche lo stato e l’amministrazione comunale sono complici di questa infamia: il comune rilascia tranquillamente la residenza purché si comunichi il numero civico della baracca che si sceglie come domicilio” incalza Alì. Alcuni migranti se la sono costruita da soli e anche se non ci sono, ne restano i “proprietari”, altri occupano “residenze” abbandonate, il turn over è continuo e dipende dalle stagioni agricole. In estate molti si spostano verso Foggia a farsi sfruttare dalla Sacra Corona Unita per la raccolta dei pomodori. Le donne fantasmi nascosti a dormire durante il giorno, appaiono solo dopo le diciotto prima di affrontare un’altra notte sui marciapiedi. Se si supera l’impatto iniziale, pian piano la visione prende forma, l’obiettivo oculare si posiziona su immagini nitide e appare il bar, lo spaccio, il suck.

La massa indefinita di baracche si configura in una piccola comunità dove ci si arrangia come si può. C’è persino il meccanico di biciclette all’interno della tendopoli di San Ferdinando. Nonostante il razionamento dell’acqua, le persone sono pulite, i loro ambienti hanno una logica tra la follia di questo posto. La loro composta dignità viene da tradizioni antiche e sanno perciò cavarsela in quell’inferno. Nell’agosto 2017 viene inaugurata la nuova tendopoli, “munita di ogni comfort” “per facilitare il soggiorno dei lavoratori stagionali” dichiareranno con candore le testate locali dopo la conferenza stampa del Prefetto.

In pratica un campo di concentramento per schiavi neri sfruttati dai caporali con i soldi del Ministero dell’Interno, il cui logo appare ovunque. Si disse anche che contestualmente si sarebbe provveduto allo smantellamento della vecchia baraccopoli ma, sarà forse un dettaglio irrilevante, è ancora lì. Le pantere della polizia e della Guardia di Finanza pattugliano la zona. Il Prefetto Di Bari è passato di recente con Salvini e molti hanno notato gli sguardi ammiccanti tra i due, quando Salvini chiedeva ai migranti che mestiere facessero. Tutto normale lì. Non c’è bisogno di fare un’inchiesta, di mandare degli ispettori a verificare le condizioni di questa maledetta baraccopoli dove lo scorso inverno 200 baracche hanno preso fuoco e una donna, Beckie Moses è morta arsa viva.

Destino vuole che Beckie venisse da Riace dove era vissuta per due anni da donna libera, probabilmente gli unici suoi anni da persona normale, colpevole solo di essere voluta sfuggire ad un destino di prostituzione segnato dalla mafia nigeriana. A Riace Beckie era serena e a Riace voleva rimanere. C’è un detto africano che recita più o meno così: l’unica cosa certa è il luogo dove si è nati e la nostra casa è il luogo dove stiamo bene. Beckie lo diceva a tutti che stava a casa, a Riace. Il blocco dei finanziamenti da parte della Prefettura di Reggio ha costretto Lucano, suo malgrado, a chiudere i CAS (centri di accoglienza straordinari) nel dicembre 2017 e Beckie, insieme a numerosi altri, è dovuta partire. La sua destinazione finale è stata San Ferdinando dove, forse per pudore, si faceva chiamare Amina.

Non era più Beckie e non lo sarà stata mai più. Le sue spoglie hanno trovato pace soltanto a maggio, quando il sindaco di Riace si è offerto di pagare il funerale, dato che nessuno voleva prendersi questa costosa incombenza. Per cosa poi? Una prostituta di colore? Sulla sua lapide c’è però il suo nome, quello con cui si faceva chiamare qui: Beckie Moses. Questa morte si poteva evitare se Riace fosse stata in grado di continuare a lavorare, se il prefetto Di Bari avesse posto fine a questo assurdo embargo su Riace. A San Ferdinando la ricordano tutti, Amina. Sulle ceneri della sua baracca ora ne sorge un’altra e molte altre ancora stanno prendendo forma. Non sembra un campo profughi in dismissione, anzi.

Le tende logore con la scritta MINISTERO DEGLI INTERNI sono ovunque, tra le baracche di plastica e lamiera. “Le procedure per avere il permesso di soggiorno richiedono circa 6, 7 mesi” continua Alì “e dopo due anni si ricomincia da capo con la procedura di identificazione. Ogni giovedì bisogna andare a Gioia Tauro per il controllo delle impronte digitali”. Questo per i così detti “regolari”. Gli altri, i senza nome, i diniegati semplicemente non esistono. “Non abbiamo assistenza sanitaria, acqua potabile, servizi igienici.

Ogni cosa se si vuole si deve pagare.” C’è voluta un’altra morte assurda perché si riparlasse di San Ferdinando, perché il Presidente della Camera Fico, imbarazzatissimo, venisse a vedere. Soumayla Sacko, sindacalista USB maliano, è stato ucciso nelle vicinanze mentre raccoglieva lamiere in una fabbrica dismessa. Insieme a lui altri due, feriti di striscio dai pallettoni sparati dal fucile di un bianco, Antonio Pontoriero, arrestato pochi giorni dopo dal pm Ciro Lotoro. Un assassinio sfrontato da Far West. I tre uomini stavano cercando materiale per costruire l’ennesima capanna a San Ferdinando. Il dolore e lo sgomento dei braccianti presenti a San Ferdinando si è trasformato in una rivolta e in moltissimi hanno sfilato sino al Comune a chiedere giustizia e dignità.

L’opinione pubblica ha visto sui canali nazionali la baraccopoli e ha avuto notizia delle numerose manifestazioni che si sono susseguite. “Cambiare tutto perché tutto resti uguale”, parafrasando il principe di Salina, e così dopo i riflettori ora tutto è tornato come prima. A distanza dal mio primo incontro con gli “ospiti” di San Ferdinando posso però dire che oggi i migranti vogliono parlare e raccontare le loro storie. Più di prima conoscono i loro diritti e i nostri doveri e si stanno organizzando. Se qualcosa cambierà a San Ferdinando sarà solo per merito loro. Il prefetto Michele di Bari ha altro a cui pensare… quando Lucano dice che “non esiste legalità senza giustizia” intende proprio questo, e la sua disobbedienza civile dalla parte degli ultimi è un’isola nel mare di qualunquismo in cui viviamo.

Questo articolo è stato pubblicato da Tra le righe – Il blog di Roberta Ferruti il 29 luglio 2018

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