Quella svista a favore dei signori degli algoritmi

di Vincenzo Vita

Fumata bianconera (nessun riferimento calcistico) dopo l’incontro tra il Garante dei dati personali Antonello Soro e una delegazione ufficiale di Facebook guidata dalla responsabile europea per la privacy Yvonne Cunnane. Fumata bianca, perché la società di Zuckerberg ha dovuto cedere su taluni punti importanti: chiarimenti sulle società cui sono stati affidati o venduti i dati degli utenti, qualche trasparenza promessa sulle tecnologie utilizzate in particolare riguardo al riconoscimento facciale, adeguamento spergiurato al dettato del Regolamento europeo che sarà pienamente operativo dal 25 maggio.

Fumata ancora nera sul futuro, i cui contorni sono opachi, vista l’enorme ampiezza del potere accumulato dal principe degli algoritmi: misure e confini tuttora ignoti, con parti dark sfuggenti ad ogni controllo. È iniziato, però, un percorso di civilizzazione giuridica, in cui l’ufficio del garante italiano sta svolgendo un ruolo significativo.

Gli Over The Top non possono rimanere una terra di nessuno, in cui una vicenda come quella di Cambridge Analytica non è una mera patologia. Il mercimonio delle e sulle identità digitali è uno dei maggiori affari del secolo e gli impegni presi sono solo un primo passaggio, cui dovrà seguire una visione finalmente adeguata all’era che stiamo vivendo. C’è un’impressionante arretratezza nel dibattito pubblico.

Si è mai sentito, in giorni di consultazione e di esibizione dei programmi di governo, un cenno al Regolamento n. 679 dell’Unione europea che richiederà un numero altissimo di adempimenti con sanzioni fino a 20 milioni di euro e al 4% del fatturato globale annuo? Eppure, è stato stimato che serviranno 45.000 professionisti esperti per assistere amministrazioni e soggetti privati.

Peggio. Il decreto legislativo del governo del marzo scorso, teso ad introdurre nell’ordinamento il Regolamento, ha curiosamente depenalizzato il trattamento illecito dei dati, magari per l’abrogazione in eccesso delle norme precedenti, a partire dal decreto del 2003 a sua volta applicativo della vecchia buona legge del 1996 che ci ricorda le intuizioni e l’impegno di Stefano Rodotà.

Se è una svista si corregga, se fosse una scelta sarebbe gravissima. Non per caso, il Garante europeo Giovanni Buttarelli ha manifestato contrarietà. Certamente Soro farà sentire la sua voce, vista la costanza delle prese di posizione in merito e il chiaro riferimento dopo l’incontro con Facebook al pieno rispetto della legge.

Insomma, dopo le audizioni – pur evasive – di Zuckerberg di fronte al congresso degli Stati Uniti, nelle quali l’adesione alle linee europee è stato costante, e dopo la prossima rottura di continuità che scatterà il 25 maggio, cambia la scena del Risiko. Facebook sta perdendo in apparenza la battaglia. Ma non è ancora Waterloo.

Intanto perché sono diverse e numerose le compagnie in stato di illegalità, App comprese: a partire proprio da WhatsApp. E Google, Amazon, Twitter? Inoltre, i livelli politici e statuali hanno il compito di pretendere la trasparenza degli algoritmi, con annessa contrattazione. Giustamente ne parla il documento congressuale della Cgil. Speriamo che seguano le forze politiche.

Infine. Si avverte con angoscia l’assenza di un democratico governo globale, che spetterebbe alle Nazioni Unite, cui fa capo l’Internet Governance Forum nato nel 2006. È proprio il momento di convocare la sessione annuale dell’Igf, discutendo un’agenda impegnativa e concreta, che ne rifondi il carattere troppo generico che finora l’ha contrassegnato.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 25 aprile 2018

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