C’era una volta la Festa dell’Unità: erano i tempi della vera politica e della militanza

di Sergio Caserta

La festa dell’Unità, per ogni organizzazione del Pci, rappresentava dopo il congresso, il momento più elevato di iniziativa politica. La festa era il momento in cui il partito si “metteva in mostra” con la sua immagine, la capacità organizzativa, con i suoi programmi e progetti. A qualsiasi livello la festa si svolgesse: nel quartiere, di zona o paese, cittadina o provinciale fino all’appuntamento nazionale, la festa era la vetrina per antonomasia ove il Partito offriva il meglio di sé.

Pertanto si costruiva attraverso impegnative discussioni sui contenuti in primo luogo politici, cioè dei temi da trattare nei dibattiti, di attualità o approfondimento, di rilevo locale, nazionale o internazionale che erano il cuore della festa; in secundis si discuteva del programma culturale, ovvero di quali eventi, mostre, presentazioni di libri o di film, quali concerti e intrattenimenti.

Infine c’erano le scelte gastronomiche i menù, gli stand per l’autofinanziamento e poi quelli più commerciali che nella mia esperienza al SUD, non erano stati mai tanto importanti come nelle feste emiliane, caratterizzate da una forte componente “fieristica”, perché il Partito al nord è stato da sempre collegato con il mondo dell’impresa soprattutto artigiana e commerciale.

La festa era l’appuntamento in cui non solo ci si ritrovava tra militanti e simpatizzanti per vivere un’esperienza comune, era anche l’appuntamento in cui invitare, personalità della cultura, dell’arte, a illustrare e confrontare le loro opinioni o a presentare le loro opere. Ricordo che a nella mia sezione a Napoli, usavamo inserire nel programma rappresentazioni teatrali e mostre di pittura, avevamo l’indubbio vantaggio di annoverare tra i pittori più famosi, il primo cittadino della città, Maurizio Valenzi, il primo sindaco comunista di Napoli che era anche esponente di una corrente di pittori contemporanei importanti che ci davano volentieri le loro opere e quindi le nostre mostre erano dei piccoli ma grandi eventi.

Così come per il teatro invitavamo compagnie di avanguardia, un anno addirittura organizzammo degli spettacoli negli ospedali per allietare i degenti, allora il partito era presente in ogni luogo di lavoro. Poi c’era la raccolta delle sottoscrizioni, al Sud sempre più difficile che si faceva con gli stand del “tappo” o quelli della pesca (a Bologna era caratterizzato dall’animazione più che famosa del povero Maurizio Cevenini), ci si inventava le lotterie più fantasiose per tirare su i soldi necessari a “quadrare il bilancio” che mai doveva finire in perdita, perché la copertura dei costi, senza esporre il bilancio corrente, era un imperativo categorico, politico e morale.

Quante discussioni, quanto lavoro, che bel clima che si respirava tra compagne e compagni, era l’esperienza più feconda e ricca soprattutto dal punto di vista umano oltre che politico per ogni organizzazione: alla festa nazionale di Napoli del 1976, l’anno della grande avanzata, in cui Enrico Berlinguer, parlò ad una folla sterminata di persone, preceduto da un saluto dello straordinario Eduardo de Filippo, mi occupavo del “coccardaggio” cioè di sollecitare la sottoscrizione a visitatrici e visitatori, apponendo una coccarda simbolo della festa; non so quante ne appiccicai in venti giorni, penso migliaia su quei petti, incrociando i volti pieni di fiducia e speranza in un cambiamento che quel grande partito infondeva nei cuori.

Volti di operai e contadini, di studenti e anziani, volti della gente del Sud, ed anche del Nord, che veniva con fatica e con orgoglio di appartenere ad un popolo che aveva il futuro avanti. Da quando il confronto politico, all’interno di quel partito e dei succedanei è progressivamente scaduto, perché dava sempre più fastidio alle alchimie degli apprendisti stregoni che si sono avvicendati nei luoghi di comando, quando alla partecipazione volontaria e attiva, si sono sostituiti rapporti prefabbricati, appalti e subappalti per ogni genere di funzione e servizio, quando la stessa militanza, se si esclude la liturgia, anch’essa ormai obsoleta di servire ai tavoli de ristoranti, è diventata un ingombro inutile se non dannoso per le implicazioni relazionali (se la gente partecipa vuole poi esprimere anche delle opinioni e questo rompe), quando la macchina celebrale umana, è stata sostituita da maghi del marketing e consulenti di ogni specie, il partito si è spento e le feste sono rimaste dei tristi appuntamenti per cuori solitari.

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