Bologna e beni comuni: qualche calcolo potrebbe essere utile – Prima parte

Stadio Dall'Ara

di Silvia R. Lolli

Non vogliamo essere considerate sprezzanti o ignoranti sull’operato di chi ha in mano le decisioni per Bologna in questi anni, però vorremmo proporre qualche calcolo in merito all’imminente progetto che toglierà beni comuni ai cittadini bolognesi in nome di pareggi di bilanci che ci sembrano impossibili in questa cultura solo di “finanzacapitalismo”, per riprendere un termine usato da Gallino.

Intanto giovedì 6 settembre ore 18 a 20 pietre in Via Marzabotto, 2 si terrà l’assemblea mensile del comitato Rigenerazionenospeculazione a cui sono invitati tutti i cittadini che vorranno continuare a partecipare al confronto pubblico con l’amministrazione cittadina che riprende la mattina del 31 agosto con una commissione comunale urbanistica.

La scelta di rigenerare lo stadio di calcio e di dare agli imprenditori privati spazi finora pubblici dovrebbe essere maggiormente meditata in termini di confronto pubblico. Speriamo che prima di arrivare alla seconda metà di settembre le ferie abbiano portato qualche dubbio anche a molti consiglieri della maggioranza comunale. Al di là della questione puramente politica di capire se dobbiamo continuare a svendere beni pubblici importanti, vogliamo qui affrontare questioni economiche di lungo periodo per capire quanto la città (se vogliamo ancora vedere Bologna come città) perderà da un’operazione che consideriamo da tempo fatta solo a favore di un’imprenditoria più di rapina che per il benessere di tutti.

Cerchiamo di riassumere alcuni dati raccolti qui e là ponendo, non aprioristicamente, ma successivamente alle conoscenze, una diversa proposta politica che non vogliamo neppure, in questo momento, dare in pasto a chi può avere altre mire, come alcuni gruppuscoli politici in città. Lo Stadio Dall’Ara. La proposta di PierGiorgio Rocchi ha messo in luce che i costi per un nuovo Stadio potrebbero essere molto minori di quelli scelti per la rigenerazione.

Sul piatto però dobbiamo mettere anche un altro costo o per meglio dire minori ricavi futuri per la comunità, perchè il cambio, alberi ai Prati di Caprara/case ed outlet, garantirà a lungo. Sì, perché il ricavo per Invimit (anche per il Comune?) dato dalla vendita dei 40 ettari dei Prati quanto potrà offrire alle casse bistrattate dello Stato e della municipalità bolognese? Quanto a lungo? Crediamo si tratti soltanto di un ricavo da contabilizzare in poste attive per uno o due anni poi il cash sarà speso e non rimarrà più nulla. È il problema mai voluto risolvere degli oneri di urbanizzazione fatti pagare solo all’atto della costruzione. Poi rimangono le tasse sulla casa, ma oggi non sulla prima. Quindi svaniscono i redditi per il pubblico a tutto vantaggio della proprietà privata; Costituzione italiana ancora una volta cancellata.

Dunque per alcuni anni il ricavo potrà coprire i buchi annuali di bilancio, ma dopo? Dopo cosa rimarrà da contabilizzare nei bilanci pubblici?
In questi conteggi ci aiutiamo con le conoscenze date dagli esperti del Wwf, con letture su internet da riviste scientifiche e con i documenti dell’EU. Poi facciamo alcune proposte, oltre a quella sensate dell’architetto Rocchi. Come ci spiegava all’udienza conoscitiva in commissione urbanistica di luglio Bonafede, esperto del Wwf: “Se non si fa uno studio preliminare, si rischia di distruggere un patrimonio naturalistico che neppure ci si è curati di conoscere”.

Quindi l’obiettivo primario per un progetto come quello che si vuol fare sarebbe conoscere, come del resto durante i lavori del laboratorio Parteciprati hanno fatto tutti i partecipanti con l’aiuto di tanti esperti di vari settori. Vediamo prima di tutto che cosa perdiamo quando decidiamo di abbattere il bosco dei Prati di Caprara che, dopo trent’anni di dismissione militare, è già abbastanza naturalizzato, quindi è diventato non solo paesaggisticamente o ecologicamente, ma anche economicamente importante per gli abitanti di Bologna.

“Piantare e far crescere un albero fino a fargli raggiungere i 20 metri. di altezza costa oltre 800 euro ad albero; su 40 ettari di superficie boscata ai Prati di Caprara sono presenti almeno 4000 alberi (stima MOLTO prudenziale) che superano i 20 metri.”

Nei 2 ettari distrutti in primavera per bonifica (anche se il vero obiettivo come si vede oggi era l’impianto per una strada.) quindi possiamo stimare di aver perso 200 alberi di 20 metri. Il patrimonio perso (ma qualcuno dalla vendita ci ha guadagnato e nonostante le richieste in Comune di Coalizione Civica e del Comitato rigenerazione nospeculazione non è dato ancora sapere chi si è intascato i soldi per la vendita di un legno sminuzzato ad un’azienda della provincia di Ferrara – come ci dissero gli autotrasportatori.) è dunque di € 160.000. la proprietà oggi di chi è? È in atto una convenzione, e se sì in favore di chi per i lavori che si sono fatti finora?

Si dice che si costruirà una scuola in mezzo al verde. Attorno certamente si vorranno ripiantare alberi, sia per il benessere di chi vivrà lì vicino, non tanto i pochi bambini della scuola primaria, ma soprattutto gli abitanti delle case esclusive che tra un po’ si pubblicizzeranno; si ripianteranno alberi e per ottenerli così grandi, oltre ad anni, si può stimare di spendere attorno al milione di euro.

Spezzare il bosco dei Prati che in questi trent’anni si è creato, vuol dire eliminare un’oasi naturalistica che si è ricreata come ci hanno detto diversi esperti e come ci ricorda il Wwf: “in realtà un bosco cresciuto da solo per oltre 40 anni presenta spesso una resilienza ambientale e quindi un valore economico molto maggiore di un insieme di alberi piantati in un Parco pubblico”.

Bosco che circonda a Nord l’ospedale Maggiore uno dei nosocomi più grandi della Regione Emilia-Romagna, pochi anni fa inoltre ingrandito; vicino c’è anche la sede dell’Avis. Soprattutto in termini di salute pubblica, si dovrebbero studiare o ipotizzare studi epidemiologici su questa realtà, ricordando poi che vicinissimo c’è un aeroporto che oggi attira milioni di passeggeri e molte più linee aere di trent’anni fa, quindi inquina molto di più di prima; fra l’altro ci risulta potenziato anche il traffico aereo militare della zona, perché a fianco dell’aeroporto civile Marconi c’è ancora l’aeroporto militare ed il 2° reggimento di sostegno Aves Orione.

Mentre in questa zona si avrebbe bisogno di ripulire l’aria dalle polveri sottili e dai particolati vari causati da inquinamenti automobilistici e aerei, si progettano solo, in nome di finanziarizzazioni e speculazioni spinte, aumenti di mobilità privata, auto (solo la costruzione dell’outlet nella zona ovest dei Prati prevede un aumento di circa 5.000.000 di auto l’anno) e certamente non una diminuzione del traffico aereo. E siamo anche vicini alle autostrade e alla tangenziale, quindi in una situazione di congestione massima in ore di punta.

La tangenziale fu considerata avveniristica quando progettata e costruita, ma certamente oggi non è all’altezza per sostenere una mobilità privata ed individuale ai livelli americani e non consona all’urbanizzazione bolognese degli ultimi anni, che ha fatto del non controllo e del silenzio assenso in mano ai privati la sua pratica, best o bad? Giudicate voi.

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