Matteo Renzi, il re è nudo. Ma nel Pd nessuno se ne accorge

Matteo Renzi

di Sergio Caserta

La famosa favola di Hans Christian Andersen racconta come l’imperatore di Danimarca si mise addosso un abito inesistente, comprato da due truffatori, che l’avevano convinto della qualità così particolare dei tessuti che gli stolti non potevano vederla. Così il re grullo, sfilava nudo al corteo e tutti i cortigiani plaudivano per quell’abito meraviglioso inesistente, fino a che un bambino – con la forza dirompente della sua ingenua sincerità – gridò: ma il re è nudo! Dopodiché la catastrofe.

La parabola della stoltezza vanesia dei potenti non si applica in casa Pd nonostante il “re” sia altrettanto nudo e anche malmesso in arnese, perché i “bambini” – cioè quelli che dicono la verità – se ne sono andati o tacciono per convenienza o per paura; che è la stessa cosa.

Siamo oltre l’epilogo di una vicenda cominciata tre anni fa con un “Enrico, stai sereno” rivolto amabilmente al povero Enrico Letta, due giorni prima della pugnalata che lo dimissionava dal governo, il presidente della Repubblica silente faceva finta di non vedere il regicidio e accettava il rampollo di Firenze, segretario di partito, auto nominatosi presidente del Consiglio. Chissà perché in quel caso nessuno aveva fatto appello con forza all’esercizio delle prerogative del presidente in merito alle procedure costituzionali contemplate dall’art. 92: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo i ministri”.

La storia dei tre anni (più quello in corso) del dominio incontrastato di Matteo Renzi sul suo (ex primo) partito e sul Paese, è caratterizzata e condizionata dalla copertura del suo operato da parte dei media e di tutti i poteri forti e meno forti, mentre il genio di Rignano, dopo i primi scoppiettanti assoli da 80 euro, dimostrava ampiamente di essere un bluff. Così cominciarono le meravigliose gesta e progressive sorti del Jobs act, l’abolizione di fatto dello Statuto dei lavoratori, le regalie di miliardi euro alle imprese per assunzioni poi rivelatisi a termine, l’esplosione del precariato, la cosiddetta buona scuola, “invidiata” in tutto il mondo.

Le conseguenze si cominciarono a vedere, subito dopo l’illusione delle vittoriose europee: le successive elezioni regionali e amministrative segnalavano consistenti cedimenti dell’elettorato democratico e veri e propri crolli come in Liguria, a Napoli a Roma ecc. Cosicché il Nostro vedendosi in impaccio come quegli scapestrati giocatori di poker che alzano la posta bluffando, decise di rilanciare alla grande, inventandosi – grazie a costituzionalisti prezzolati di seconda e terza serie – una “riforma costituzionale” degna di una nave di folli che immaginava una finta riduzione di una Camera per creare il Senato “degli amici degli amici” nominati, associando a questa invenzione istituzionale una legge elettorale – l’Italicum, peggiore della legge del fascista Giacomo Acerbo – che consegnava il Paese nelle mani di una minoranza attraverso uno scellerato premio di maggioranza.

Sappiamo come fini il 4 dicembre 2016, la “riforma” fu stroncata al referendum confermativo dal voto contrario di oltre il 60% degli elettori e il Nostro ne trasse apparentemente le conseguenze dimettendosi da presidente del Consiglio. Qualcuno s’illuse che avrebbe mantenuto la promessa di prima del referendum “se perdo lascio definitivamente la politica” seguito a ruota dalla damigella di governo Maria Elena Boschi.

Ovviamente non poteva smentirsi e dopo qualche mese di mascheramento, si faceva rieleggere a gran voce dal popolo democratico opportunamente cloroformizzato dai finti oppositori interni e dai soliti media inneggianti al “c’è un solo segretario”. Così il “caudillo” – dopo aver subito la più grave batosta della sua fulgida e rapida carriera – ritornava baldanzosamente in sella al ronzino ormai claudicante del Pd per portare le truppe all’ultima esiziale battaglia delle elezioni politiche, dove (come in una scena da film di Kagemusha) le gloriose truppe democratiche subivano la più rovinosa sconfitta della storia della Repubblica; paragonabile forse solo alla caduta di Benito Mussolini il 25 luglio del ’43. Meno 2 milioni 511mila voti pari a circa il 30% delle precedenti elezioni del 2013, quelle di Pier Luigi Bersani per intendersi.

Beh, direte voi, ora finalmente Renzi comprenderà che è necessario per lui un adeguato periodo di riflessione e consentirà una libera discussione nel partito per un necessario processo di rigenerazione! Quando mai, nemmeno di fronte a questa tragedia il Nostro ha rinunciato. Come quei personaggi delle tragedie dumasiane, pazzi ossessionati dai tormenti dei propri fantasmi, riesce non solo a non sparire bensì – sempre grazie alla copertura di un mondo di cortigiani e servi di un “palazzo” ormai diroccato – a imporre al suo ammutolito partito il suicidio politico definitivo, impedendo un eventuale confronto con gli avversari M5s vincenti e consegnandoli a un’alleanza con la Lega e (soprattutto) con la destra, portando così a compimento l’opera demolitrice iniziata con ardimentosa sicumera.

Purtroppo la metafora della favola di Andersen è che non solo l’imperatore non si rende conto di essere nudo per manifesta vanesia incapacità, ma tutto il suo reame, il suo popolo e i suoi cortigiani sono affetti dalla stessa malattia che è il sostrato della fine di una lunga stagione di equivoci, cominciata nel 2007 con la fondazione di un pseudo partito democratico costruito sulle illusioni e gli inganni di una classe dirigente mediocre.

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 16 maggio 2018

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