Matteo Salvini agli Interni, con lui il Viminale diventerà una macchina di propaganda

di Enrico Fierro

Quindi sarà Matteo Salvini il nuovo ministro dell’Interno. Per anticipare cosa sarà il Viminale sotto la sua guida può esserci utile un post che ha pubblicato sui social. Video di un immigrato (presunto) che maneggia un piccione romano di quelli malmessi e malati. Allarme: lo sta spennando per mangiarlo. Fine della storia, poche parole del futuro Bava-Beccaris: “A casa”. Ottimo messaggio. Chiaro. Con Salvini il Viminale diventerà una macchina di propaganda, l’unica (e migliore) cosa che il Matteo nazionale, il nuovo statista, il Napoleone della politica italiana (ricavo dai giudizi che si sentono in giro) sa fare.

Salvini ha bisogno di operazioni di polizia, di sgomberi, di espulsioni, di disagio sociale espulso con la forza dalle città, da trasmettere ogni sera in tv. Sa che la parola d’ordine “tutti a casa”, l’obiettivo di espellere almeno mezzo milione di “clandestini” è campato in aria (cercatevi su internet un bell’articolo di Gatti pubblicato sul sito de L’Espresso), ma questo non conta. Conta la tv, i talk, quegli strumenti che lo hanno fatto diventare il Salvini di oggi, contano le immagini trasmesse ogni sera ad ora di cena.

Ma c’è un dato, il più importante di tutti. Salvini sa che per un periodo lungo il suo pugno di ferro ostentato a reti e social unificati produrrà consensi. L’opposizione politica è debole, divisa, non ha argomenti. Il Pd continua a sbagliare tutte le mosse, manda in tv personaggi improponibili, i volti della sconfitta, le facce di quella sinistra (?) che è riuscita a farsi odiare dalla gente. L’opposizione sociale è fragile, rare sono le tracce di una sua azione.

Per gestire il Viminale Salvini punterà sulla parte più retriva della burocrazia ministeriale, stringerà accordi con il sindacalismo corporativo e di destra della polizia, alle forze dell’ordine prometterà una sostanziale impunità. Su tutto. Il rischio di una deriva autoritaria nelle nuove politiche d’ordine pubblico c’è tutto.

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 1° giugno 2018

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