Parla Fatima, rifiutata sul lavoro perché di colore: una lezione di civiltà

di Sergio Sinigaglia

Torniamo a parlare della vicenda di Fatima, la donna senegalese di 40 anni che a Senigallia è stata allontanata dalla casa di riposo dove da alcuni giorni aveva iniziato a lavorare in prova per una cooperativa, a causa di alcuni anziani che si sarebbero lamentati del fatto che ad assisterli fosse “una nera”. Lo facciamo dando la parola direttamente a lei. La notizia come molti sapranno ha varcato i confini locali per essere ripresa da telegiornali e quotidiani nazionali. Di questi tempi episodi del genere, fortunatamente, quando emergono, non passano inosservati anche in un contesto informativo sicuramente non eccelso, per usare un eufemismo.

Abbiamo incontrato Fatima venerdì ai margini di una conferenza stampa indetta dal presidente dell’Opera Pia e dalla responsabile della cooperativa “Progetto solidarietà”, per dare la propria versione dei fatti. Come accaduto nelle prime ore in cui si è diffusa la storia, il tentativo è stato di sminuire la gravità dell’accaduto. “Nella nostra struttura – ha affermato il presidente della fondazione – lavorano tantissime persone che provengono da paesi stranieri come Nigeria, India, Perù, Albania, Tunisia, Romani, Algeria. Avere personale multietnico è la normalità; non esiste alcun tipo di razzismo alla base della questione, ma solo una valutazione che potesse tutelare sia gli ospiti, che da sempre sono la nostra priorità, che il personale stesso, con cui da sempre abbiamo ottimi rapporti; non è affatto raro che alcuni anziani si rivolgano agli operatori con insulti, molti presentano delle demenze e prepariamo il personale a ciò; qualsiasi parola possa essere uscita dalla bocca dei nostri ospiti non può essere letta in alcuni modo in chiave razzista ma va contestualizzata con casi clinici, spesso anche gravi”.

Di rincalzo, la responsabile della cooperativa ha affermato che “far passare la vicenda per una questione di razzismo ci sembra surreale…” “non vogliamo neanche che passino per razzisti alcuni ospiti che soffrono di demenze o altre malattie. Probabilmente il nostro errore è stato di tempistiche o forse non siamo stati abbastanza chiari”.

Insomma non è successo nulla, è stato un colossale “equivoco”. Di fuori mentre è in corso la conferenza stampa ci sono alcuni giovani del centro sociale Arvultura. Distribuiscono il loro comunicato a chi esce dalla struttura dove si dice esplicitamente che la vicenda è conseguenza del “clima mefitico che si respira nel Paese”. E loro non hanno dubbi, come recita il titolo del testo “Con Fatima contro ogni forma di razzismo”. E all’improvviso Fatima arriva. Da sola in bicicletta. Al “gabbiotto” che filtra chi vuole accedere dice con fermezza “Sono la diretta interessata, voglio entrare”. Ed entra, ma appena la sua presenza si materializza nella saletta dove si svolge la conferenza stampa, il presidente dell’Opera Pia con fare duro e scortese le dice che non può stare e l’invita ad andare fuori. A dimostrazione di quanto sia rispettoso il responsabile di “una struttura dove lavorano tantissime persone provenienti da…”.

E così approfittiamo per parlare con Fatima e darle la parola sull’accaduto. Ecco quanto ci ha raccontato. “Sono stata chiamata dalla cooperativa “Progetto solidarietà” per alcuni giorni di prova presso l’Opera Pia Mastai Ferretti in previsione di una mia eventuale assunzione a tempo determinato per assistere gli anziani presenti nella struttura. Dopo due giorni una referente della cooperativa, Angela, mi ha riferito che non potevo più stare lì perché la mia pelle nera era un problema per alcuni ospiti della Opera Pia.

Nell’immediato l’ho presa a ridere perché io non ho mai avuto problemi del genere. Sono da tanti anni qui a Senigallia, ho numerosi amici, a volte ridiamo e scherziamo su queste cose, perché non è possibile pensare che il colore della pelle, la provenienza di una persona o la sua religione possano essere una barriera per vivere in pace con coesione. Quindi ho detto a questa persona della cooperativa che io non accettavo di subire sulla mia testa una cosa del genere, ho ringraziato per l’opportunità di lavoro, e ci siamo salutati. Dopo due giorni sono tornata sul posto per recuperare le mie cose. Ho incontrato un’ospite della casa di riposo e mi ha chiesto perché me ne stessi andando e le ho riferito l’accaduto.

È rimasta sorpresa, mi ha detto “Ma dai…”. Poi ci siamo salutate e mi sono imbattuta in una seconda signora e anche lei mi ha espresso solidarietà. Allora mi è venuto da piangere perché ho pensato che le cose raccontatemi dalla referente della cooperativa non fossero vere, che mi volesse prendere in giro, dato che il comportamento di queste persone incontrate era molto diverse da quello che mi era stato riferito. Ma anche se le cose riportate dalla cooperativa fossero vere, penso che con la formazione, l’esperienza ormai accumulate nel tempo, avrei potuto gestire la situazione.

In ogni caso io non ho mai sentito da nessun anziano frasi del genere, non ho mai litigato con alcuna persona. L’unico riferimento al razzismo è venuto da questa Angela della cooperativa. Io in questa vicenda c’ho messo la faccia, non mi sono tirata indietro. Posso dire che gli unici atteggiamenti intolleranti che ho verificato sono da parte di questa persona. Da parte della cooperativa che sostiene l’intenzione di farmi continuare a lavorare fino ad oggi non ho avuto riscontro. In compenso alla conferenza stampa tenutasi all’Opera Pia Mastai Ferretti non sono stata invitata, ma come hai visto non ho avuto timore a presentarmi, anche se il presidente dell’Opera mi ha fatto accomodare fuori. Poi dopo la conferenza ci siamo accordati con la cooperativa per vederci nei prossimi giorni.

In ogni caso io sono serena, vado con la testa alta, so cosa fare, sono tranquilla con me stessa e sono determinata a portare avanti questa battaglia, perché non è giusto che nel 2018 dobbiamo ancora a stare a parlare di colore della pelle. Dobbiamo combattere fino in fondo e io ci sarò sempre”.

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Questa la testimonianza di Fatima A questo punto sono necessarie alcune considerazioni. La gravità di quanto è accaduto è evidente. Nonostante i tentativi di sminuire l’accaduto. Il tutto in linea con le reazioni avute in città, da parte dei vari soggetti, istituzionali e politici e anche dalla cittadinanza. E qui dobbiamo essere chiari, non avere reticenze. Solo il centro sociale Arvultura ha espresso immediatamente con un comunicato diffuso, come abbiamo già sottolineato, anche in occasione della conferenza stampa, piena solidarietà a Fatima.

Per il resto è stato un diluvio di prese di posizione atte a tutelare il “buon nome” dell’Opera Pia, della cooperativa. Un atteggiamento ipocrita e mieloso, incurante della denuncia della donna senegalese. In questo elenco primeggia, non poteva essere altrimenti, il sindaco Mangialardi, per il quale il tutto è stato un colossale “equivoco”, e si è sperticato in lodi e genuflessioni nei confronti dell’Opera Pia. E anche il contesto cittadino, come detto, ha reagito con fastidio alla notorietà avuta da Senigallia sui maggiori organi di informazione. Siamo alla vigilia della stagione estiva, bisogna tutelare l’immagine della città!

Abbiamo ascoltato di persona tanti, troppi “non è possibile”, “qui vengo da anni per il mio parente non ci credo”, “nessuno vuole oltraggiare la Mastai Ferretti”, “conosco la presidente della coopeativa, mi sembra strano”. Un pronunciamento trasversale, anche nella sinistra, o presunta tale. E invece bisogna ribadire che sia la cooperativa che i respnsabili della struttura, a partire dal suo presidente si sono comportati in modo meschino, infastiditi da chi con coraggio non ha abbassato la testa e ha osato “rivolgersi ai giornalisti, invece di venire da noi”.

Fortunatamente sabato pomeriggio un nutrito gruppo della rete “Senigallia antifascista” nel pieno centro cittadino ha esposto uno striscione in solidarietà a Fatima, distribuito volantini e improvvisato alcuni interventi al megafono. Per concludere dobbiamo dire grazie a Fatima, perché ha dato a tutti noi una grande lezione di civiltà e coraggio.

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