Se gli algoritmi non si coniugano con la libertà

di Vincenzo Vita

Della storia Facebook-Cambridge Analytica si parla da un po’. In verità, il caso covava da tempo ma pochi furono a occuparsene. Tra questi ultimi il giornalista e docente universitario Michele Mezza, che ora ci ha scritto su un notevole volume («Algoritmi di libertà», 2018, Roma, Donzelli editore).

È utile leggere un testo così preciso e documentato, per capire che non siamo di fronte a un complotto noir o a una occasionale messa in scena, bensì all’ulteriore maturazione delle classificazioni fatte da Manuel Castells sui media digitali. Qualcosa di più e di diverso. Adesso: «…sono gli algoritmi, in quanto tali, senza nessun’altra mediazione linguistica, che costituiscono lo spazio dove si costruisce il potere…». In breve, dunque, lo scandalo dei profili ceduti dalla società di Zuckerberg alla compagine britannica rappresenta la normalità eversiva di una macchina ormai incontrollata, un Frankestein costruito in laboratorio dagli stessi che si meravigliano o chiedono scusa.

Siamo in quella zona di confine tra tecniche moderne di guerra, utilizzo delle ipertrofie dell’intelligenza artificiale, invasione dello sfruttamento -contro ogni tutela della privacy- nella nuova catena sociale del valore. Muta la grammatica del conflitto. Mezza ha un ottimo consigliere, citato spesso in modi espliciti o sottesi, vale a dire il Marx prefigurante dei Grundrisse, del terzo libro del Capitale, dei Manoscritti o delle opere giovanili come gli scritti sulla Gazzetta renana.

E non è retorica erudita. Corre l’anniversario dei 200 anni dalla nascita del pensatore geniale, persino capace di fornirci chiavi di lettura rabdomantiche sul «capitalismo delle piattaforme».

Il bandolo della matassa sta nella negoziazione degli algoritmi. Il crescente potere oligarchico dei cosiddetti Over The Top va contrastato creando un contropotere, non sfuggendo ai territori veri (bando alle nostalgie, a meno che non si tratti della «retrotopia» – l’utopia sana del passato – di Bauman) del conflitto.

«Ribellismi molecolari», che sfidino la rete disvelandone sintassi e linguaggi, fino a creare un altro senso comune. Con un utilizzo libero della potenza di calcolo, che ha da essere conoscibile e trasparente. Fin dalla scuola, momento cruciale per costruire una coscienza critica di massa del e nel tempo digitale. E poi nei terreni concreti, a partire dalle città.

Quanto contano gli algoritmi che conducono per mano le migliaia di profili digitali di cui dispongono nel voto? Moltissimo. È nota l’iniziativa degli «hacker» russi nel successo di Trump, e pure è esplicita – al contrario – la linea difesa di un «algoritmo-nazione» come la Cina, che ha pensato di risolvere il problema edificando la sua muraglia digitale.

E in Italia? Il voto del 4 marzo scorso sicuramente è stato influenzato. Mezza, giustamente, non misura le proporzioni quantitative. Tuttavia, ricorda che nel documento redatto sulle aporie delle elezioni americane dal superprocuratore Robert Mueller ben 37 pagine sono dedicate all’Italia.

Certamente non è un caso che tanto Di Maio quanto Salvini abbiano subito ringraziato la rete, dentro cui navigavano massicce dosi di esasperate micce antielitarie e crociate nazionaliste o persino xenofobe. L’ex uomo forte di Trump, Steve Bannon, ha svelato l’esistenza di clienti italiani. Chissà.

Lega e Mov5Stelle hanno vinto le elezioni a prescindere, sia chiaro. E le sinistre non hanno neppure considerato l’argomento. Comunque, se gli algoritmi non si coniugano con la libertà, la democrazie decade. Un brivido.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 28 marzo 2018

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