E ora uno spazio per discutere: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà

di Valerio Romitelli

Il “terremoto” dalle ultime elezioni, come tutti oramai lo chiamano, non è ancora finito. Ci attendono infatti non poche scosse di assestamento. Questa situazione crea ansia sopratutto tra molti commentatori politologici, avvezzi a ragionare di politica come se essa dovesse necessariamente funzionare secondo la coerenza logica di certe regole (più o meno giuridiche), come se si trattasse sempre di un sistema (di partiti), di un regime (costituzionale), quasi di un gioco come un gioco a dama nel quale almeno la scacchiera è sempre la stessa.

Per stigmatizzare le recentemente sempre più frequenti manifestazioni contrarie a questo modo di ragionare si è ricorsi alla parola “populismo”, come se si trattasse di eccezioni perverse e temporanee alla via maestra polito-logica e senza capire che è proprio questa via ad essere ampiamente immaginaria: una fantasia che ha dalla sua una lunga tradizione risalente alla notte dei tempi, ma che dal secolo scorso ha cominciato a perdere pezzi e oggi pare non tenere più da nessuna parte.

Se c’è qualcosa di positivo in queste elezioni, cosa del tutto dubbia, è proprio che costringono a pensare la politica diversamente – o se no a rinunciarvi “per lo schifo che fa”. Cosa vuol dire diversamente? Vuol dire quanto meno ammettere (diciamo con Machiavelli – solo per fare un grande nome di casa nostra -) che le regole in politica (di qualsiasi tipo siano o pretendano di essere: etiche, economiche, costituzionali, logiche, sistemiche, e persino biologiche e così via) ci sono e funzionano finché le passioni collettive (le quali ne sono e ne restano sempre come motore) sono almeno in parte soddisfatte, ma che queste regole si rivelano del tutto transitorie ed inefficaci quando le passioni collettive riprendono ad agitarsi.

Ora la constatazione da cui partire è che il nostro paese, come tutta la parte diciamo occidentale dell’Europa, viene dall’avere goduto una straordinaria epoca di pace e prosperità, durata più di settant’anni, sotto la protezione militare ed economica più o meno diretta della più grande potenza mondiale, vincitrice della seconda guerra mondiale. Un’epoca che ha pochi paragoni nella storia mondiale. È chiaro allora che in questa condizione ci siamo abituati a certe regolarità e a credere che la politica le debba per forza seguirle. Ma è chiaro anche che questa condizione non poteva durare in eterno.

Tutto sta a capire se ne stiamo uscendo verso il meglio o verso il peggio. Qui per me vale il motto di Hegel, caro anche a Marx, secondo il quale la storia procede sempre dal lato cattivo, cosicché se vogliamo trovarvi del buono bisogna affidarsi all'”ottimismo della volontà” come lo chiamava Gramsci. Proviamo dunque ad esercitarlo pensando a partire da fatti reali, non da logiche a priori.

L’Italia che esce da queste elezioni si mostra come un paese particolarmente sensibile a due fenomeni mondiali relativamente recenti. Uno è il vorticoso movimento dei capitali reso possibile dalla globalizzazione, l’altro l’altrettanto imponente movimento di persone senza capitali che ovunque, in tutti continenti, o fuggono da situazioni intollerabili o vanno alla ricerca di opportunità per vivere meglio. Il primo è un movimento che gode di tutti i poteri per imporsi dove punta a passare o fermarsi, il secondo è un movimento che si offre e si infiltra dove riesce.

L’Italia tanto si è sempre dimostrata remissiva e compiacente col primo movimento, tanto si sta dimostrando sempre più arcigna e crudele col secondo (gli assassini di Macerata e Firenze, ultimi della serie, lo illustrano bene). In altre parole, se da tempo eccelle nel fare la debole coi forti (stranieri investitori), più recentemente si sta compiacendo di fare la forte coi deboli (stranieri migranti).

Entrambi i difetti hanno un’unica origine. La tradizionale inettitudine politica dei governanti che risale ai tempi del mezzo secolo dominato dagli esecutivi democristiani di durata media semestrale. Una durata che non permetteva neanche a un ministro di visitare tutte le stanze e i corridoi sotto la sua direzione, ammesso e non concesso che ne sentisse il desiderio. Quando con Craxi, poi Berlusconi la durata dei governi si è allungata si è ben visto che ciò, lungi dal permettere strategie politiche più durature, non favoriva altro che l’occupazione del potere pubblico per farne luogo di rendita. Siamo dunque sempre lì, con l’aggravante che i grandi capitali più che mai mobili trovano particolarmente facile assoldare i nostri politicanti perché, anziché sforzarsi di prendere iniziative in proprio, si limitino fare leggi e interventi più convenienti ai loro committenti lasciandoli al contempo liberi di comprare, vendere e delocalizzare a piacere pezzi delle nostre industrie più qualificate.

D’altra parte, quale altro argomento migliore per eletti o candidati del dire ai propri elettori che se le cose non vanno non è colpa loro ma di quelli (stranieri) che non votano? Così accade in effetti oramai ovunque, ma in Italia la cosa è particolarmente grave proprio per l’inconsistenza strategica dei governanti. E non si dica che è il popolo italiano ad essere in fondo razzista. L’antipatia o l’odio per i diversi è istintivo solo se ci sono politiche che istigano simili istinti, invece di promuovere altri sentimenti. Proprio in questo solo specifico caso, dubitiamo forse del potere di condizionamento dei media altrimenti celebrato come onnipotente?.

Sì, perché per me il problema più odioso di queste elezioni non è certo il terremoto, più che annunciato e diffusamente atteso (come ben si vede!) rispetto agli schieramenti politici più incalliti nel vizio del governare, ma che per approfittarne i due vincitori, Lega e 5 Stelle, si sono impegnati nell’esibire la loro ostilità (più rude e stagionata per la prima, più mediata e recente per i secondi) nei confronti degli stranieri e di chi, cooperative e ong, è dedito ad accoglierli.

La priorità sistematica del respingimento rispetto all’accoglienza: ecco qual è il peggio nel prossimo futuro che queste due formazioni parlamentari ci riservano, quale sia che arriverà a dirigere il governo. Dico “il peggio” perché, una volta assunta, questa priorità è quanto mai difficile invertirla. Come la guerra: una volta scatenata, far pace diventa complicatissimo. Dire infatti “mandiamoli a casa loro!” è assolutamente facile, come pure è facile rimediare se in pratica non funziona: semplicemente rincarando la dose delle vessazioni nei confronti di chi a casa non va. Mentre dire “accogliamoli” non va da sé, richiede appunto delle politiche. Delle politiche che vanno inventate e perseguite con cura, come ad esempio a suo modo ha fatto brillantemente il sindaco di Riace Domenico Lucano, non per nulla lasciato solo da tutti e persino inquisito. Senza invenzioni simili a quelle che lo hanno reso famoso nel mondo, mostrando una rara immagine bella del nostro paese a questo proposito, è chiaro che Lega e/o 5 Stelle avranno buon gioco nel cavalcare idiozie come “cosa vengono a fare qua che non c’è neanche lavoro per noi?”, senza neanche lasciare immaginare che se orientata a dovere la risorsa dei migranti il lavoro lo creerebbe eccome, come pure allargherebbe il mercato interno.

Caratteristica del nostro Paese, diversa da altri, sono infatti da un lato la sua vecchiaia, dall’altro, che resta comunque terra di emigrazione specie di giovani istruiti rifiutati da un’università sempre più contratta. Ecco allora i migranti che vengono da noi rappresentano una risorsa rara di giovani prolifici, coraggiosi, ingegnosi, disposti a qualsiasi lavoro. I cittadini declassati, disoccupati, inoccupati, mal pagati, senza più certezze assicurative o pensionistiche avrebbero tutto il vantaggio ad allearsi con queste nuove risorse di lavoro nelle nuove rivendicazioni che il movimento globale dei capitali rende necessari. Ecco dove l’ottimismo della volontà potrebbe esercitarsi.

Non capire l’importanza che ha oggi la questione delle politiche d’accoglienza sarebbe un errore imperdonabile. Attardarsi a discutere quanto si poterebbero migliorare le politiche di Lega e 5 Stelle per i cittadini italiani a prescindere da come vengono trattati gli stranieri sarebbe fare come i comunisti francesi che all’arrivo dei nazisti a Parigi nel 1940 provarono ad avanzare delle rivendicazioni economiche e sociali.

Errore imperdonabile sarebbe anche credere che governi come quelli che si annunciano a guida Lega o 5 Stelle riuscirebbero a sottrarre l’Italia dalle tendenze di accrescimento della povertà e delle differenze tra ricchi e poveri nelle quali è finita. Per uscirne non c’è che da sperare nell’alleanza tra cittadini declassati e stranieri capace di consolidarsi al punto da esprimersi come forza di governo. Questa sì sarebbe veramente di rottura, nuova, all’altezza del nostro tempo.

Ecco dunque quale potrebbe essere un buon obbiettivo per una militanza di quella sinistra che è la vera grande terremotata di queste elezioni e che come molti dicono giustamente è da ricostruire da zero. Sì proprio da “ground zero”! Ma nulla mi sembra più lontano dalle sue prospettive residue sempre più nostalgiche di un qualche potere istituzionale, ritenuto unica condizione per l’azione politica. Ma in alternativa non ci sono che da temere orrendi disastri xenofobi e di ulteriore impoverimento di gran parte del paese dei quali le due nuove forze di governo potranno dar prova.

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