Tim: storia mediocre e prevalentemente finanziaria, ben lontana da coordinate strategiche

di Vincenzo Vita

Arrivano gli americani. Il fondo “speculativo” Elliott ha vinto la partita nell’assemblea di Tim per il controllo della maggioranza azionaria. Sconfitti i francesi di Vivendi, anche a causa dei problemi giudiziari di Bolloré. E questo non ha certamente contribuito all’immagine del finanziere bretone. Tuttavia, da soli gli americani, che sono quelli – per capirci – che diedero una mano a fine anni novanta ai “capitani coraggiosi” di Colaninno per accaparrarsi l’ex monopolio telefonico e recentemente ai cinesi che hanno rilevato la squadra del Milan, non ce l’avrebbero mai fatta.

Insomma, in tale vicenda non ci sono buoni e cattivi: come in un film di Tarantino sono tutti cattivissimi. È bene sottolineare tali evidenti novità, in quanto da qualche parte si è voluto caricare la vicenda di significati impropri, quasi fosse una rivincita dello stato sul mercato. Nient’affatto. Dopo anni di spoliazione dell’azienda e di avventurismi di un capitalismo debole, pronto a offrire un gioiello di famiglia agli spagnoli, ai francesi e ora alle scorribande d’oltreoceano, siamo arrivati ad un punto limite.

Così, il denaro pubblico, attraverso la Cassa depositi e prestiti, è intervenuto duramente (800 milioni di euro per racimolare il 4,8%) per spostare gli equilibri. Curiosa storia. Perché il governo non ha utilizzato lo strumento del golden power per piantare una bandiera autorevole e ha delegato all’ente che raccoglie il deposito dei risparmiatori postali di supportare uno dei contendenti? I francesi, al netto di ogni giudizio, sono in lotta con Mediaset e – si sa – il patto del Nazareno è una metafora permanente.

Tra l’altro, non è credibile, a proposito di conflitti di interesse, che Cdp stia in Tim con un peso determinante e nella società concorrente costituita con Enel, Open Fiber. In verità, la concorrenza nel liberismo all’italiana è una formalità piuttosto che una tutela dei diritti dei consumatori. Infatti, il sottotesto dell’intera vicenda è lo scorporo della rete, in cui confluirebbero le strutture dei due operatori, e forse non solo. Anche qui, chiarezza.

L’ipotesi della rete pubblica fu la proposta – sconfitta – della linea alternativa alla privatizzazione dura e pura che travolse dubbi e resistenze nel lontano 1996. Ma allora rientrava in un progetto di “stato sociale” nelle e delle comunicazioni. Adesso pare un po’ un residuo -vent’anni dopo – ovvero una modalità per costringere la cosa pubblica a ripianare crisi e buchi di bilancio. Con l’incognita dei livelli occupazionali, sui quali nessuno dei contendenti si pronuncia, neppure rispondendo alle istanze dei sindacati e dei piccoli azionisti. Per di più, l’intero parterre dei belligeranti si è dichiarato d’accordo sui piani designati dall’amministratore delegato Genish. Quindi, non c’è un’effettiva divergenza? È solo gestione del potere?

Si tratta di una storia mediocre e prevalentemente finanziaria, ben lontana dalle coordinate strategiche di cui l’era digitale avrebbe bisogno. E molto c’è da comprendere. Non sarà un caso se la richiesta, reiterata, di Stefano Fassina di convocare in audizione nella speciale commissione parlamentare il ministro Calenda e i vertici di Cdp sia finora rimasta lettera morta. Già, Calenda sembra proprio contento e soddisfatto. Ha rilanciato l’idea di una public company. Però, caro ministro, ci deve spiegare come e dove.

Questo articolo è stato pubblicato da JobNews.it riprendendolo dal quotidiano Il manifesto del 5 maggio 2018

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