Checkpoint a Venezia: come gestire i flussi tra scienza e democrazia

di Bruno Giorgini

Premessa. Discutiamo ora dell’iniziativa del sindaco di Venezia per far fronte al turismo di massa introducendo dei tornelli e sbarramenti per l’accesso in città storica. Quindi in “Venezia città libera e aperta” cercheremo di dare conto dei più recenti studi sul tema che possono configurare una governance dei flussi in grado di coniugare scienza e democrazia.

Per Aristotele il movimento è per gli umani l’essenza della libertà. Inoltre la città è un sistema di differenze. In termini delle città moderne dobbiamo aggiungere: un sistema aperto. Soltanto i sistemi aperti ci racconta la fisica, sono creativi di nuove dinamiche, ovvero di nuove relazioni, strutture, geometrie: in ultima analisi produttivi di nuove forme di vita associata e individuale.

Parlando di città questo significa dire che una città chiusa trasmuta più o meno rapidamente in una città morta. Non a caso quando in tempi per fortuna lontani, ma non lontanissimi, una città veniva messa in quarantena perché investita dalla peste, o altra epidemia, accadeva che le sue forme di vita si riducessero man mano all’osso, anche per gli individui sani, diventando esili come fili di fumo fino a spegnersi – e se qualcuno ne vuole leggere una descrizione magistrale sfogli la Peste di Camus.

Ora si parva licet componere magnis, il sindaco di Venezia ha deciso di installare tornelli di sbarramento all’accesso libero nella città storica, per far fronte ai flussi turistici certamente ingenti. Se ho ben capito, non sarebbe una chiusura totale ma una sorta di ponte levatoio medievale che si alza e si abbassa a seconda delle persone – servi della gleba che meno sono e meglio è, aristocratici bene accetti, preti e frati benedetti eccetera – che si avviano a entrare le quali devono presentare i documenti d’identità e quant’altro come ai checkpoint, o meno polemicamente qualcosa come le chiuse che regolano i flussi nei corsi d’acqua. Soltanto che i componenti elementari del flusso non sono molecole d’acqua ma cittadini portatori di diritti e dotati di libero arbitrio nonchè di pensiero, per cui le regole dell’idrodinamica non valgono. D’altra parte la modellazione idrodinamica dei flussi pedonali si è mostrata nel corso del tempo completamente inappropriata, specie nelle situazioni altamente dinamiche, per la descrizione degli stessi, quando non del tutto fallimentare.

Dicendola in altro modo: se i tornelli alle porte di Venezia feriscono certamente la democrazia dei diritti e dell’uguaglianza, se violano la libertà dei singoli di accedere alla città, è altrettanto vero che non sono congruenti con i più recenti studi sulle dinamiche pedonali e di folla. Anzi mi pare che vadano proprio a rovescio. Facendosi oggi un gran parlare di smart cities, città intelligenti, con il posizionamento dei tornelli Venezia viene definita e qualificata dal suo sindaco come “idiot city”, la città dell’idiozia, il che non è bello, in specie perché “l’unica cosa che potrebbe superare questa città d’acqua sarebbe una città costruita nell’aria” (Brodskij). A questo punto corre l’obbligo di mettere i piedi nel piatto del turismo, delle sue possibili conseguenze e impatti, discutendo se e come può esistere una governance “smart”- intelligente – per parlare in gergo – in una prospettiva di armonia con i cittadini residenti.

Intanto una questione linguistica. Si sente parlare di “invasione” dei turisti, evocando folle sconfinate di barbari che ti tolgono lo spazio vitale. Una “invasione” contraddetta almeno dai numeri. Negli anni ’50 del secolo scorso la popolazione residente è arrivata a oltre 170.000 unità, e nessuno si sentiva assediato. Oggi siamo attorno ai 50.000 cittadini residenti, e anche ammettendo che giungano in città 100.000 foresti al giorno, ebbene dal puno di vista quantitativo c’è largamente spazio per tutti. Come poi lo si occupa è tutta un’altra storia.

Una volta sbarazzato il campo dallo spettro dell’invasione, va innazitutto presa una decisione. Se si considera Venezia un museo a cielo aperto, ebbene allora si mettano le grate in ingresso, si faccia pagare un biglietto…e si evacuino i cittadini residenti, oppure li si paghi come esponenti del folclore locale, fino all’estinzione.

Se invece Venezia è, e ha da essere, una città, il discorso cambia completamente.
Ripetiamolo: una città non può chiudere i cancelli, se no diventa un ghetto. Una città dev’essere aperta e libera.

Questo articolo è stato pubblicato da Inchiesta Online il 2 maggio 2018

Autore dell'articolo: Amministratore

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