A bordo della nave Aquarius che salva i migranti

di Annalisa Camilli

Tutto è cominciato con una fotografia: un barcone in difficoltà carico di persone, avvicinato da un’altra imbarcazione. È stato guardando quella foto scattata durante un’operazione di salvataggio nel Mediterraneo centrale che Alessandro Porro, 37 anni, originario di Asti, ha deciso d’imbarcarsi sulla nave Aquarius gestita dall’ong Sos Méditerranée con l’aiuto di Medici senza frontiere (Msf).

“La scorsa estate lavoravo con la Croce rossa sulle spiagge, in Toscana. Un giorno tornando a casa, ho trovato una copia di Internazionale e nelle prime pagine del giornale la foto di un salvataggio”, racconta Porro, che ha alle spalle quasi vent’anni di esperienza come soccorritore specializzato nelle emergenze mediche a bordo delle ambulanze. “Avevo appena compiuto 18 anni quando ho cominciato a fare il volontario alla Croce rossa”, racconta.

La foto ha colpito l’attenzione di Porro, perché mostrava il contrasto “anche tecnologico tra una barca molto precaria, che quasi non riusciva a galleggiare, e una molto attrezzata, pronta a intervenire”. Quell’immagine l’ha spinto a mandare il suo curriculum a tutte le organizzazioni non governative che pattugliano il Mediterraneo centrale.

Si è imbarcato da due settimane sull’Aquarius e spiega che la parte più difficile dei soccorsi in mare non è mettere in sicurezza le imbarcazioni e le persone, ma quello che succede dopo, quando i naufraghi sono stati portati a bordo. “Questa nave, che è così confortevole quando è vuota, con decine, centinaia di persone sul ponte diventa come una piazza, non ci si riesce neanche a muovere”.

La prima notte dopo i soccorsi si sente un silenzio surreale, racconta Porro. Poi nei giorni successivi le persone cominciano a riprendere le forze: c’è chi canta, chi prega. Quando all’orizzonte appare la terraferma esplode la gioia: “Pensano solo al fatto di essere sopravvissuti e non si pongono il problema di cosa li aspetta all’arrivo”.

Pronti a salpare

Alle 13 del 15 luglio 2017 l’Aquarius è pronta a partire, i marinai allentano gli ormeggi dalla banchina di Brindisi dove sono arrivati due giorni prima con 860 persone a bordo, tra cui una donna del Camerun, Costance, che ha partorito il figlio Christ su un gommone al largo della Libia e allo sbarco è stata affidata alle suore di un convento nella provincia del capoluogo pugliese.

Mentre Alessandro Porro racconta perché ha scelto d’imbarcarsi, la nave, lunga 77 metri, lentamente si allontana dal molo, scortata da una motovedetta della capitaneria di porto che deve assicurarsi che non s’incagli in qualche secca. L’equipaggio è composto da tre squadre: i marinai, l’équipe di Medici senza frontiere e i 13 soccorritori di Sos Méditerranée, specializzati nel salvataggio delle persone in mare. In tutto 32 persone.

L’Aquarius, che batte bandiera di Gibilterra, ci metterà 36 ore per raggiungere le acque internazionali – venti o trenta miglia nautiche a nord delle coste libiche – dove avviene la maggior parte dei soccorsi. “Le operazioni si concentrano nella zona occidentale delle acque internazionali, di fronte alla Libia”, spiega Marcella Kraay, coordinatrice di Msf.

Le ultime operazioni di salvataggio sono state molto intense: “Siamo stati circondati anche da 14 imbarcazioni”. Kraay è olandese, ma è cresciuta in Canada e si considera un’immigrata, perché è figlia di una coppia olandese che ha cercato fortuna in America. Racconta che i soccorsi in mare sono come una maratona: c’è bisogno di lunghi preparativi ed esercitazioni, che di solito si svolgono durante il tragitto per raggiungere l’area di search and rescue (ricerca e salvataggio). Una volta arrivati nell’area, cominciano i turni di avvistamento a partire dalle prime luci dell’alba.

Quando la centrale operativa della guardia costiera di Roma si mette in contatto con l’Aquarius per segnalare la presenza di un’imbarcazione in difficoltà oppure quando le vedette ne avvistano una, tutto l’equipaggio si raduna sul ponte in pochi minuti . A questo punto comincia la parte più frenetica delle operazioni: le scialuppe di salvataggio vengono messe in mare e i soccorritori si avvicinano alla barca che ha chiesto aiuto, in modo da trasferire i migranti sull’Aquarius. I turni possono durare 12 o anche 14 ore. Ma la parte più difficile è tornare indietro con centinaia di persone a bordo: “Sono tutti stanchi, affamati, disidratati”.

Da gennaio a maggio del 2017, l’Aquarius ha soccorso in mare 7.836 persone, tra cui 1.466 minori non accompagnati e 949 donne. “Quello che sta succedendo nel Mediterraneo centrale negli ultimi anni è un fenomeno nuovo e unico”, afferma Marcella Kraay. Se si pensa che la guardia costiera considera un’emergenza quando due o tre persone sono in mare e rischiano di annegare, è facile comprendere come una situazione in cui si deve prestare soccorso a trecento persone contemporaneamente sia del tutto eccezionale. “Basta un errore per provocare la morte di qualcuno, ma in questi anni la guardia costiera italiana e tutte le organizzazioni coinvolte nel soccorso hanno sviluppato delle tecniche innovative per questo tipo di situazioni”, continua Kraay.

La guardia costiera libica è un pericolo

Mentre l’Aquarius scivola sul mare a una velocità di dieci nodi, Andreas, un marinaio greco spiega agli ultimi arrivati sulla nave cosa fare in caso d’emergenza. Al segnale di un suono sordo e discontinuo, bisogna abbandonare qualunque attività e correre nel bunker, una stanza attrezzata che si chiude dall’interno con dei rinforzi, il luogo più sicuro della nave. È una procedura che bisogna seguire molto raramente, ma tutti devono sapere come fare. L’ultima volta che è stata usata da una nave umanitaria gestita da Medici senza frontiere è stato sulla Bourbon Argos.

All’epoca, nell’agosto del 2016, la guardia costiera libica aveva sparato contro la nave e i guardacoste libici erano saliti a bordo. Da allora le navi di Medici senza frontiere stanno sempre in guardia quando si avvicinano le navi libiche. In un altro episodio è stato coinvolto anche l’equipaggio dell’Aquarius, che nel maggio del 2017 ha assistito all’abbordaggio di un gommone carico di migranti da parte della guardia costiera libica. “I libici sono saliti sul gommone e hanno spaventato le persone a bordo chiedendogli di consegnare soldi e qualsiasi cosa di valore, poi hanno cominciato a sparare in aria e si sono messi alla guida del gommone”, racconta Marcella Kraay. “Le persone a bordo si sono sentite minacciate, si sono fatte prendere dal panico e molte sono finite in acqua perché hanno visto l’Aquarius all’orizzonte e hanno preferito buttarsi in mare”.

Kraay racconta che dopo la firma del memorandum d’intesa tra l’Italia e la Libia nel febbraio del 2017, c’è una maggiore presenza di navi libiche nelle acque internazionali: pescatori, guardacoste, milizie. “È molto difficile a volte individuare le navi della guardia costiera libica, perché ci sono molte fazioni e non fanno capo a un unico corpo militare. Ci sono delle unità che collaborano con le navi umanitarie e altre che interferiscono in maniera pericolosa con i soccorsi”, conclude Kraay.

Questo articolo è stato pubblicato da Internazionale il 17 luglio 2017

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