Dopo elezioni in Venezuela: Maduro e il tentativo di golpe post-chavista

di Maurizio Matteuzzi

È certo che Nicolás Maduro non è Salvador Allende. E nemmeno Hugo Chávez. Ma quelli che organizzarono e attuarono il golpe contro Allende nel 1973 e contro Chávez nel 2002 sono – anche questo è certo – gli stessi che dal 2013 stanno cercando di montare il golpe contro il Venezuela chavista o post-chavista.

È comprensibile che la destra venezuelana si aggrappi a un golpe militare e/o a un intervento risolutivo dall’esterno, magari truccato da “intervento umanitario” come chiesto dall’assatanato segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’uruguayano Luís Almagro. Perché né con le elezioni (24 con quelle di quest’anno, di cui 22 vinte) né con la mobilitazione di piazza (spesso al limite e oltre della guerriglia urbana) né con la “guerra economica” interna ed esterna (devastante e aggravata da una corruzione diffusa) è riuscita in questi 20 anni a scalzare il chavismo. Prima, quando era vivo Chávez, con tutto il suo straordinario carisma (e il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari), e dopo, quando morto Chávez nel 2013 gli è subentrato Maduro, senza carisma e con il prezzo del barile (90-95% delle entrate venezuelane) precipitato a meno di 30 dollari.

L’alleanza civico-militare su cui l’ex-colonnello Hugo Chávez aveva costruito il suo Movimiento V República, finora, ha tenuto, anche se di tanto in tanto filtra il rumore di qualche scricchiolio dentro le caserme, al di là delle speranze degli oppositori venezuelani e statunitensi, storicamente signori e padroni delle forze armate dell’America Latina.

Ha tenuto anche questa volta in condizioni apparentemente impossibili: inflazione annuale del 14000%, salario minimo mensile (per quanto continuamente ritoccato) che vale meno di 2 dollari sul mercato nero, 5 mila persone che lasciano ogni giorno il paese secondo le stime ONU, carestia e violenza che imperversano, indice di gradimento di Maduro precipitato al 20%.

Maduro non ha carisma ma è stato abile a giocare le sue carte sulle debolezze dell’opposizione, perennemente divisa fra un’ala radical-golpista e un’ala grossomodo liberal-socialdemocratica, fra chi rifiuta il gioco elettorale e chi vuole starci convinta di poter pescare in quell’80% che per i sondaggi vorrebbe Maduro fuori dal palazzo di Miraflores. Un’opposizione i cui leader sono, alcuni, in galera (“detenuti politici”), altri in esilio a Miami, Bogotá, o Madrid. Un’opposizione che il 20 maggio in parte ha chiamato al boicottaggio, in parte è andata a votare (l’ex-chavista Henri Falcón, 21% e proteste per “i brogli”).

Maduro, candidato del PSUV e della coalizione Gran Polo Patriottico, ha vinto di nuovo, 1.5 milioni di voti in meno che nel 2013 quando raccolse più di 7 milioni, ma con il 68% su un’affluenza del 46%. Non il 65% sperato dal fronte chavista ma sufficiente per proclamare il fallimento del boicottaggio per scelta politica o “desencanto”. Lo zoccolo duro dell’elettorato, nonostante la drammaticità della situazione, non ha “tradito” né ha dimenticato cosa il chavismo ha fatto in 20 anni.

Maduro ha chiamato l’opposizione “al dialogo nazionale” mentre la folla gridava “con Maduro estoy seguro”. Ma è improbabile che l’opposizione accetti il dialogo e che le masse venezuelane possano stare sicure. 14 paesi, fra cui quelli dell’America Latina governati dalla nuova-vecchia destra tornata in auge, non hanno riconosciuto i risultati elettorali (regolari invece per Russia e Cina e per l’ex-premier spagnolo Rodrìguez Zapatero impegnato da tempo in una improbabile mediazione) e hanno ritirato gli ambasciatori da Caracas, annunciando sanzioni economiche e diplomatiche sempre più dure e asfissianti, compresi – incredibilmente? scandalosamente?- l’Unione Europea e la “neutrale” Svizzera. Trump non ha nemmeno escluso “l’opzione militare”.

Inutile nasconderselo. Il Venezuela è in guerra. Una guerra strisciante di bassa intensità. Che continuerà. È vero, Maduro non è Allende né Chàvez ma bisogna sempre ricordare chi sono “gli altri”.

Focus: il voto in Colombia

Un anno fa sembrava impossibile. Poi inaspettatamente ci si è accorti che Gustavo Petro, negli anni ’80 ex-guerrigliero del gruppo di guerriglia urbana M-19 ed ex-sindaco di Bogotà dal 2012 al 2015, riempiva le piazze e risvegliava le passioni di una sinistra sempre esclusa (e/o fisicamente sterminata, come fu con il massacro di migliaia di militanti della Unión Patriótica a metà degli anni ‘80 ) dal gioco politico-erlettorale per via della presenza sul campo delle FARC e della lotta armata.

Domenica 27 maggio questa impressione è stata confermata dai fatti nelle elezioni presidenziali: Petro ha ottenuto quasi 5 milioni e il 25% dei voti, piazzandosi secondo e conquistandosi il diritto di giocarsi la presidenza nel ballottaggio del 17 giugno. Sulla carta le possibilità di farcela sono poche. Ivan Duque, l’uomo dell’estrema destra del mefitico Àlvaro Uribe – l’ex presidente dal 2002 al 2010 legato ai cartelli della coca che diceva di combattere, come ha rivelato proprio in questi giorni il New York Times; l’implacabile nemico degli accordi di pace del 2016 fra il governo del suo successore Juan Manuel Santos e le FARC; il candidato più votato insieme al suo partito Centro Democrático nelle elezioni parlamentari del marzo scorso – è al 39%, 15 punti avanti.

L’affermazione di Petro, che sarebbe il primo presidente di sinistra (o centro-sinistra) nella storia della Colombia, in plastica controtendenza rispetto all’ondata reazionaria che ha investito l’America Latina, è in tutta evidenza un effetto dell’accordo di pace del 2016. Dovrà difendersi dall’accusa più scontata – un tempo era “comunista”, adesso è “chavista” – e cercare di attrarre i voti andati agli altri tre candidati, in primis quelli a Sergio Fajardo, l’ex sindaco di Medellin che ha avuto il 23%.

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