Big Bang 4 marzo: niente sarà come prima

di Giacomo Russo Spena

Il Rosatellum ha vinto. L’Italia è un Paese ingovernabile. In fondo, la legge elettorale – ideata da Renzi, Berlusconi e Verdini – era stata partorita per questo. Pensata ad hoc per impedire la vittoria del M5S e giustificare l’ennesimo inciucio.

Ma si era sottovalutata la rabbia popolare. Queste elezioni aprono una fase nuova, niente sarà come prima. Qualcosa è sfuggito o andato storto, secondo i calcoli del Pd e di Forza Italia. Un accordicchio di Sistema non ha (più) i numeri sufficienti per governare il Paese. Il Gentiloni bis torna in soffitta. Il M5S è, infatti, andato oltre le aspettative attestandosi al 32 per cento facendo quasi il pieno nei collegi uninominali del Sud. È un successo inequivocabile. Un voto storico: finisce la Seconda Repubblica. Per Di Maio inizia “la Terza Repubblica dei cittadini”. I partiti tradizionali vengono spazzati via.

Il M5S intercetta il voto del ceto medio impoverito, dei working poor e dei giovani senza futuro. Un segnale di discontinuità contro un establishment ormai screditato agli occhi dei cittadini. Ha trionfato il “mandiamoli a casa”. Anche se il MoVimento, nelle ultime settimane, sta avendo una metamorfosi. Una forza non soltanto del “vaffanculo” ma responsabile e con un progetto credibile. Una sorta di normalizzazione all’interno del Sistema dei vari Di Maio & Co.

Bastava farsi un giro nel Paese reale per rendersi conto che fuori dai palazzi cresceva il malcontento sociale, la richiesta di qualcosa di “nuovo” rispetto alle politiche della Casta, delle cricche e delle larghe intese. Un secco no al merkelismo e alle politiche di austerity imposte dall’Europa. Solo qualche stolto poteva pensare che il M5S potesse perdere consensi per i congiuntivi sbagliati dal leader Di Maio o per le difficoltà locali di Raggi, Appendino e Nogarin o per lo scandalo rimborsopoli. Gli italiani hanno votato con la pancia: per dire basta a Renzi ed inciuci vari e per cambiare lo status quo.

A perdere è anche il redivivo Silvio Berlusconi. Insieme ai grillini, trionfa la Lega di Matteo Salvini che col 18 per cento vince il duello interno con Forza Italia e diventa primo partito del centrodestra. Salvini si conferma l’uomo della nuova Lega: colui che ha trasformato il Carroccio da partito etnoregionalista a forza nazionale. Ad ogni elezione sfonda sempre un pochino più a Sud. Ora è il turno di Roma dove riesce a raggiungere la doppia cifra dei consensi. Inizialmente aveva puntato la sua ruspa contro il cerchio magico di Bossi, riuscendo a strappargli le redini del partito, adesso ha indirizzato la ruspa contro il centrodestra, demolendo Berlusconi e diventando il leader indiscusso. Vince la sua xenofobia, forte in un Nord che chiede sicurezza contro l’immigrazione.

E il Pd? Siamo al fallimento di Matteo Renzi. Se alle elezioni europee del 2014 aveva portato i democratici al 40,8 per cento, massimo storico, ora ottiene una debacle apocalittica attestandosi al 19 per cento. Una parabola discendente già palesata con la bocciatura del referendum del 4 dicembre 2015. Renzi (eletto senatore) ha deciso di dimettersi. Non poteva fare altro. Come nel resto d’Europa, siamo al crollo della socialdemocrazia. Quella socialdemocrazia che, negli ultimi, si è fatta alfiere delle politiche d’austerity e di compressione dei diritti. Da anni il Pse ha perso per strada le cosiddette ragioni della sinistra. Come dimenticare la “Terza via” di Clinton, Blair e dei tanti emuli che hanno utilizzato la parola “riformismo” per sostenere guerre umanitarie, privatizzazioni, deregulation e precarizzazione della vita dei cittadini? La destra ha continuato su un terreno già ben concimato. A tal proposito segnificativa è la sconfitta di Marco Minniti, il ministro legge ed ordine, che viene sconfitto nel suo collegio uninominale da un leghista.

Chi sta a sinistra del Pd, non va meglio. Siamo al fatidico big bang. All’anno zero delle sinistre, dal dopoguerra mai sono andate così male in Italia. Liberi e Uguali si scioglie come neve al sole superando di poco la soglia del 3 per cento. Il progetto di Massimo d’Alema – che nel suo collegio ha preso il 3,9 per cento – non ha avuto una grande intuizione, per usare un eufemismo, nello scegliere Pietro Grasso come candidato premier: zero carisma, un corpo estraneo alla politica e, in campagna elettorale, la sua figura ricordava il peggior Antonio Ingroia. Liberi e Uguali è stata percepita come forza di Palazzo e non come un’alternativa al Sistema. In effetti, difficile far passare Bersani & Co per il “nuovo che avanza”. Anche Potere al Popolo, la lista nata pochi mesi fa dal centro sociale napoletano Je so pazzo, va sotto le aspettative e si ferma all’1,2 per cento. Il progetto, dicono, continuerà. Ma c’è poco da essere felici.

Intanto Casa Pound non raggiunge l’1 per cento. Tanto rumore per nulla. La narrazione dei fascisti del Terzo Millennio radicati nelle periferie si sgretola anche perché le parole d’ordine del movimento – sovranità, sostituzione etnica, anti europeismo – sono ormai patrimonio programmatico della Lega. Sono cannibalizzati da Salvini. Non c’è spazio politico per loro.

Mentre scrivo, leggo che giunge, puntuale, l’allarme dello spread che sale. La speranza è che Sergio Mattarella non si faccia influenzare da “fattori esterni” e non ipotizzi nuovi fantasiosi governi. Gli unici nomi papabili per formare una maggioranza sono Salvini e Di Maio. Tertium non datur. Un’alleanza M5S-Lega è, al momento, impensabile. Decisivo sarà, quindi, l’atteggiamento del Pd. L’ipotesi che si fa largo è un governo M5S con il sostegno di un Pd derenzizzato. Staremo a vedere. Già le elezioni del presidente del Senato saranno importanti per capire la strada intrapresa.

Un ultimo inciso sulla sinistra. Ad analizzare i primi dati elettorali si scopre che Pd e LeU crollano soprattutto nelle periferie e tra le fasce sociali meno abbienti. Un totale scollamento con la società. A trionfare, lì, è il populismo di M5S e Lega. Il campo da gioco della politica odierna si conferma quello populista. Consiglierei, quindi, di rivedere gli atteggiamenti dispregiativi nei confronti del filosofo post marxista Ernesto Laclau e della categoria del “popolo”, oltre a smettere di aggrapparsi a feticci novecenteschi. L’unica dicotomia da assumere, per ripartire, è quella del basso vs alto. Prima che sia troppo tardi. Sempre se non è già troppo tardi.

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega Online il 5 marzo 2018

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *