Il tribalismo di Stato sta tornando. E bisogna fare attenzione

di Loretta Napoleoni

In 1984, il capolavoro distopico di George Orwell, il sistema si impadronisce del linguaggio e spoglia la lingua delle espressioni più poetiche trasformandola in un codice sempre più povero di vocaboli, una sequenza di slogan. Prima vittima di questo processo è la memoria storica, che viene costantemente riscritta. Con questo strumento il “regime” descrive guerre immaginarie contro nemici altrettanto fittizi e vittorie spettacolari, tutte mai avvenute. Lo status di guerra permanente è il collante che tiene in piedi una società profondamente debole, priva di consenso. Il nemico è dovunque e chiunque.

In politica il linguaggio è fondamentale, è il ponte attraverso il quale fluisce la volontà popolare. Almeno questo è ciò che succede in democrazia. Nei “regimi” succede il contrario, il linguaggio scorre al contrario, è il sistema che decide cosa dire e come dirlo e il popolo assorbe, come una spugna, tutte le fandonie che gli vengono servite. Chi esporta troppo acciaio negli Stati Uniti mette a repentaglio la sicurezza nazionale; i migranti succhiano risorse che altrimenti verrebbero spese per gli italiani; il governo ungherese temendo un’epidemia di omosessualità proibisce la rappresentazione di Billy Elliot.

L’avanzata della destra mondiale sulle due sponde dell’Atlantico sta facendo man bassa del linguaggio democratico sostituendolo con slogan de facto razzisti e anacronistici. In Economia Canaglia ho descritto questo fenomeno in relazione alla fascistizzazione della società. “La fascistizzazione della società andava di pari passo con lo spoglio dell’essenza della nazione; entrambi questi obiettivi sono stati raggiunti attraverso una conversione forzata di massa. La fascistizzazione della società era messianica e celebrativa. Il tribalismo di Stato fu costruito sulla rinascita dell’Italia come potenza imperiale; i suoi geni erano romani, la sua anima fascista. Quindi l’illusorio obiettivo finale proiettato dall’economia fascista era di far risorgere la grandezza degli italiani, di rivitalizzare l’italianità”.

I paralleli con nazioni come l’Ungheria, la Polonia, l’Austria, l’America di Trump e, ahimè, anche l’Italia sono lampanti. Naturalmente la grandezza degli italiani e dell’italianità descritta dal fascismo negli anni Venti non esisteva, come non esiste il primato degli ungheresi, dei polacchi, degli italiani e persino degli Stati Uniti nel villaggio globale.

“Era un miraggio magistralmente commercializzato perché l’Italia non aveva capacità né forza per riconquistare la sua grandezza. La sua economia era una forma di ‘capitalismo senza capitale‘ dove, grazie a una relazione particolarmente incestuosa, le banche e le industrie condividevano lo stesso capitale scarso. Conosciuto come banca mista, questo sistema consentiva alle banche di partecipare alla gestione delle aziende mentre le aziende, controllando ampie quote di banche, utilizzavano i risparmi delle banche per finanziarsi”.

Oggi assistiamo a tentativi di riforme economiche incestuose analoghe, la flat tax e il reddito di cittadinanza, proposte che possono essere messe in atto soltanto aumentando il debito pubblico, cioè emettendo titoli di stato. In altre parole prendendo in prestito dai cittadini i soldi che il governo promette di distribuir loro. Certo sulla carta questo debito dovrebbe generare sufficiente ricchezza per poter essere ripagato, ma l’Italia ha già un debito ben maggiore del Pil annuale che da trent’anni non riesce a ridurre perché non ce la fa neppure a pagare gli interessi senza indebitarsi ulteriormente.

Negli anni Trenta il modello economico fascista venne esportato nel mondo quale strumento principe per combattere la grande depressione. “Il tribalismo di Stato sostituì il liberalismo economico in modo che lo stato potesse avere mano libera nell’economia. Dal Giappone all’Ungheria, dall’Argentina alla Spagna, dalla Germania al Brasile, i dittatori fascisti salirono al potere sotto la bandiera del tribalismo di Stato. Nessuno è sfuggito alla sua degenerazione politica. Abbandonati i valori della globalizzazione della seconda metà del XIX secolo, i governi autoritari attribuirono ai valori democratici la causa della crisi economica facendoli a pezzi uno per uno”. Al G7 Trump ridicolizza i trattati commerciali interazionali; Salvini chiude i porti alle navi delle Ong straniere e vuole fare un censimento dei Rom.

A livello internazionale il cavallo di battaglia della nuova destra fu il protezionismo, strumento che solo lo stato poteva gestire. “L’intervento statale, dunque, era essenziale per aiutare le economie a risorgere dalle profondità della depressione”. Uno Stato forte, un “regime” che era saldamente al timone dell’economia e che insegnava al popolo cosa pensare, cosa dire e cosa fare. Make America Great Again!

“Fu la polverizzazione dell’individuo, il suo scioglimento nella burocrazia di stati corrotti e parziali, che aprì la strada alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. La natura canaglia del tribalismo economico del XX secolo, quindi, fu il risultato della manipolazione politica delle élite fasciste e dei loro dittatori. Costoro crearono una rete di illusioni che hanno intrappolato la gente in una realtà surreale”. La storia si ripete ma per fortuna non siamo ancora arrivati al riciclaggio della memoria.

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 24 giugno 2018

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