La presidente di Msf Italia: “Eravamo angeli, ora ci insultano e ci chiamano vicescafisti”

di Francesco Anfossi

“Purtroppo l’avverto questa cosa. C’è molta più ostilità nei nostri confronti rispetto al passato. Eravamo gli angeli del Terzo Mondo, ora siamo i vicescafisti. Anche se in fondo definirci angeli era un po’ troppo anche per noi: siamo persone normali, con una professione e un’esperienza alle spalle, che hanno deciso di intraprendere questa vita: salvare e assistere la gente in difficoltà laddove ce n’è bisogno, come appunto nel Mediterraneo”. Claudia Lodesani, 46 anni, modenese, medico infettivologo, è la presidente di Medici senza frontiere, la sezione italiana dell’organizzazione non governativa Medecins sans frontiéres, nata in Francia nel 1971 e presente in 72 Stati.

Ogni anno partono alla volta di Paesi devastati dalla guerra, dalle carestie e dalle epidemie 3 mila operatori tra medici, infermieri e altro personale, solo dall’Italia 400. Sono 42 mila gli operatori Msf includendo lo staff assunto localmente. Dal 2015 Msf opera anche nel Mediterraneo centrale, in particolare con navi proprie o in collaborazione con altre organizzazio0ni, dopo lo smantellamento della missione della Marina Italiana Mare Nostrum”.

La vicenda della nave Aquarius, la vostra nave di salvataggio in collaborazione con Sos mediterranée con 630 naufraghi a bordo, cui il ministro degli Interni italiano Salvini aveva impedito l’approdo nei nostri porti, infine accolta dalla Spagna, si è conclusa felicemente. Cosa ricorda di quei giorni?

“Mi ricordo la forza d’animo del team di salvataggio e delle persone salvate. Sono andata a Valencia e ho aspettato sul molo quei migranti. Lo sbarco è stato lungo e complicato. E’ stato organizzato bene dalle autorità spagnole, che avevano questa pressione enorme dei media: c’erano più di 600 giornalisti e troupes televisive sul molo. Una volta sbarcati i migranti hanno iniziato a cantare. Per tutti è stato un sospiro di sollievo. Sono stati giorni drammatici. Il secondo giorno di “stand by” delle navi di recupero in cui erano stati smistati i 630 naufraghi (tra cui anche molti minori, bambini e donne incinte) almeno due loro hanno minacciato di tuffarsi in mare per paura di tornare in Libia”.

In Ungheria il premier Orban ha fatto approvare nella Costituzione un emendamento che criminalizza l’azione delle Ong e blinda di fatto i confini ungheresi.

“Proprio così. Negli ultimi te anni le polemiche nei confronti delle organizzazioni che salvavano vite in mare o aiutano i migranti sulla terraferma ha accelerato i sentimenti ostili che ora si stanno tramutando in politiche restrittive. Il problema è che la gente parla attraverso gli slogan e non va a vedere cosa c’è sotto. Ci sono delle accuse che sembrano degli slogan: come la recriminazione che prendiamo soldi da Soros o da chissà chi. Eppure le donazioni sono tutte on line. I nostri budget sono sul nostro sito: la gente può tranquillamente andarseli a vedere”.

La campagna contro le Ong ha portato a una diminuzione delle donazioni?

“L’anno scorso dopo le polemiche sulle navi umanitarie come taxi del mare le donazioni sono calate. Ma per noi il problema non è solo questo. Il nostro è un problema di cultura: far passare un messaggio di solidarietà e di umanità che sta cambiando in peggio. A volte incontro gente che mi dice: lasciateli annegare, così non vengono più. Ma come si fa a dire lasciateli annegare? E’ la cosa che mi fa più male perché è indice del fatto che abbiamo perso il senso di umanità. Ma c’è anche tanta gente che mi incoraggia. La cosa bella della vicenda della nave Aquarius è che in tanti ci hanno espresso solidarietà. La settimana scorsa sono state organizzate più di 40 manifestazioni spontanee della società civile in difesa delle Ong. Il moto di solidarietà è ancora più esplicitato dopo quest’ultima vicenda. Sono le cose che ti danno coraggio: e non solo a noi, a tutto il mondo dell’accoglienza e della solidarietà. Bisogna andare a vanti e cercare di far capire alla gente che il diritto umanitario deve stare sopra le dispute politiche. Prima viene la vita, poi tutto il resto”.

Msf Italia è la più esposta alle critiche e alla campagna di denigrazione tra le organizzazioni nazionali di Medecins sans frontiéres?

“Direi di sì: siamo i più esposti in questo momento. Anche se comincia a diffondersi un moto negativo anche in Spagna e in Francia e forse anche in Germania. Eppure non dovremmo essere noi l’obiettivo delle polemiche dell’Italia rispetto all’indifferenza dell’Unione europea sulla gestione dei migranti. Noi di Msf abbiamo rinunciato da anni ai finanziamenti europei perché non condividiamo le politiche migratorie di Bruxelles. Perché tutto quello che è accoglienza in Europa non funziona. Ti ritrovi con la Grecia dei grandi campi profughi e con l’Italia lasciata sola a gestire i profughi e i richiedenti asilo. L’Unione ha politiche di chiusura o poco lungimiranti: nessuno parla di integrazione, le iniziative in questo campo sono pochissime”.

Come si risolve il problema delle migrazioni secondo lei?

“Attualmente non ci sono vie legali per cercare protezione in Europa. Dovrebbero essere aperti dei corridoi legali. In questo modo diminuirebbe il flusso attraverso la Libia e si toglierebbero soldi ai trafficanti. E poi dovrebbe essere applicata una politica di solidarietà di tutti i Paesi della Ue per l’accoglienza, con una gestione comunitaria delle quote di profughi”.

Il ministro degli Interni Salvini fa bene a fare la voce grossa e bloccare i porti per sollecitare Bruxelles sulla gestione dei profughi?

“Il ministro degli Interni per portare avanti le sue politiche non può passare sulle vite delle persone. Salvini ha usato 630 vite umane per mettere a punto un progetto politico e questo crea una discussione faziosa che non è reale”.

Come si ferma il flusso che pare inarrestabile dei migranti?

“Non certo con politiche restrittive. Bisogna vere una visione più ampia. L’Africa non è un Paese. Le realtà sono diverse, variegate, Stato per Stato. Capisco che ci sia una realtà complessa: i profughi vengono da Paesi in guerra, da carestie, da povertà. Il problema è farli arrivare in maniera diversa e fare una politica di accoglienza e di integrazione condivisa e che funzioni”.

Lei è medico infettivologo. E’ vero che i profughi portano le malattie?

“No, non è vero. Abbiamo lavorato a Pozzallo nel 2015 e nel 2016 assistendo medicalmente i migranti e le posso dare questo dato: solo l’uno per cento va in ospedale e di questo uno per cento più del 50 per cento è composto da persone che hanno avuto traumi legati al viaggio e patologie legate alla gravidanza. Il resto è composto da malattie croniche (diabete, dialisi etc.). Le malattie infettive sono rarissime. Si tratta di percentuali molto piccole, curate e tenute sotto controllo dagli screening”.

Vi hanno accusato di fare il gioco dei trafficanti di uomini, di fare i “vice scafisti”.

“Noi siamo sempre coordinati dalla Guardia Costiera italiana. Quindi se danno dei vice scafisti a noi dovrebbero darlo anche a loro. E assurdo e ingiusto, perché la Guardia Costiera fa un lavoro incredibile. Con loro abbiamo sempre collaborato benissimo. Quanto a noi, siamo andati in mare perché la missione Mare Nostrum era cessata: per la cessata attività delle navi ci sono stati 1200 morti in poche settimane. Noi siamo andati nel mediterraneo come un’ambulanza. E sono cifre di una guerra. Visto che le navi di soccorso non erano più sufficienti siamo andati in acqua per aiutarla nei soccorsi. Abbiamo recuperato 75 mila naufraghi da allora. Siamo pronti a tornare a terra se l’Europa si farà carico di un sistema di ricerca e soccorso efficace. Ma finche c’è bisogno staremo lì, in mezzo al mare, a salvare gente”.

Questo articolo è stato pubblicato da Famiglia Cristiana il 21 giugno 2018

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