Di Vittorio, di Mary Shelley

di Jacob Foggia

“Io oggi voterei Casapound”, hanno scritto. Con una calligrafia adolescenziale, col tratto certo degli impuniti. Di chi sa che, alla fine, niente gli è mai successo e niente, mai, gli succederà. Sotto il cippo commemorativo di Giuseppe Di Vittorio. A Molfetta. Lo scandalo ha prevalso, invadendo – invasivo – ogni orifizio del politically correct. Così vanno le cose, così devono andare. E mala tempora currunt. Da dove partire? Da Giuseppe Caradonna. Che a cavallo entra a Napoli, il 24 ottobre del 1922. Quattro giorni prima della Marcia.

Bianco, dicono, il cavallo. Abbronzato lui, il re dei mazzieri. Di quelli che, per dirla alla plebea, pestavano a sangue i braccianti riottosi, quando questi scioperavano. Che i braccianti mai avrebbero dovuto permettersi. Schiene, spalle, facce. Tutto veniva triturato dai guardiani dell’ordine a cavallo. Dai mazzieri da Caradonna. Che, quando entrano a Napoli, hanno già un coro tutto loro. Come i calciatori importanti nel calcio che fu. All’armi, all’armi. Bene. Caradonna aveva fondato i Fasci di Combattimento. Nel ’20. Aveva ucciso Di Vagno, nel ’21. Aveva guidato i pugliesi alla presa del potere, nel ’22.

Era entrato in Parlamento. Era un pezzo grosso. Uno dei più grossi. Giuseppe Di Vittorio, bracciante sindacalizzato, gli fece pervenire un messaggio. Un solo, singolo, messaggio. Diceva: io e te, in piazza, davanti a tutti. Caradonna era importante. Più che importante, era il fascismo. Rifiutò sdegnosamente il duello rusticano. Di Vittorio non poté che concludere: sei un vigliacco .Un vigliacco che rifiuta la disputa dell’onore. Per uno s’aprirono le porte del Gran Consiglio. Per l’altro, quelle dell’esilio. Ma, a Cerignola, tutti sapevano. Che Caradonna era un vigliacco. E tanto bastava. Giuseppe Di Vittorio, uomo del 1892, conosceva l’importanza dei simboli.

Della natura dei simboli all’interno della cultura contadina. Conosceva il lavoro duro e sottopagato del latifondo e l’arroganza dei latifondisti. E dei notabili, e dei baroni, e degli amministratori. E la sudditanza che, scaturita all’interno dei rapporti di produzione, esondava nella vita di tutti i giorni, nei riti della comunità, nei palazzi del potere come tra le vie del centro. Quando passava un padrone per il corso, o nella piazza, i braccianti dovevano togliersi il cappello. In segno di rispetto. Di deferenza. Di subalternità.

I cafoni, inoltre, non potevano permettersi altro copricapo che la coppola, tessuto grezzo, l’unico adatto alla condizione di chi estirpa, ara, semina, raccoglie. La paglietta, no. Quella, frivola e cittadina, era appannaggio esclusivo dei ceti dominanti. La mente dell’oppresso, le tradizioni consolidate e mai messe in discussione, le consuetudini nell’incompatibilità dei ruoli. Giuseppe Di Vittorio, diciannovenne alla guida di una Camera del Lavoro, anarchico ed interventista, militante e dirigente dell’Unione sindacale italiana, socialista e comunista dopo Livorno, aveva dismesso la coppola. Aveva comprato una paglietta, senza averne le credenziali. La sfoggiò in centro, domenica dopo domenica, durante lo struscio. Causò scandalo, scatenò l’esempio.

Il cattivo esempio. A decine – cafoni dei campi – comprarono le pagliette e presero ad indossarle, all’uscita dalla messa, ai tavolini dei bar, delle cantine. Conosceva l’importanza dei simboli. E della rivendicazione. Della trattativa. Anche quella che non conosce tavoli, carte, contratti. Ma semplice, puro, rapporto di forza. Quella fatta con la rivoltella tra le mani. E a Cerignola ce ne sono, di trattative così. Con i Pavoncelli, i La Rochefoucauld – duchi di Doudeaville – i Solvay. Con i padroni della terra che per bastonare le teste calde pagavano Caradonna. Nell’agosto del 1922, gli squadristi di Caradonna marciano su Bari vecchia. Giuseppe Di Vittorio organizza la difesa. Gli Arditi del Popolo umiliano in fascisti. Bari resiste. Di Vittorio è da poco uscito di galera.

Il fascismo vincerà comunque. E sarà la volta della Francia, del fronte spagnolo, delle Brigate internazionali che a pugno chiuso salutano Barcellona. Il fatto è questo. Il Partito Comunista Italiano ha fatto di Giuseppe Di Vittorio un santino laico. L’ha depotenziato. L’ha stravolto, spiegazzato, obbligato ad entrare nel sancta santorum come un recluso in una cella di sicurezza. Cambiandogli i connotati. Scegliendo, nella storia del nostro, solo alcuni segmenti di vita e di pensiero. Amplificandoli a dismisura, a scapito delle contraddizioni, delle incongruenze, delle ritrosie. Delle deviazioni eterodosse. Di Vittorio in versione PCI, o CGIL, è un impettito dirigente internazionale che conserva, nella fisiognomica degli spigoli del volto, il portato di ciò che è stato.

È utile, uno così, alla causa del partito. È il capopopolo che abita sul pianerottolo. Il leader della porta accanto. Uno al quale, prima di chiedergli dell’organizzazione di piazza, gli si chiede se ha del basilico sul balcone. E non è una cosa detta a caso. Nell’apologetica addomesticata seguita alla morte di Di Vittorio, nel processo di beatificazione, s’è molto insistito sulla meridionalità dell’eroe. Con tutto quel che ne consegue: radicato sentimentalismo radicale – Di Vittorio, come una madonna, quando i carri armati sovietici entrano a Budapest, piange – saggezza e malizia da villico, vittimismo, passionalità, tradizionalismo.

Come quando – a proposito di basilico – la figlia racconterà dei delegati del Comintern attratti come zombie dall’odore del sugo che bolle in pentola, all’hotel Lux di Mosca. Durante la guerra. Perché Di Vittorio è di quegli esuli che non rinunciano alla passata. Di quelli che in Unione Sovietica ci stanno come Totò e Peppino a Milano. Non è una novità, sono sessant’anni dall’infarto di Lecco. E sono sessant’anni che va avanti ‘sta storia. Il PCI ha depurato l’uomo ed ha plasmato il suo Frankenstein, offerto alle preghiere della massa. Ha confezionato l’individuo perfetto, giocando sulle leve dell’emotività, e l’ha innalzato agli onori degli altari.

Nessun accenno all’epoca eroica, all’arditismo come all’anarchismo, alla violenza come all’avventurismo; nessun riferimento ai colpi di testa, alle giovanili intemperanze come alle mature considerazioni sulla “cinghia di trasmissione”, sulla rigida dipendenza del sindacato dal partito. Niente. Di Vittorio è un santo che lacrima, che soffre per i nostri peccati, ed in vita sua ha fatto tante cose buone. Tante da potergli dedicare documentari e film che piacciono a tutti. Ma a tutti proprio. Diciamolo: ogni monumento a Giuseppe Di Vittorio è stato costruito sul feretro di un’altra persona. Il culto di Giuseppe Di Vittorio è frutto di uno scambio di persona. A Roma, a Mosca, a Cerignola. Ed a Molfetta.

“Io oggi voterei Casapound”, hanno scritto. E, detto tra noi, può essere. Perché se, per una non meglio identificata convenienza politica contingente, non si dice che Di Vittorio ai fascisti gli ha sparato addosso per buona parte della sua vita; se non si dice che l’antifascismo di Di Vittorio ha attraversato un continente ed è rimasto irriducibile; se si presenta alla gente un Di Vittorio all’acqua di rose, buono come il pane e votato alla giustizia senza sostantivi, pre-politica ed istintuale, è chiaro che si sta facendo una scelta politica che poi porta – come minimo – alla confusione. E diventa possibile persino che Di Vittorio possa essere associato ai fascisti del terzo millennio. Perché il vostro Di Vittorio – quello che idolatrate portando rose e vergando comunicati stampa indignatissimi – sì, potrebbe pure farci un pensierino. Quello vero, no. È nello scarto tra il primo e il secondo, tra la storia e la leggenda, tra le contraddizioni e il mito, tutta l’essenza della questione. E la cifra della sconfitta dei comunisti di un tempo. Battuti dai continui autogol.

Questo articolo è stato pubblicato su Facebook il 12 marzo 2018

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